Femminismo e fantascienza, Le Guin supera gli immaginari

Bookpride18 ha ospitato un vivace dibattito su femminismo e fantascienza, a partire dall’opera della grande scrittrice statunitense scomparsa di recente. Voci concordi – quelle di Catherine Lacey, Nicoletta Vallorani, Veronica Raimo e Giorgio Raffaelli – nel ribadire l’importanza di quella che talvolta è definita “speculative fiction” e che in Italia fa ancora fatica…

Partendo da un elogio di Ursula Le Guein si è arrivati a un’interessante riflessione sul genere fantascientifico in Italia e ad esplorare il suo stretto legame con il femminismo. L’incontro, che si è svolto nella seconda giornata del recente BookPride18, a Milano, è stato organizzato in collaborazione con il Salone del Libro di Torino e inQuieteFestival, entrambi promotori di un progetto che si propone di analizzare il panorama editoriale italiano da una prospettiva di genere.

Da Le Guin alla fantascienza, al femminismo

Ursula Le Guin, famosa e stimata scrittrice americana di fantascienza, insignita dei massimi riconoscimenti per la narrativa fantascientifica, ha rappresentato un’eccezione clamorosa nella storia di questo genere letterario, tradizionalmente a prevalenza maschile. Nei suoi testi l’autrice – pubblicata in Italia da più case editrici, Mondadori, Nord, Salani, Gargoyle, Elèuthera – affronta tematiche importanti che chiamano in causa l’impianto politico-sociale del nostro presente: i rapporti di potere, l’etica e l’avanzamento tecnologico, la guerra e la sottomissione, lo sfruttamento della natura, lo sviluppo e la costruzione della sessualità. Della sessualità, in particolare, l’autrice propone una visione radicalmente alternativa nel suo romanzo più celebre, La mano sinistra delle tenebre, in cui gli abitanti del pianeta Gethen sono descritti come esseri androgini e sviluppano organi maschili o femminili a seconda delle proprie necessità. Non ultimo, il tema del femminismo. Oggi la narrativa fantascientifica presenta una forte caratterizzazione femminista, ma i punti di contatto tra fantascienza e teoria femminista hanno una storia meno recente e sfruttano i temi della destabilizzazione dell’autorità e della conquista tipiche della letteratura fantastica. Come è stato già osservato dalla critica, la prospettiva femminile applicata alla fantascienza “più che affermare in maniera esistenzialistica e moralistica il femminile, mette in discussione e decostruisce la categoria stessa di genere/gender” (Rosi Braidotti, In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire, Feltrinelli, 2003).
Alla conversazione hanno partecipato: Veronica Raimo, curatrice dell’antologia di racconti fantascientifici “Le visionarie” pubblicata da Nero Editions, nella nuova collana NOT; Nicoletta Vallorani, traduttrice, accademica e scrittrice di fantascienza; Giorgio Raffaelli, editore della casa editrice indipendente Zona42 dedicata esclusivamente alla letteratura fantascientifica; Catherine Lacey, autrice del libro Le risposte pubblicato da SUR edizioni e presentato in occasione del BookPride18

Le Guin: libertà come assunzione di responsabilità

Nicoletta Vallorani: «Ursula Le Guin è una figura importante non solo come scrittrice di fantascienza ma è importante in quanto tale. Ci sono due aspetti da considerare, due voci da considerare. Ho iniziato a leggere Ursula Le Guin all’inizio degli anni ’80 e ho iniziato leggendo La mano sinistra delle tenebre, a mio parere uno dei suoi romanzi più belli. Si trattava del mio primo romanzo di fantascienza: ero assolutamente una neofita del genere fantascienza, che io stessa consideravo come genere di secondo livello. Quello che mi ha stupito di quel romanzo era la voce inconfondibile della scrittrice, una voce con una tonalità chiara, una sua precisa colorazione e individualità. Una voce assolutamente unica che consentiva anche a una storia indiscutibilmente complessa di arrivare direttamente al cuore del lettore. Da questo primo avvicinamento ho continuato a seguire la scrittrice. Accanto alla percezione di una voce forte e chiara, c’è anche la percezione di una voce politica. Le Guin ha sempre ragionato in termini di comunità, intendendo per “comunità” non solamente la comunità tra gli scrittori, ma la società stessa. Nel 1975, quando negli Stati Uniti si discuteva della guerra in Vietnam e dello Scandalo Watergate, Ursula Le Guin pronuncia un discorso importante all’Aussiecon Convention in merito alla discriminazione di genere e all’esclusione delle donne dalla letteratura fantascientifica. Dopo aver chiesto agli uomini se per caso non avessero costruito un muro per tenere fuori le donne dal genere fantascientifico, “e che cosa potrebbero essersi persi facendolo”, chiede anche alle donne perché hanno accettato di essere escluse. Affronta dunque il discorso dell’importanza della responsabilizzazione da parte delle scrittrici. La responsabilità è infatti un concetto molto caro a Ursula Le Guin: l’idea di libertà come assunzione di responsabilità è parte dell’eredità che questa grande scrittrice ci tramanda e che secondo me non è mai stata così importante come in questo momento nella scrittura e nella vita politica. La libertà significa assunzione di responsabilità e rinuncia definitiva alla paura. Nel 1975 Ursula Le Guin faceva affermazioni che risultano vere ancora oggi, e qui risiede il suo valore e la sua grandezza».

