Lídia Jorge, il sogno gradevole della rivoluzione

Arriva in Italia, grazie alle edizioni dell’Urogallo, “I memorabili” di una delle più influenti autrici lusitane di oggi: il romanzo restituisce il sentimento di un’epoca oltre la supposta verità storica dei fatti, attraverso le ricerche di una ex reporter di guerra per un documentario sulla rivoluzione dei garofani

Lídia Jorge è una delle scrittrici più influenti della letteratura portoghese contemporanea. Consacrata dalla critica, ritenuta dalla rivista letteraria francese LeMagazine Littéraire una delle dieci grandi voci della letteratura straniera, risorge dalle ceneri della dittatura salazariana come una folgorante rivelazione. Appartiene a quella generazione di scrittori che, a partire dalla rivoluzione del 25 aprile 1974, si fanno testimoni dell’oppressione subita durante gli anni bui dello “Estado Novo” di António de Oliviera Salazar e degli effetti nefasti della sanguinaria colonizzazione africana. Con l’abolizione della censura la letteratura portoghese poté esprimersi liberamente dopo quasi mezzo secolo di silenzio forzato dando vita ad un movimento artistico di straordinaria intensità e di cui ben poche letterature nazionali possono vantarsi. Scrittori e scrittrici, tra cui João de Melo, José Cardo Pires, Almeida Faria, Antonio Lobo Antunes, Teolinda Gersão, Helena Marques, Maria Velho da Costa, solo per citare alcuni nomi, lavorano mediante una trasfigurazione
del dato storico reale, analizzato nell’ottica del proprio vissuto soggettivo, restituendo una coscienza storica della nazione*.

Ricordarsi di ricordare

Lídia Jorge scrive per non dimenticare i fatti del 25 aprile, scrive per ricordarsi di ricordare prima che sia troppo tardi, scrive perché il ricordo ha una relazione diretta con il nostro presente e può contribuire a rinnovare il nostro futuro. «Non scrivo mai nulla di storico», dichiara in un’intervista per la Revista Desassossego (dicembre 2012) «ma scrivo di ciò che diventa storico». Con queste poche, sicure parole la scrittrice tratteggia la meticolosa ricerca del fatto storico non nella sua cristallizzazione ad opera della storia ufficiale quanto piuttosto nella sua rielaborazione da parte dei soggetti protagonisti di quella specifica realtà. La narrativa jorgiana non vuole essere un resoconto veritiero e incontestabile, una lettura piana e unidirezionale; l’autrice conduce il lettore a ripetute contraddizioni e biforcazioni, a piani temporali sovrapposti, a innesti di finzione in mondi reali, a una complessità che lascia spazio a riflessioni sulle possibili interpretazioni che possiamo fornire di un fatto storico così come alla critica del contesto storico e sociale.
A quarant’anni dalla rivoluzione, quattro anni fa, Lídia Jorge ha pubblicato I memorabili (352 pagine, 18 euro), tradotto da Marco Bucaioni e ora pubblicato dalle edizioni dell’Urogallo – in cui torna a ribadire l’urgenza di ricordare.

La storia si sveglia

La protagonista Ana Maria Machado, reporter di guerra della CBS e figlia del noto giornalista portoghese António Machado, è incaricata dall’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Portogallo di delineare i contenuti per il primo episodio di una serie di documentari televisivi dal titolo La storia si sveglia (A história acordada) e che sarà dedicato alla rivoluzione portoghese del 1974. La missione affidata alla protagonista è particolarmente complessa, non solo perché a lei è affidata l’apertura della trasmissione. «Se torna a Lisbona» le dice l’ex ambasciatore, «e cerca tra i piccoli sampietrini dei marciapiedi che là sono dappertutto, vedrà che trova ancora i resti di quei fiori, le uniche cartucce di cui si soccorse il suo popolo per far cadere quei vecchi tizi». I fiori citati sono i garofani rossi che i militari portoghesi appartenenti al Movimento delle Forze Armate infilarono nelle canne dei loro fucili durante l’attacco non violento, passati poi alla storia come simbolo della rivoluzione e della democrazia portoghese. Ciò che si richiede, dunque, è una ricerca delle tracce di quel processo di trasformazione, una ricerca di ciò che oggi rimane di quei gesti eroici per poter cogliere appieno il significato degli eventi iniziali che hanno dato origine ad un’azione collettiva che ha impiegato oltre cinquemila uomini.

