Cibrario e il Risorgimento: “La mia eroina, straniera come me”

La vincitrice del Campiello nel 2008, torna con “Il rumore del mondo”, protagonista la giovanissima inglese Anne, che arriva in Italia negli anni Trenta dell’Ottocento: “La letteratura è una macchina del tempo, un sogno, so di aver scritto un romanzo lontano dai canoni attuali e che chiede impegno al lettore, è una lettura non frettolosa e piacevole. L’approdo a Mondadori da Feltrinelli? Comunque una scelta di fedeltà. ho seguito Rollo”

L’Italia che non è ancora Italia, un matrimonio infelice, l’emancipazione di una giovanissima inglese, Anne, gli anni che prepararono l’unità politica della penisola. Un’architettura vasta e una trama difficilmente sintetizzabile in poche righe. Una delle signore della letteratura italiana, Benedetta Cibrario, fiorentina di nascita, cresciuta in Piemonte e residente in Inghilterra – premio Campiello nel 2008 col romanzo d’esordio, Rossovermiglio – è tornata, a sette anni dal precedente, a pubblicare un romanzo, stavolta per Mondadori, con la lingua alta e articolata che la contraddistingue da sempre, Il rumore del mondo (756 pagine, 22 euro). Mole importante, più che dimezzata rispetto a certe stime («Avessi seguito certi personaggi a Napoli e in Sicilia – fa notare la stessa Cibrario – avrei anche potuto toccare le duemila pagine»).

Cibrario, ha scritto un romanzone risorgimentale con mille rivoli di storie, che non annoia mai, anzi. Chiede ai lettori un impegno ben ripagato. Difficile proporre un romanzo storico ai tempi degli smartphone?

«E ai tempi di certe meravigliose serie tv. In un mondo in cui si galoppa e si corre sempre, il mio è un romanzo da leggere senza fretta, senza faticare però. Leggere impegna tutte le zone del cervello, ma con questa storia non volevo certo stancare, anzi regalare un “luogo” dove stare piacevolmente. Dai primi commenti dei lettori sembra che ci sia riuscita. Ho voluto andare in controtendenza, in Italia non si pubblicano molte cose del genere, anche se parlare di romanzo storico è un po’ generalizzare. In Inghilterra, dove vivo, nessuno si sognerebbe di dire che quelli di Antonia Susan Byatt sono romanzi storici…».

La storia è ottocentesca, ma raccontata anche in forme postmoderne. Scelta precisa?

«È un romanzo che sa, per così dire, che esiste tutta la letteratura contemporanea, e s’avvale di una scrittura anche cinematografica. Nella narrazione faccio un passo indietro, fingendo anche di non sapere come andrà a finire. Se pensiamo a certa tradizione, sia Tomasi di Lampedusa che Alessandro Manzoni sono molto presenti, dal punto di vista della personalità, nei loro romanzi. Per dire, ne I promessi sposi, la cosa più importante è questo incredibile lombardo, colto, ironico e pieno di idee, che lascia quasi in secondo piano la storia di Renzo e Lucia».

Se dovesse riassumere Il rumore del mondo in poche parole, cosa direbbe?

«Mi piace pensarlo come una storia familiare, con alcuni personaggi inglesi e italiani immersi nella loro vita quotidiana, quella che per loro era cronaca e per noi storia, e in rapporto al mondo che cambia»

Racconta un’epoca cruciale, un periodo storico poco battuto dai suoi colleghi (felici eccezioni Alessandro Mari, con Troppa umana speranza e Isidoro Meli, con Attìa e la guerra dei gobbi). Perché ha scelto il Risorgimento?

«Grazie a Lampedusa sappiamo cosa successe quando l’Italia era stata fatta, a me interessava scrivere del decennio 1838-1848. Volevo sapere se ero capace di scrivere una storia ambientata in un periodo studiato a scuola come una sfilza di date e dettagli noiosi. Ho studiato, mi sono preparata, ho fatto ricerche, con l’intento di alleggerire la lettura, non di appesantirla, per far sentire i personaggi quanto più possibile vicini ai lettori. La letteratura è una fantastica macchina del tempo, una specie di meraviglioso sogno e uno dei suoi incanti è ricostruire il verosimile, più che la realtà».

Ha scritto un romanzo corale con alcune figure femminili molto forti, c’è la storia di un amore infelice, perfino una lettera mai spedita. Pensa che gli scrittori veri siano capaci di raccontarci storie vecchie, vecchissime, ma in un modo così nuovo, da farci dimenticare di averele già sentite altrove?

«Non so. Credo che l’essenza stessa del raccontare risieda prima di tutto nell’intrecciare storie umane. Nel mio caso sono anche intrecciate alla Storia con la s maiuscola. E che alla fine le storie degli individui consistano in speranze, illusioni, difficoltà nella vita matrimoniale o di coppia, incontri, amicizie, percorsi di emancipazione, reazioni di fronte alle difficoltà».

