Ma perché le perle di Liebrecht non sono alla moda?

Gli ultimi racconti della scrittrice israeliana, come piccoli compiuti romanzi, dovrebbero essere un punto di riferimento per chi legge e per chi scrive. Sono microstorie con donne protagoniste, fuori da ogni retorica e con un’invidiabile lucidità e asciuttezza stilistica

Qualcosa che va di moda? I grandi scrittori israeliani, a ragione: sono più che mai il popolo del Libro, una società giovane, un popolo che trabocca di problemi e storie, che abita un luogo ontologicamente precario. Non solo grandi vecchi, praticamente classici, come Oz, Yehoshua, Grossman, Kenaz, Kaniuk, ma anche la generazione successiva e qualche emergente. Scrittori quasi tutti engagé, ma naturalmente capaci di dividere il piano politico da quello letterario. Qualcos’altro che va di moda? I racconti, meno a ragione, perché è vero che ci sono grandi interpreti a livello internazionale e qualche talento di casa nostra, ma ci sono anche moltissimi epigoni il cui frutto finale è qualche storiella stantia, vista e rivista. In questa stagione letteraria che sta annegando nell’estate è apparso un libro che riesce a tenere assieme queste due mode, senza essere, purtroppo, di moda, almeno in Italia, dove purtroppo sembra aver raccolto più premi (iperbole) che copie vendute. Pubblicata dalle edizioni e/o (che hanno fatto scoprire anche Keret e Tammuz), tradotta da Alessandra Shomroni, Perle alla luce del giorno (304 pagine, 19 euro) è la più recente raccolta di racconti di Savyon Liebrecht.

Figlia della Shoah

Savyon Liebrecht, classe 1948, è una figlia della Shoah, i suoi genitori erano due sopravvissuti allo sterminio nazista, che tacevano sul loro passato, mentre lei provava a ricomporne il puzzle. Come in molti dei suoi libri precedenti (tranne La banalità dell’amore, pièce teatrale sulla storia tra la pensatrice ebrea Hannah Arendt e quel volgare nazista del filosofo Martin Heidegger), anche stavolta la scrittrice israeliana (nata a Monaco di Baviera, ma trasferitasi in Israele all’età di due anni) regala microstorie ed eroi minori, fuori però da ogni retorica e con un’invidiabile lucidità e asciuttezza stilistica: racconti universali, perché israeliani senza eccedere con certo folklore ebraico, protagonisti spesso i deboli e gli emarginati, magari inseguiti dal passato che torna e non li molla.

Donne che grondano empatia

Le short stories di Perle alla luce del giorno sono piccoli esemplari compiuti romanzi, squisitamente letterari, alcuni mozzafiato, altri che sarebbero film molto migliori di quelli che abbiamo visto negli ultimi trent’anni, con personaggi che grondano empatia nelle teste e negli occhi di chi legge. Figure femminili, più che altro, la fanno da padrone: l’ultraortodossa che, dopo tanti anni, fa visita al figlio omosessuale in fin di vita, la donna soldato che insegna in una scuola del sud di Israele, la ricerca di una rom che ha salvato la vita a un ebreo nell’inferno di Auschwitz, la polacca Regina che ritrova una collana di perle in una casa ebraica abbandonata in guerra, Dina, medico di ritorno dal Canada a Gerusalemme, Zoya, la donna siberiana dell’omonimo racconto, forse il più intenso con quello eponimo, e poi la cieca Rachel, la veggente Flora, la beduina zoppa Suaad. Per chi legge e per chi scrive, oggi, Savyon Liebrecht dovrebbe essere un punto di riferimento.

Perle

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