La narratrice declinata in diversi ruoli

All’inizio del romanzo, dopo una breve descrizione in terza persona dell’incontro tra la giornalista e l’ambasciatore, è una voce in prima persona a prendere il sopravvento, rivelando che quella «she» di cui si parla è un «io». La narratrice si riferisce a se stessa come ad un soggetto altro da se stessa e anticipa così la sua declinazione in diversi ruoli nel corso del romanzo: giornalista, cittadina portoghese e figlia con un passato e una storia personale. Mentre fuori dal palazzo dell’ex ambasciatore a Washington una raffica di neve nasconde la città sotto un biancore indistinto, simbolo perfetto dell’oblio, Ana Maria Machado sa che non può dimenticare e che in quanto giornalista deve fare quanto le è possibile per impedire che la storia venga dimenticata. Alcuni segnali di allerta le confermano che i ricordi sono un materiale deperibile. «L’ex ambasciatore voleva ricordarsi il nome dei fiori che i portoghesi nel settantaquattro avevano infilato nelle canne dei fucili e non gli veniva in mente. Chiese: “Già, come si chiamavano quei fiori?” Nessuno di noi se lo ricordava».

Viaggio al cuore della Fabula

Ana Maria sa bene da dove cominciare. Una foto incorniciata che il padre conserva sopra uno scaffale polveroso nella sua casa a Lisbona, scattata in un ristorante tipico portoghese di nome “Memories”, ritrae i protagonisti della rivoluzione, i memorabili, tra cui il padre e la madre di Ana Maria, a pochi mesi dall’attacco, nell’agosto del 1975. Insieme a due amici dell’Università parte alla ricerca delle persone ritratte che hanno fatto la storia del paese: a loro il compito di rendere tridimensionali figure sepolte in un
passato quasi dimenticato. Gli eventi della rivoluzione sono indicati con il termine significativo di Fabula e la trama che segue si rivela sotto forma di un viaggio alla ricerca del «cuore della Fabula», di quel cuore pulsante dei fatti i quali si delineano sempre più chiaramente grazie allo studio dell’attività trasfiguratrice del tempo quale si rivela nel bilancio che i memorabili forniranno delle vicende rivoluzionarie a oltre quarant’anni da quel vente e cinco de abril. Di Fabula dunque si parla e non di Storia, di trasfigurazione del reale che diventa mitologia.
«I memorabili parlano di un’altra verità. È un libro sulla mitologia dei fatti e non sulla storia dei fatti”»
(Lídia Jorge).

Il romanzo I memorabili di Lídia Jorge la forza di un’opera che ricostruisce una memoria storica collettiva, è una storia in cui la letteratura riesce a restituire il sentimento di un’epoca oltre la supposta verità storica dei fatti, indagando uno spazio che si moltiplica e si relativizza, riflesso di una memoria altrettanto sfaccettata e frammentaria eppure preziosa perché alla mezzanotte di quel 25 aprile del 1974 la storia diventa “sogno gradevole, e può essere così pacificante che vale la pena svegliarsi e tentare in tutti i modi di conservare l’immagine perché non svanisca”.

* E. Lourenço, O canto do signo. Existência e Literatura (1957 – 1993), Editorial Presença, Lisboa, 1 1994; Sob o vermelho dos cravos de abril – Literatura e revolução no Portugal contemporâneo, Revista Letras, n. 64, pp. 15-32, Editora UFPR, Curitiba, 2004.

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