Una pre-bibbia del ventunesimo secolo, firmata DFW

A trent’anni dalla sua prima pubblicazione “La scopa del sistema” non smette di stupirci e illuminarci. Una summa dell’opera che sarà dell’autore statunitense

Ho associato il mio stato confusionale, cosa che mi ha portato dopo diversi anni a rivolgermi al mio medico e a farmi prescrivere delle dettagliate analisi sul mio sangue, sul funzionamento degli enzimi, controlli ripetuti della pressione a cagione della cronica pesantezza agli occhi, nausea, spossatezza, astenia e difficoltà assoluta alla concentrazione e concatenazione logica degli eventi fuori e dentro di me, alla lettura concomitante de La scopa del sistema (576 pagine, 15 euro) del quale in questo 2017 ricorre il trentennale della pubblicazione. So che può apparire strano ma è così.

Con un’auto su una strada piena di buche

È stato come procedere per circa due settimane con una macchina a sobbalzi su una strada piena di buche. Il medico al mio spiegargli la sintomatologia oltre a prescrivermi le dette analisi mi aveva consigliato un assoluto periodo di riposo e decongestionamento. Tanta è stata la fatica che ho provato in questa concomitanza di eventi (lettura-scombussolamento) per portare a termine questo colossale spaccato antropologico, tutto quanto dentro un romanzo, il primo romanzo di Wallace di cui quest’anno ricorre il trentennale, una fiction, una pre-bibbia del ventunesimo secolo, poco prima della vera bibbia (Infinite Jest).

Personaggi bizzarri e disturbati… senza note

Servono sempre troppe parole per parlare di qualcosa che ha scritto un genio come David Foster Wallace con il rischio di cadere nel ridicolo, nel già detto, cosa che porta in automatico a realizzare che forse non ne serve alcuna, rischiando di esplodere in un continuo corto circuito logico, come accade alla testa del barbiere “colui che rade solo e tutti quelli che non si radono da sé” e che quindi il dilemma sia “se il barbiere si rada da sé o meno”. Forse cose come questo tipo di antinomia espressa a pagina 51 sono la base teorica di tutte le altre e una delle possibili chiavi interpretative di questo romanzo, nel quale la non-trama, o la sua esiguità, è soffocata anche da questo tipo di indovinelli (chi è che rade il barbiere?), per mostrarci le aporie nelle quali ci confina il linguaggio, che utilizzando le parole stesse della nonna della protagonista Lenore, la nonna studiosa di Wittgenstein nel romanzo, (come in realtà è stata la nonna stessa di Wallace) “il linguaggio è la vita” oppure: “Wittgenstein è convinto che tutto sia parole” (pag 89). Servirebbero infinite note a piè di pagina per dar conto di questa debordante gelatinosa tirannia del linguaggio che ingabbia le stesse vicende esistenziali di questi bizzarri e in gran parte disturbati personaggi, quelle note che in questa prima prova romanzata dei nostri-propri tormenti, ancora Wallace non utilizzava, come se ci stesse ancora dentro in qualche modo.

Un comico a denti stretti e dagli effetti stranianti

La questione, come dice Bartezzaghi nella prefazione (Einaudi), è se saremo mai in grado di pensare all’opera di Wallace a prescindere dal tragico esito della sua esistenza, tanto da evitare per esempio di associare l’immagine dello scrittore con quella del barbiere con la testa esplosa. Ancora Bartezzaghi, nel caso di quest’esordio letterario del genio con la bandana, parla di un nucleo centrale intorno al quale gravitano le storie la cui figura testuale corrispondente è il paradosso. Questo è quello che innesta il comico, certo un comico a denti stretti e dagli effetti stranianti con quella infinita carrellata di personaggi indimenticabili, alcuni più tratteggiati e “funzionali” (l’incombente presenza-assenza della nonna studiosa di Wittgenstein fuggita dalla casa di riposo e sulla quale sembra ruotare tutto il romanzo in una sorta di appena accennata trama da spy story con misteriosi contorni complottisti da spionaggio industriale e intrighi affaristici), altri che  appaiono per un attimo soltanto o a cadenze microscopiche per poi svanire del tutto come organismi proteiformi.