Se si guarda alla produzione letteraria italiana degli ultimi decenni, è facile pensare che tuffarsi nel cuore dell’Ottocento è più complicato che scrivere della seconda guerra mondiale…

«Forse perchè quell’esperienza bellica degli anni Quaranta è terribilmente vicina, sono in tanti ad avere avuto un nonno o un bisnonno in guerra, o vittima delle leggi razziali, o caduto nella campagna di Russia. Sono consapevole di aver scritto un romanzo poco comune nel panorma attuale, tanto più con una lingua alta, ma ritengo che in letteratura ci sia spazio per tutti».

Individua qualche compagno di viaggio fra chi scrive romanzi?

«Senza paragonarmi a nessuno, ho sempre guardato con attenzione ad alcune grandi scrittrici italiane del passato, che si sono misurate con il racconto storico, penso ad Anna Banti, a Natalia Ginzburg, ad Anna Maria Ortese. E poi, guardando oltre l’Italia, alla Byatt e a certe cose della Yourcenar. Questo non significa che io legga solo cose del genere. Ho da poco finito Addio Fantasmi di Nadia Terranova e mi è piaciuto moltissimo».

Ha trovato analogie fra l’epoca risorgimentale e il presente?

«C’erano tantissimi giovani, penso ai volontari delle guerre d’indipendenza. Si immaginava un futuro diverso, c’erano entusiasmo e passione politica, io, che sono nata nel 1962, non ne avevo così tanta, e mi ha fatto una certa impressione ritrovarne in uomini e donne di quattro, cinque generazioni fa. Una strana vicinanza con il presente è la presenza di cambiamenti epocali in tempi brevissimi. Ora cerchiamo di stare al passo di internet, allora c’erano novità velocissime, che riguardavano meccanica, agricoltura, giornali, vapore, elettricità, ferrovie. C’era consapevolezza della rapida metamorfosi del mondo, ma non tutti sapevano gestire l’accelerazione verso il futuro. Anche allora, poi, c’erano scambi internazionali e un certo confronto fra generazioni, come quello fra Anne, una ragazzina, e suo suocero, due mondi diversi, eppure capaci di avvicinarsi».

Era forse da un po’ che un romanzo italiano non aveva una protagonista femminile, anche se inglese, così forte…

«Vivo a Londra e ho sperimentato su me stessa le difficoltà di essere straniera, sperimentando la grande differenza a livello di lingua e di cultura. Ho provato a rovesciare le cose, scrivendo di una donna inglese catapultatata in una realtà completamente diversa. Mi sono domandata assieme a lei quanto può mancare la propria terra, quanto è difficile comprendere la lingua e gli usi di un nuovo luogo. Se, come spero, Anne è un personaggio particolarmente riuscito probabilmente è perché ho sperimentato sulla mia pelle certe sue difficoltà, una verità che va al di là dell’immaginazione, quella di sentirsi stranieri».

Dal suo osservatorio londinese cosa può dire a proposito dell’Italia? Cioé che tipo ti attenzione c’è oOltremanica per la cultura italiana?

«Gli inglesi ci amano moltissimo, ci hanno sempre amati, hanno un enorme rispetto per la nostra cultura. C’è una lunga tradizione d’amore e di scambi con il nostro Paese, ci rispettano come grandissimi lavoratori. La metropoli cosmopolita che oggi è Londra è stata fatta anche grazie agli italiani, ai francesi, ai polacchi. Gli inglesi sono commercianti nati, ma se Londra è quello che è lo deve alla valanga di stranieri che sono arrivati. Naturalmente fuori dall’area londinese ci sono realtà in cui è alto il disinteresse non per l’Italia, ma per il resto del mondo».

Dopo tre romanzi con Feltrinelli ha cambiato editore, approdando a Mondadori. Quale è la spiegazione?

«Alberto Rollo (storico direttore editoriale della Feltrinelli, ndr) è la prima persona a cui ho fatto leggere, nel 2015 quello che sarebbe diventato Il rumore del mondo. Stiamo parlando di una stella di prima grandezza nel suo campo, che mi incoraggiò, dicendomi che avevo posto le basi per un grande romanzo, nonostante avessi scritto solo una ventina di pagine. Sono arrivata tardi a questo mestiere e devo molto a lui e alla palermitana Giovanna Salvia (editor alla Feltrinelli), che hanno creduto in me, come tutta la casa editrice, a cominciare da una donna meravigliosa come Inge Feltrinelli. L’editore promosse il libro di una perfetta sconosciuta, che forse non avrebbe scritto più, e quel sostegno culminò nel successo al premio Campiello. Negli anni si è stabilità un’affinità fra me e Rollo, soprattutto nel concepire la letteratura e, pur se era abbastanza naturale per me proporre il nuovo romanzo al mio storico editore, dentro di me pensavo che se fosse arrivata un’offerta da Mondadori (dove Rollo è consulente, ndr) avrei seguito Alberto. Un editor bravo è il perfetto complice dell’autore. Lui è un individuo di grande correttezza e non mi avrebbe mai portato via, ma si sono create le condizioni, per questa nuova avventura, che è stata comunque una scelta di fedeltà». (Questo articolo è stato pubblicato in forma ridotta sul Giornale di Sicilia)

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