Lupo, ricordando la felicità nelle notti d’ospedale

“Gli anni del nostro incanto” di Giuseppe Lupo, pubblicato da Marsilio, è un’elegia del tempo che fu e un inno a Milano, travestito da racconto familiare, oltre al racconto di quello che in Italia si è spezzato decenni fa, senza ancora ricomporsi…

C’è un narratore italiano eclettico ed elegante – di spessore, senza effetti speciali – che forse ancora in pochi conoscono, ed è peggio per loro. Ha una bibliografia piuttosto nutrita, ormai, il lucano Giuseppe Lupo, fedele dal 2000 all’editore Marsilio, che pubblica anche il suo ultimo romanzo. Ne ha già scritti di belli, in particolare L’ultima sposa di Palmira – un immaginario paese diroccato dal terremoto che nel 1980 devastò l’Irpinia e coinvolse la Lucania, raccontato tra realismo e magia, con uno sguardo visionario alla Nigro o alla Bonaviri – e il più recente in ordine di tempo non potrebbe essere più diverso da L’ultima sposa di Palmira e comunque altrettanto bello, o forse di più.

Sobrietà e bellezza, una semplicità disarmante

Gli anni del nostro incanto (156 pagine, 16 euro), sua ultima fatica per i tipi della casa veneziana, è un’elegia del tempo che fu (gli anni Sessanta) e un inno a Milano così pudico e intenso che solo un meridionale (da tempo trapiantato nel capoluogo lombardo, dove insegna letteratura all’università) avrebbe potuto concepire e scrivere. C’è l’Italia del boom economico tra le pagine del romanzo di Lupo, ci sono le speranze, quelle ripagate e quelle perdute. Nell’ansia da Grande Romanzo Italiano Lupo ha scritto un libro agile, con pagine mirabili, che può ambire al titolo, senza “ansie da prestazione” o inutili “gigantismi letterari”, con una scrittura evocativa e una semplicità, stilistica e tematica, disarmante nella sua sobrietà e bellezza.

L’oblio e una foto

La scena si apre all’inizio degli anni Ottanta, più precisamente nel luglio 1982, quando la nazionale azzurra di calcio affronta il Brasile ai Mondiali di Spagna. Una figlia, Vittoria, e una madre, detta Regina, ex parrucchiera inferma e colpita da amnesie, fanno qualche passo indietro nella memoria, tornano a vent’anni prima, a partire da una foto pubblicata da una rivista: figlia, madre, padre (l’operaio Louis, meridionale) e figlio (Bartolomeo, ribattezzato Indiano) sono su una Vespa. Un’immagine che è l’inizio e la chiave di tutto, con la figlia che, nelle notti d’ospedale, prova a strappare la mente della madre all’oblio: sono sole, il padre è morto, il fratello è rimasto invischiato nella ragnatela del terrorismo. All’orizzonte di quei volti, dietro la porta dell’incanto e di quegli anni di benessere, però, c’è un cono d’ombra in cui l’Italia entrerà, fra crisi sociale, entusiasmo e benessere sbiaditi e sanguinaria lotta armata. A poco servirà la Coppa alzata al cielo nella notte di Madrid, quello che nella nostra storia si è spezzato nel decennio precedente ai Mondiali vincenti è ancora rotto…

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