La fantascienza “politica”, aiuta a capire il presente

Veronica Raimo: «Mentre curavo insieme a Claudia Durastanti l’antologia “Le Visionarie”, entrambe ci siamo accorte che qualcosa ci entusiasmava in un modo completamente diverso rispetto ad altri progetti di traduzione e scrittura collettivi. I racconti raccolti nell’antologia ricoprono un arco temporale che va dagli anni ’60 agli anni 2000: si tratta dunque di racconti non contemporanei ma che riverberano da un passato molto prossimo in maniera più problematica e interessante rispetto al filone del realismo, spesso definito come analitico, chirurgico, accurato. Questo codice quasi scientifico che viene attributo al realismo, e il suo scopo di “riportare” le cose per quelle che sono, in questo momento è sembrato ad entrambe uno strumento insufficiente a esplorare non tanto e non solo le contraddizioni e i conflitti del presente ma soprattutto le riconfigurazioni del presente e la possibilità di sovvertire questo presente. I racconti dell’antologia fanno esattamente questo: postulano l’idea che la realtà non deve per forza essere quella che è e aprono prospettive diverse, suggeriscono uno spostamento di sguardo, offrono uno sguardo laterale, obliquo e ambiguo rispetto alla realtà. È questo ciò che rende politico, in senso anche femminista, una raccolta del genere. Non a caso nella collana NOT di Nero Editions è stato inserito anche un saggio di Mark Fisher che illustra una tesi molto simile a questa: ovvero che la realtà in cui siamo immersi non è l’unica alternativa possibile, che si possono ipotizzare alternative prima ancora di iniziare ad adoperarsi per costruirle, e che una modalità di pensiero opposta è invece espressione di un pensiero ideologico. L’idea dell’assenza di un’alternativa, di una via di fuga e dell’impossibile decontrazione del capitalismo e della società per come è oggi, è stata una forma di oppressione di questi ultimi anni, e secondo me il realismo in parte è complice di questo».

Le Guein Lacey

Catherine Lacey: «Una cosa che mi è piaciuta molto delle parole pronunciate da Le Guin all’Aussiecon Convention è stato il suo riferimento polemico agli scrittori “cosiddetti realisti”. Scherzava e allo stesso affermava una verità molto sottile: se si scrive di fiction, se si scrive un romanzo, si suppone che questo non sia reale ed è triste pensare che il “cosiddetto realismo” appaia così tanto diverso dalla fantascienza, perché in ogni creazione c’è qualcosa di fantastico. Se in uno scritto che viene definito realista non c’è niente di fiction o di fantastico, mi domando che scritto sia. Negli Stati Uniti c’è un po’ più di tolleranza nei confronti di romanzi e scritti realisti che contengono anche degli elementi surrealisti e di fantascienza, però non è sempre detto che il
lettore o il critico siano in grado di rilevarli».

Le Guein Raffaelli

Giorgio Raffaelli: «La nostra casa editrice pubblica esclusivamente il genere fantascientifico, eppure se avessimo rivolto i nostri prodotti editoriali esclusivamente ai lettori italiani non saremmo più sul mercato perché il pubblico italiano di lettori di fantascienza non ha i numeri per sostenere una piccola casa editrice come la nostra. Abbiamo cercato fin dall’inizio di proporre titoli che suggerissero un certo interesse nel lettore non abituato al genere, in modo tale che un lettore curioso potesse trovare comunque dei motivi di interesse nella letteratura fantascientifica, come ad esempio la bella scrittura. Cerchiamo infatti di scegliere titoli con forte gradiente letterario e soprattutto cerchiamo di coinvolgere i lettori non abituati al genere per mostrare loro come in realtà stiamo già vivendo in un mondo fantascientifico, forse in un mondo distopico se pensiamo a quello che succede oggi. Secondo noi niente come un libro di fantascienza di qualità può aiutare il lettore a comprendere meglio il mondo che ci circonda. Del resto vediamo cosa succede negli Stati Uniti, e mi ricollego all’intervento di Catherine Lacey: negli Stati Uniti tutti i più importanti autori, non di genere fantastico, introducono nei loro scritti proprio elementi che derivano dalla tradizione fantascientifica. In America la fantascienza ha già vinto: penso ad autori come Whitehead, la Lessing e Wallace. I loro romanzi contengono tutti elementi fantascientifici».