Una storia d’amore e uno psicanalista

Come dimenticare, fra i maggiori e più esemplari e comici il Dr Jay, lo psicanalista dei due protagonisti principali del romanzo, Rick Vigorous e Lenore Beadsman, la cui storia d’amore impossibile (Rick ha un pene minuscolo e sa di non poter soddisfare Lenore, forse la parodia dell’ansia da prestazione nel senso più ampio possibile del maschio occidentale conseguentemente nevrotico), non è una storia d’amore, ma una storia di ossessione, manipolazione e prevaricazione, come tutte le storie di amore in Wallace. È l’analista che si fa interprete del comico e grottesco e che indossa la maschera antigas durante le sedute dei due pazienti, per difendersi dalla flatulenza della loro paccottiglia esistenziale. Tutti i personaggi si stagliano dal fondo della bottiglia che è questo contenitore di 553 pagine che si apre con un capitolo narrato con il gergo giovanilistico sullo stile campus-college, canne comprese, con al centro una Lenore allora appena adolescente che va a far visita alla sorella Clarice, per poi saltare avanti di nove anni, vibrando funambolicamente nel tempo e ritrovarla ancora immersa nello schema di controllo che sembra ordito intorno a lei e che sono le storie che la circondano.

Il tempo è lo spazio della narrazione

Il tempo è lo spazio della narrazione, si contrae e si dilata nelle voci narranti, lo spazio sembra soccombere, diventano spettrali anche i luoghi nella loro nitidezza, visti come tramite un diaframma, basti pensare al Bombardini Building dalle sembianze della megaditta di fantozziana memoria, sul quale si misura la luce del giorno dal rifrangersi dell’ombra del palazzo prospiciente, quella sagoma nera dell’Eriview Plaza, proprio di fronte al lago Erie che in alcune ore del giorno appare come “majonese andata a male”, una Cleveland-Ohio, già  certo non il massimo dell’esotismo e ridotta all’osso di una vita post-industriale, ameni e anonimi paesi di provincia e sedi di campus universitari. I luoghi  sono solo sfumati, sembrano svanire  e sono i personaggi che emergono prepotentemente dalle pagine e si innalzano alla superficie come le bollicine di anidride carbonica in una bottiglia, per poi scomparire altrove, nella dimenticanza forse, o fuori dal testo, nella vita reale, se questa avesse una consistenza, come nei quadri di Pollock, dove il drifting con tutti  quelli schizzi e sgocciolamenti disegna linee e colori che sembrano serpenti attorcigliati, nodi inestricabili, gli stessi Nodi dell’amato (da Wallace) Laing, il maestro dell’ antipsichiatria, giochi e nodi che servono così tanto a spiegare-complicare le dinamiche dei rapporti interpersonali. Il quadro-narrazione sembra nella sua riottosità a lasciarsi decifrare   continuare altrove, con tutti i personaggi, le situazioni sghembe, comiche, grottesche e indecifrabili che vi si agitano dentro.

“La scopa del sistema” non è certo un libro “facile” e tranquillizzante, chiede come tutte le cose di Wallace una grande partecipazione del lettore, una lettura attenta e una ancora più attenta rilettura, per ricucire i fili di una trama che pure c’è anche se interferita dalle micronarrazioni e dal materiale eterogeneo che spunta qua e là, non è nemmeno forse la sua opera migliore, come Wallace stesso ebbe a confessare, come se si fosse trattato di una sorta di peccato di gioventù, tanto da renderla un po’ sfilacciata e dispersiva (e se lo dice lui!) cosa che la critica realistica militante potrebbe dire in ogni epoca di ogni sua opera, tanto più di questa, distruggendola facilmente con i propri realistici argomenti, non capendo invece che nel realismo di Wallace sparato all’estrema potenza c’era già tutto il resto, tutto quello che rende già invece questo strabiliante esordio, un micidiale blocco compatto:

”Nonna dice che ogni racconto si trasforma automaticamente in una specie di sistema, un sistema che controlla tutti i personaggi coinvolti” (pag 148)

L’impossibilità di una comunicazione autentica

Leggendo Wallace si ha la confortante, comica e inquietante allo stesso tempo impressione che i personaggi si muovano nell’ombra e dall’ombra con passi felpati, cerchino di arrivare sul proscenio quasi di nascosto con delle mosse goffe e inopportune,  avvicinandosi e avvicinando il lettore per subito dopo allontanarlo di nuovo per effetto del loro lato più sordido, orripilante e grottesco, così come fa tutta la scrittura di Wallace stesso che tende ad avvicinare, comunicare e allontanare subito dopo, constatando forse l’impossibilità di una comunicazione autentica nell’universo magmatico che ci ingloba senza che nemmeno ce ne accorgiamo, la famosa acqua di Questa è l’acqua o per dirla ancora con uno degli slogan più abusati su Dave “la società dell’intrattenimento”. Ci sono sempre questi due movimenti e forze contrastanti nella scrittura di Wallace. C’è sempre una forza centripeta che da quella malsana sensazione di pericolo incombente, dove aleggia anche se ben contraffatta la presenza disumanizzante della morte e di cose che si complicano e allo stesso tempo una forza espansiva che spara storie e scorie in ogni direzione, questa disperata voglia di comunicare, di uscire da sé stessi.

L’infinito perdersi nelle subordinate

Questo non impedisce a La scopa del sistema di essere un blocco compatto, un sistema a tenuta stagna, intercomunicante al suo interno, con una forza centripeta asfissiante, un acceleratore di particelle che non lascia fuggire niente da sé stesso e dal suo caos interno, pure nella sua formidabile forza espansiva. Le mura sono portentose e tutte le fessure sigillate. È un enorme puzzle da ricomporre, (l’irricomponibile) l’immagine dilaniata e allucinata di una realtà pulviscolare alla quale tentare di dare un senso, un ordine o solo la foggia di un’immagine, feticci o simulacri, come l’uccellino parlante dall’inquietante nome Vlad l’impalatore che si fa medium del messaggio di una setta di cristiani integralisti su una tv via cavo, l’uomo di affari che si fa accompagnare a cena da una bambola gonfiabile, una multinazionale specializzata nella creazione di deserti, gli stessi racconti nel racconto di Rick Vigorous, responsabile editoriale di una casa editrice che si deve sobbarcare infinite letture di racconti di “giovani depressi”, letture che lui stesso riporta a Lenore, secondo quella caratteristica tipica di Wallace che è la ricorsività, l’infinito perdersi nelle subordinate, a discapito di una presunta (quando mai dovuta) linearità narrativa, perdersi nei meandri del discorso del discorso, micro-testi che si inseriscono e intersecano alla presunta narrazione principale, seguendone le tematiche (il disagio psichico, l’asfissiante retorica del marketing) e il plot del romanzo, come replica di quelli stessi temi cercando di seguire le stesse coordinate sfuggenti, le stesse paranoie dei personaggi, eppure ancora spassosissimi. Scene e personaggi appaiono sul proscenio in modo atonale e cubista slegati da un apparente contesto e funzionalità narrativa, rendendo persino faticoso fra capitolo e capitolo o paragrafo e paragrafo capire chi parla di chi, di cosa e a chi, come in una scrittura per fratti, per quanti che lascia solo intuire tracce di un discorso strutturato.

