C’è del sacro in… Vladimir Propp

Si pensa che un saggio possa annoiare, e che la narrativa invece coinvolga di più. Ma cosa succede quando un saggio racconta il racconto? Il formalista russo Vladimir Propp studiò sinotticamente le fiabe, ne comprese l’indole ancestrale, che rispondeva alle caratteristiche del “mito”, isolò le funzioni del testo, ovvero la sistematicità narrativa nella quale si trovavano i diversi personaggi: questa ricerca sui significati delle cose, come ogni altra, è sempre un percorso sacro

C’era un volta… «Un Re!», diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Sono queste le parole con cui Carlo Collodi comincia il suo Pinocchio.
Parole che… in due parole: 1 – sdrammatizzano l’ansia tutta letteraria del dover cominciare un libro con la formula giusta; 2 – ironizzano sulla obbligatoria presenza di un “re” che tutti i bambini si aspettano da una fiaba; 3 – introducono immediatamente il protagonista senza svelarlo; 4 – traducono, in un guizzo di genialità forse inconsapevole, una semplice realizzazione narrativa in un processo metalinguistico.
Sì, perché Collodi, cominciando la sua fiaba, parla della struttura di una fiaba: ne rivela un ingranaggio che, nella fattispecie, dovrebbe essere proprio quello del “re”. E il fatto che tutti se lo aspettino è da attribuire proprio al fatto che, nella matematica delle narrazioni fiabesche, un “re” rappresenta proprio una “funzione”, senza la quale il calcolo narrativo non potrebbe, appunto, funzionare.

Cercare a tutti i costi un re

Ricordo che, quando per la prima volta lessi quelle righe, ebbi l’intima impressione che l’autore volesse in effetti parlare proprio di questo re, solo che per capire tutto di lui bisognava passare per forza da quel pezzo di legno.
Ovvio che a otto anni non avevo ancora sentito parlare (fortunatamente) né di strutturalismo né di formalismo. Però capii subito, come per un’intuizione, che l’intento di Collodi non era solo quello di raccontarmi una storia, ma di coinvolgermi dentro quella storia, dando un ruolo anche a me che leggevo. Insomma, quel “diranno subito i miei piccoli lettori” mi destabilizzò. Mi sentii scoperto (pensa, lettor, se io mi sconfortai…) ma anche importante. Ed anche se non avevo affatto pensato all’eventuale presenza di un “re”, quel “no, ragazzi, avete sbagliato”, mi fece percepire l’errore di tanti altri piccoli lettori come se fosse stato il mio. A pensarci bene, forse anch’io avevo cercato un “re” a tutti i costi, magari non in quella storia, ma in qualche altro luogo, senza accorgermi che avrei dovuto fare attenzione ad altri particolari. Ecco perché, un istante dopo, la presentazione di quel pezzo di legno attirò tutta la mia curiosità.
Ecco perché compresi istintivamente di non conoscere nulla di quella nuova storia se non appunto un pezzo di legno: scandalo per qualunque “sacro” autore; stoltezza per ogni “grande” lettore. Ma per noi bambini fu una realizzante sorpresa.

L’immaginazione come strumento scientifico

Poco sopra si faceva riferimento sia ad una certa matematica delle narrazioni fiabesche, sia pure a quelle correnti denominate strutturalismo e formalismo. In che modo il primo concetto ha a che vedere con gli altri due? La risposta passa necessariamente dal personaggio a cui è dedicato questo articolo, oggi protagonista di questa rubrica sul sacro.

Vladimir Jakovlevič Propp, uno studioso teutorusso di antropologia e linguistica, che durante il XX secolo ha lasciato, sul vasto campo della critica letteraria del Novecento, i solchi profondi delle sue intuizioni. Scoperte che, se vogliamo, non ci sarebbero state senza la sua incondizionata fiducia nei confronti dell’immaginazione come strumento scientifico. In altre parole, se Propp non avesse deciso di dar seguito a ciò che la sua immaginazione aveva acutamente raccolto dalle sue comparazioni e dalle sue sinossi, forse non sarebbe arrivato a certe conclusioni che oggi appaiono molto di più fondate di quanto non sembrassero ai tempi in cui egli ne parlò per la prima volta. La comunità strutturalista infatti, abituata alla scomposizione autoptica dei testi e alla loro analisi elementare, mal tollerava che in un tempo come quello, in cui la critica aveva senz’altro bisogno di strumenti di indagine ancora più affilati ed appuntiti, un linguista come Propp si ostinasse invece a considerare un testo nel suo insieme, come un organismo vivo, senza rinunciare alla sua natura formale e comunicativa.