Fantascienza o “specultive fiction”?

Veronica Raimo: «Nella postfazione all’antologia io e Claudia Durastanti abbiamo spiegato la difficoltà incontrata nella traduzione, in un contesto diverso rispetto a quello anglosassone, del termine “speculative fiction”, un termine digerito e ormai quasi naturale nel mondo letterario anglosassone, ma non altrettanto comune in Italia. Nel sottotitolo della raccolta abbiamo osato un gioco a “3 f”, proponendo i termini “fantascienza, fantasy e femminismo”, mentre nella postfazione abbiamo deciso di mantenere la dicitura inglese poiché si tratta di un’antologia che spazia molto a livello di tematiche e suggestioni. L’intenzione era quella di introdurre diciture che non sono molto utilizzate in Italia per spiegare che cosa sia intenda per “speculative fiction”, sottolineando non solo il contenuto visionario di questo genere ma anche e sopratutto quello politico».

Donne e fantascienza

Giorgio Raffaelli: «Se è vero che nel panorama italiano ci sono molti più uomini che scrivono di fantascienza, ormai nel panorama anglosassone i romanzi più venduti e interessanti del settore sono scritti da donne. Il ritratto di Ursula del 1975 è assolutamente realistico ma ora il panorama è mutato, anche se in Italia l’approccio del lettore al genere è molto più debole. Noto comunque poca attenzione al genere anche da parte degli scrittori italiani: se invece penso a tutti i romanzi più importanti usciti negli Stati Uniti negli ultimi anni vedo moltissimi riferimenti fantascientifici. In America è diventano quasi normale, mentre da noi non lo è ancora».

Nicoletta Vallorani: «In Italia ho scritto e scrivo di fantascienza e nel 1993 ho vinto il premio Urania (concorso letterario di fantascienza per romanzi inediti, ndr). Condivido pienamente l’intervento di Veronica. Bisogna infatti tenere presente il punto di vista dell’editore e del libraio che in qualche modo devono mettere delle etichette, ovvero devono identificare un romanzo con una certa vaghezza: un’opera di fantasia non può entrare in una categoria e basta. Ma l’editore può anche farsi partecipe di una revisione culturale e proporre un’etichetta diversa in un contesto, come quello italiano, che non è abituato a prendere in considerazione la possibilità che nel genere di fantascienza ci siano opere ben scritte. Nel panorama culturale anglosassone degli anni ’70 si è assistito ad un’ondata complessiva di revisione di una serie di convinzioni letterarie, ad un’ondata di new feminism e di riproposte femminili molto forti e rivoluzionarie che hanno favorito un maggiore sviluppo del genere. In Italia non c’è stata una presa di posizione altrettanto definita e molti autori che negli anni scorsi hanno pubblicato fantascienza si sono adoperati per far dimenticare ai lettori di aver pubblicato sotto l’etichetta fantascienza. Non io. L’etichetta è stata ed è tuttora veramente penalizzante dal punto di vista editoriale: lo scritto di fantascienza infatti non trova facilmente un editore. Usare l’etichetta “narrativa di speculazione” per me è legittimo in relazione a questa antologia. Ricordo la discussione molto accesa tra Ursula Le Guin e Margaret Atwood proprio in merito all’utilizzo dell’etichetta “speculative fiction” in sostituzione di “fantascienza”: Le Guin diceva che “speculative fiction” era usato solamente perché faceva vendere di più. Riportando la mia esperienza personale, se si presenta un romanzo e nella scheda di presentazione del romanzo si etichetta come “fantascientifico” l’editore in 9 casi su 10 risponde che non ci sono collane adeguate ad accoglierlo. Se invece si usa “narrativa speculativa” forse potrebbero esserci maggiori possibilità. Questo vale indipendentemente dal sesso dello scrittore. Se è vero che tutti i generi hanno una caratterizzazione, bisogna riconoscere che esistono delle posizioni pregiudiziali e ricordare che queste posizioni possono essere superate. Dobbiamo provarci. Per questo secondo me è molto importante quello che affermava Ursula Le Guin nel 1975: è vero che la fantascienza nasce come genere tipicamente maschile, ma molto spesso non si prova nemmeno a cambiare le cose».