Un moderno narcisista Gregor Samsa

In Wallace il problema non è il problema, ma il problema del problema del problema, all’infinito. Così ogni inghippo e indizio in una reductio ad absurdum diventa un punto fermo che è il centro dell’uragano dove si muove la sua penna, senza mai arrivare a una catarsi, come se da un “postmoderno” ce la potessimo poi attendere, Alcuni dei racconti che Rick fa a Lenore assumono anche dimensioni rilevanti, veri racconti nel racconto, replicando la stessa quinta teatrale che è il quadro di fondo che è tutto il romanzo, replicandone le tematiche: come vedere altrimenti il racconto che tratta di una coppia dove lui è un vanitoso patologico ed è ossessionato dall’apparire vanitoso, il nostro la chiama genialmente “vanità di secondo grado”, sono quelle derive patologiche tanto care a Wallace, in questo caso si esprime nel narcisismo del protagonista di questa storia, il quale assume le forme di un moderno Gregor Samsa che si trova addosso una mattina delle piaghe purulente che presto lo invaderanno totalmente ferendo il suo narcisismo con la conseguente impossibilità di mostrare preoccupazione per lo stesso. Oppure tragicomico quello dove una famiglia fagocitata per soldi da uno psicologo che li ha convinti a andare a vivere in una baita  sperduta in un bosco che lui, lo psicologo, gli ha venduto, è in preda agli scatti d’ira del padre e alle crisi epilettiche dei bambini, come non vedere in questo psicologo specularmente  l’immagine del vero e anche lui famelico analista di Rick e Lenore o  ancora quello dove un uomo si innamora involontariamente e indiscriminatamente di tutte le donne che incontra tanto da rivolgersi a una terapeuta che l’aiuterà a sviluppare una capacità discriminativa che lo porterà ad “apprezzare” non amare una donna (la donna del thermos) non desiderabile, la quale in un misto fra surreale e foscamente simbolico dovrà combattere con una raganella che ha nell’ansa del collo.

“la raganella è il meccanismo dell’alienazione e del distacco, simbolo insieme e causa dell’isolamento della donna del thermos” (pag 227)

Le pollockiane linee oltre il quadro

È bello accorgersi che questo romanzo è un formidabile contenitore di storie, tante diversificate ed eterogenee, gli stessi materiali che lo compongono sono i più eterogenei: resoconti di sedute da analisti; articoli di giornale; sogni; monologhi, materiali di scarto dei più vari, tecnica questa propedeutica a tutta la scrittura futura di Wallace, perché parafrasando per opposizione Wittgenstein (ancora lui) “su tutto ciò di cui si può parlare si deve raccontare” se è vero che “su tutto ciò di cui non si può parlare si deve tacere” e quasi a rammentarci che tutto il dicibile può far parte della scrittura e che della scrittura non si butta via niente. Ecco dunque materiali a sé stanti, apparentemente di scarto, incoerenti e non funzionali alla “trama” del romanzo, eppure medium di tante altre possibili o solo accennate storie che da qui possono partire come fasci di luce che si irradiano nello spazio per destinazioni sconosciute. Questa è la forza centrifuga de La Scopa del sistema queste sono le “pollockiane” linee che continuano oltre il quadro. Qui in particolare la dissoluzione del testo non ha ancora conosciuto l’esplosione delle famose note a piè di pagina (in alcuni casi veri e propri testi paralleli, le 200 e più pagine di Infinite Jest, alcuni racconti da Oblio) ma si limita agli omissis, tanti puntini sospensivi dislocati ovunque che troncano i dialoghi rimandando a un senso che forse si trova altrove.

L’amore sulla soglia

L’amore aleggia sempre in Wallace, ma è un girarci intorno è sempre un rimanere su La Soglia Della Casa Dell’amore, è un rapporto disturbato, interferito, quasi sempre patologico e vive comunque di una propria sciancata vita in questa camera di combustione che è “il romanzo”. “Una storia è più chiara di una vita” ci confessa l’autore per bocca delle nonna studiosa di Wittgenstein, che è un altro modo di dire “tutto è parole”, parafrasando Nietzsche verrebbe da dire che se “Dio è morto, tutto è linguaggio” e tutto degrada e scade in parole, la vita stessa che sembra diventare la stessa “majonese andata a male” come appare l’acqua del lago Erie davanti al Bombardini Building, un bel pasticcio insomma, un brutto scherzo, o bello, dipende dai punti di vista. Parole come membrana, breccia, ripetute in modo estenuante danno un senso al narrato con la sola loro enunciazione: “credo che la membrana sia la breccia che le occorre” (pag 166), termini che ritroviamo ossessivamente altrove o come la performance televisiva nel capitolo finale dove l’uccellino coartato dalla tv via cavo per lanciare i propri messaggi religiosi, replicando la tecnica pubblicitaria dei messaggi lanciati in un profluvio progressivo di parole e associazioni di idee che  da queste scaturiscono lavorando a livello subliminale, si dimena nelle sue esibizioni parlando in una sorta di coazione a ripetere con parole chiave come socio, semina, soddisfazione, uniti, gioco.