Formalismo vs strutturalismo

Insomma, mentre lo strutturalismo di Strauss e di Barthes dava la precedenza agli elementi molecolari di un racconto, ricostruendo attraverso di essi una genetica di tipo linguistico che riconducesse in un secondo momento ad una visione d’insieme, il formalismo di Propp procedeva in senso precisamente opposto: il racconto veniva preso per ciò che era, così, come si mostrava in un preciso ritaglio di tempo e di spazio, e veniva analizzato a partire dalla sua forma ultima (ultima rispetto ad un’evoluzione storica del racconto stesso), affinché da questa si potesse comprendere successivamente la natura dei suoi costituenti narrativi.

Per Propp un testo era innanzitutto un’istanza culturale; uno specchio, cioè, capace di riflettere così com’era le immagini del suo tempo e del luogo geografico in cui queste immagini si erano moltiplicate. Senza questo approccio formale, senza questo soffermarsi innanzitutto sul visus del testo, era impossibile secondo lui risalire alla sua essenza valoriale.

Per farla breve, si trattava sempre della solita bipartizione analitica: da un lato l’approccio diacronico dello Strutturalismo e dall’altro quello sincronico del Formalismo di Propp.

Per capirci… Facciamo finta che invece di un racconto ci sia un uomo. E di quest’uomo si voglia comprendere com’è fatto. Lo strutturalista prenderebbe quest’uomo e lo metterebbe su un tavolo operatorio. E dopo un accenno di anestesia psicanalitica lo aprirebbe, eviscerandolo, tirandogli fuori ogni organo e studiandolo per benino su un tavolo a parte. Alla fine, dopo aver compreso di cosa era fatto quell’uomo, rimetterebbe ogni organo al proprio posto e si accorgerebbe che l’uomo… è morto, cioè non è più in grado di comunicare. Il formalista, invece, si metterebbe a parlare con quell’uomo; gli chiederebbe dove ha vissuto, cosa ha fatto nella sua vita, quali esperienze hanno caratterizzato la sua esistenza e soprattutto con quali altri uomini è entrato a contatto e cosa ha mangiato negli ultimi anni. E da lì cercherebbe di capire com’è fatto. Forse alla fine il formalista non potrà calcolare con precisa esattezza il peso di ogni singolo organo… ma il suo uomo sarebbe ancora vivo, ancora capace di comunicare.

Per l’appunto. Propp non voleva correre il rischio di “ammazzare” gli oggetti del suo studio; non voleva che, prescindendo dalla vita propria di un racconto, si dovesse a tutti i costi fare a pezzi il testo, impedendogli di continuare a parlare, raccontare, comunicare la sua storia. Propp nutriva, nei confronti dei suoi oggetti letterari di indagine critica, un sacro rispetto per la loro “vita culturale”. Pertanto preferiva interrogarli anziché smembrarli. E se qualche amputazione andava fatta, ciò si svolgeva senza mai ledere organi vitali.

Proprio così fece con le fiabe, che divennero la sua appassionata materia di studio.

L’antropologia come terra promessa

Propp insegnava tedesco e conosceva il russo, e la sua conoscenza di queste lingue era quella di un linguista, non solo di un docente di lingua. È un po’ la stessa differenza che passa tra il professore di filosofia e il filosofo; o tra quello di musica e il musicista. Propp si trovò così beatamente incastrato tra i meccanismi di quelle lingue da dover compiere necessariamente il salto di qualità: si spostò dalla lingua (dal segno) alla cultura che l’aveva generata (al significante), per poter afferrare il senso di ciò che quella cultura intendeva comunicare (il significato).

Fu a questo punto della sua vita che passò dalla linguistica all’antropologia.

Che strana disciplina l’antropologia… C’è chi la sceglie come indirizzo accademico fin dall’età di diciotto anni, e chi ci arriva a cinquanta, come in una terra promessa! C’è chi sceglie di fare l’antropologo, e chi si accorge di esserlo diventato! A Propp dovette capitare qualcosa del genere.

E scelse le fiabe, questi racconti “per bambini”.

Si dice che… i bambini sono lo specchio dei genitori. Ora, se l’equazione è valida anche nella prospettiva delle relative realizzazioni linguistiche, allora anche i racconti per bambini sono lo specchio dell’insieme valoriale onnicomprensivo di cui è composto un organismo sociale umano. Per intenderci, se a un milione di bambini viene raccontata la fiaba di Cappuccetto Rosso, che comincia con la raccomandazione della mamma, continua con l’inganno del lupo, e finisce con la liberazione di nonna e bimba operata dal cacciatore, possiamo nutrire una quasi certezza nel fatto che i genitori, i maestri, e gli educatori di quei bambini “credano” nei valori dell’educazione, nel rischio del traviamento, e nella speranza della salvezza. Potrebbero crederci perché “raccontano” e “trasmettono” questi valori attraverso la fiaba, divenuta un contenitore culturale. Al contrario, una società che non raccontasse più questa fiaba, avrebbe forse dimenticato i suddetti elementi di valore, o li avrebbe messi da parte, o ne avrebbe trovati di altri.