Essere femministi, cioè vivere in un mondo di fantascienza

Catherine Lacey: «Negli Stati Uniti in generale la fantascienza appartiene ancora in gran parte al mondo maschile. Nella fantascienza ricorrono degli elementi tipici come la deriva nello spazio e la presenza di creature strane che non esistono sulla terra. Questi sono elementi che tradizionalmente appartengono ad una scrittura maschile. Ma ci sono anche molte donne che nel corso dell’ultimo decennio hanno introdotto degli elementi di fantascienza nella loro scrittura, anche se non appare evidente e si preferisce mescolare elementi di fantascienza con elementi che suggeriscono un senso generale di reale. Questa mescolanza è valida anche in rapporto al tema del femminismo: se sei femminista vivi in un mondo di fantasia, perché oggi noi non viviamo in un mondo femminista. Chi adotta una prospettiva femminista deve cercare e adottare una realtà diversa, e forse è per questo che le donne si sono avvicinate al genere della fantascienza, per far sì che questa fantasia, questa realtà diversa, rimanga ben presente. Dinanzi a questo tipo di scrittura, negli Stati Uniti le donne ricevono messaggi molto confusi e controversi: la società si aspetta alcune cose dalle scrittrici, e questo spesso lo dicono gli editori, ma le donne ora iniziano a scrivere di altri temi, e non sempre la loro produzione è ben accolta».

Veronica Raimo: «Le parole di Le Guin, che auspicano che nel futuro si dia ascolto a voci storicamente emarginate e inascoltate, prima di tutto le voci delle donne, ma sopratutto di donne appartenenti a minoranze etniche e sociali, si inseriscono nella nuova prospettiva del “femminismo intersezionale”, un femminismo che prende coscienza delle discriminazioni interne alla discriminazione di genere. È indiscutibilmente vero che una donna nera subisce più discriminazioni di una donna bianca. Le Guin agisce, anche nella realtà, in modo molto consapevole nel sostenere le sue posizioni: penso ad una intervista che rilasciò dopo che venne fatta la trasposizione del film tratto dal romanzo “Il Mago”, nella quale informa che il proprio ruolo di consulente nella produzione cinematografica venne progressivamente messo da parte. Il protagonista infatti era descritto come un uomo dalla pelle rossiccia, mentre nella scelta del cast si optò per un americano biondo con gli occhi azzurri. Può sembrare un accanimento pedante rimarcare questa forte differenza tra il personaggio del libro e l’attore scelto. Invece secondo me quando veniamo accusati di pedanteria per questioni di correttezza politica credo che la vera pedanteria consista proprio nel continuare a difendere un immaginario hollywoodiano dove tutte le persone hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi quando l’immaginario da sovvertire è proprio quello! La grande lezione di Ursula Le Guin è quella di tentare di convertire e di superare gli immaginari, quella di insistere nell’affermare ciò che non funziona, quella di continuare “a rompere le scatole”. I discorsi paratestuali rispetto al suo lavoro sono una testimonianza del suo personale modo di agire, non da scrittrice ma da persona, da femminista, che dovremmo tenere presente e rivendicare, perché non è vero che le cose non si possono cambiare. La sua idea di far parlare le voci inascoltate è l’idea di far parlare gli oppressi, perché gli oppressi rappresentano sempre di più la società qual è realmente».

Nicoletta Vallorani: «Forse non è un caso se tanta fantascienza americana dagli anni ’70 in avanti tratti entusiasticamente anche di tematiche riferibili ad alcune minoranze, consentendo così una ricostruzione della storia americana e una ricostruzione dello schiavismo, il quale viene proposto anche all’interno di un contesto fantascientifico. Quello è un momento storicamente e politicamente privilegiato dove è più consequenziale – non facile, perché non lo è mai – per uno scrittore identificare nella fantascienza un ruolo sociale che non consiste solo nella scrittura ma anche nelle creazione di relazioni. La fantascienza è un genere letterario che ha questa flessibilità, ovvero la possibilità di raccogliere dentro un immaginario metaforico una tensione verso la libertà e la possibilità di dar spazio a delle voci inascoltate. Alessandro Portelli, storico e americanista, ci ricorda però che le minoranze hanno una loro voce: siamo noi che dovremmo sforzarci di ascoltarla. Con Ursula Le Guin quella voce è ascoltata». (Le foto sono di Rafael Alves)

Un pensiero su “Femminismo e fantascienza, Le Guin supera gli immaginari

  1. Avatar
    giorgio raffaelli dice:

    Innanzitutto grazie per questo ottimo resoconto dell’incontro di sabato.
    Per approfondire il tema di come si sia evoluta la situazione delle autrici di fantascienza all’interno del genere mi permetto di postare il link alla trascrizione dell’intervento di Tricia Sullivan a Stranimondi. Tricia Sullivan, per quanto pressoché sconosciuta in Italia, è una delle autrici più interessanti della scena anglosassone, e il suo Selezione naturale un testo molto importante per come incrocia femminismo, scrittura pop e fantascienza: http://www.zona42.it/wordpress/ohm-e-carburatori-tricia-sullivan-a-stranimondi/

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