Il linguaggio e le profezie “involontarie”

Il linguaggio, nelle sue varie modalità e capacità manipolatorie insomma sembra essere il vero protagonista principale, lo stesso lancio del rivoluzionario alimento per l’infanzia dell’azienda di famiglia di Lenore e che fa da sfondo al vero plot del romanzo, promette un mirabolante sviluppo delle capacità linguistiche e mentali dei bambini. L’immagine dello stesso centralino intasato della Frequent & Vigorous gestito in un tunnel di cavi che “è un fascio di nervi di un sistema nervoso e questo sistema nervoso fa parte di un corpo” anticipa in pratica l’immagine di internet pochi anni  prima della sua comparsa sulla scena globale, il meccanismo è lo stesso e le telefonate che si confondono e si sovrappongono, si addensano confondendo mittenti e destinatari con effetti esilaranti, per dirla con il linguaggio della semiologia l’opposizione e inter-relazione significante-significato, replica il sovrapporsi di contenuti  simultanei e di destinatari e mittenti della rete che volenti o nolenti ha cambiato le relazioni e le nostre stesse menti in questi anni. Del resto di profezie “involontarie” (ma saranno poi involontarie?) “La scopa del sistema” ne ha altre, basti pensare alla data del 11 settembre del romanzo dove il Bombardini Building in pratica si intuisce venga abbattuto nel capitolo finale dallo stesso suo proprietario, quel mostro smisurato di Norman Bombardini.

Scrittura per indizi e dialogo con il lettore

È stato detto tanto, tutto forse su David Foster Wallace, è stato detto anche per approssimazione ovviamente, come si fa con tutti gli scrittori, parlando di stilemi, simboli, parlando per slogan, per grandi macro-categorie, il post moderno? l’iperrealismo o realismo isterico? Il suo lavorare per accumulo, la sua generosità, la sua voglia instaurare un rapporto profondo con il lettore, la domanda se per il lettore la lettura delle sue opere valga la fatica che questa cosa comporta, Wallace stesso ne La Scopa del sistema, con la sua scrittura per indizi e dialogo serrato con il suo lettore stesso che ha sempre cercato, cerca di dare delle risposte, o una sua risposta, lo fa in un passo nascosto all‘interno di una di una di queste narrazioni interne, un racconto che Rick è chiamato a leggere per il suo lavoro editoriale:

“L’attaccamento alle cose e ai luoghi richiede a mio avviso un dispendio di energie e di attenzioni decisamente eccessivo rispetto al valore delle cose così rapportate all’attaccamento” (pag. 419)

e ancora poco dopo:

“oggetto e scopo il cui valore è assai inferiore rispetto a quello dello sforzo e delle risorse che il protagonista investe nelle sue ricerche” (pag. 421)

Che stia sondando i suoi lettori? O forse ancora se la accettiamo come una sua provocazione dovremmo riconoscere che sta giocando al gatto con il topo (lettore), con quel suo più amato gioco, la letteratura, come sempre. Io lo confesso, faccio passare sempre circa due anni fra la lettura di un libro di David Foster Wallace e l’altro, devo lentamente riemergere prima di affrontarne uno nuovo, sprofondo, mi dissolvo, ho problemi di umore dopo la lettura, come è accaduto in concomitanza alla lettura de La scopa del sistema, devo decongestionarmi e forse lentamente il mio sangue sta lentamente guarendo e la spossatezza terminerà, la fatica anche, 553 pagine con un finale che non c’è, guarda caso il sipario si chiude con una frase tronca, tante pagine di fatica ripagata, come un bel viaggio, anche se faticoso, forse come la vita stessa e la sua lettura.

la scopa del sistema

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