La crisi narrativa di una generazione

Si comprende facilmente, da questo breve passaggio, quanto grande fu l’intuizione di Propp. E quanto la sua ricerca di settore fu essenzialmente un nobilissimo atto di indagine sul sostrato culturale del suo spazio e del suo tempo di esistenza. Un servizio svolto a favore della sua generazione, che si trovava a raccontare delle fiabe correndo il rischio di non sapere cosa raccontava. La crisi narrativa di una generazione! La crisi madre da cui principiano le altre. Perché perdendo un contenitore si perde anche il contenuto.

Lui invece prese queste fiabe, le mise in sinossi confrontandole con racconti analoghi provenienti da spazi geografici più o meno vicini, le collocò sul loro piano naturale di origine, e ne comprese l’indole ancestrale, che a nient’altro rispondeva se non alle caratteristiche del “mito”.

Fatto ciò riuscì ad isolare, senza autopsie a tutti i costi, le “funzioni” del testo fiabesco, ovvero la sistematicità narrativa nella quale si trovavano i diversi personaggi, messi lì ad occupare un preciso ruolo che, nel meccanismo complessivo della fiaba, doveva rispondere a delle esigenze precise di realizzazione valoriale: ogni personaggio, inquadrato secondo il proprio ruolo, aveva questa o quella funzione; rispondeva ad una dinamica precisa attraverso la quale la fiaba poteva comportarsi secondo il fine per cui, secolo dopo secolo, si era cristallizzata in un preciso racconto avente un intero popolo per autore. La stessa fiaba, raccontata un secolo prima, possedeva un testo diverso, diversi personaggi, e talvolta una differente organizzazione degli eventi. Perché la società di un secolo prima aveva necessità valoriali differenti, e il racconto rispondeva a quelle necessità. Allo stesso modo, però, capitava che fiabe diverse mostrassero personaggi simili, i cui ruoli risultavano analoghi nonostante le differenziazione della trama; e questo significava che quella determinata cultura necessitava di questi “personaggi”, perché erano gli unici a poter assolvere a certe funzioni.

Tutto questo Propp lo comprese non smembrando le singole fiabe nei loro costituenti, ma riducendo più fiabe ad un nucleo narrativo condivisibile, ai “minimi termini” narrativi di un canovaccio antecedente ad ognuna di esse. In tal modo riuscì ad identificare una struttura narrativa di base. Insomma, agì secondo l’antico principio del genere prossimo e della differenza specifica, di aristotelica memoria. Accostava le fiabe, l’una all’altra, e dopo aver rimosso le differenze specifiche di trama, di sceneggiatura, di sfondo narrativo, le riconduceva al loro genere prossimo. E così ne individuava il fine comune, e le comuni funzioni. E da queste funzioni risaliva poi all’universo dei valori che le aveva partorite come espressioni di necessità conservativa.

Cos’è la ricerca sui significati delle cose

Il suo testo più famoso, Morfologia della Fiaba (244 pagine, 15 euro) edito nella Piccola Biblioteca Einaudi, rappresenta solo il punto di partenza per coloro che volessero avventurarsi alla scoperta di una saggistica stimolante e ben “raccontata”, dove davvero è possibile scoprire tante cose interessanti su cosa ci sia dietro un semplice… raccontino per bambini. Letto questo, c’è poi tutto un universo di pubblicazioni simili (dello stesso autore e di altri) che potrebbero rappresentare un gradito momento di pausa tra la lettura di un romanzo e l’altra. Normalmente si pensa che un saggio possa annoiare, e che la narrativa invece coinvolga di più. Ma cosa succede quando un saggio racconta il racconto? Benvenuti nell’Altroquando multidimensionale metalinguistico, dove si racconta come si racconta! Dove la lingua gioca con se stessa e, tendendoci le sue bellissime trappole, si rivela capace di cose straordinarie!

No, non è vero che un saggio debba necessariamente annoiare. Anzi, se è quello giusto può far venire ancor più voglia di leggere! Un “saggio” in effetti fa proprio questo… Fa venir voglia di “sapere”. E Propp, a modo suo, lo è stato: non ha mai smesso di voler imparare, e non ha mai rinunciato a raccontare. Per questo c’è del sacro anche in lui, perché non gli bastò l’evento visibile ed efficace (quasi sacramentale) della fiaba, ma volle capire il senso capace di renderla un “testo vivo”. Una ricerca sui significati delle cose è sempre un percorso sacro.

E chissà che probabilmente non gli sia capitata tra le mani anche una delle primissime edizioni di Pinocchio… Abituato com’era a saper “ascoltare” le fiabe, a saper vedere ciò che esse sanno celare così bene dietro il velo delle parole, immagino quale reazione possa aver avuto nel leggerne le prime righe, quelle con cui si è cominciato questo articolo…

C’era un volta… «Un Re!», diranno subito i miei piccoli lettori. Sì, ragazzi, avete indovinato. Ed era lì, su un pezzo di legno.

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