Albani (reprise): “L’inutilità della letteratura? Necessaria e stimolante”

Seconda parte della conversazione con Paolo Albani, autore de “I sogni di un digiunatore”: “Il fatto che apparentemente la letteratura non serva a nulla, va intesa come una dilatazione della libertà espressiva. Un libraio, per essere competitivo, deve prevedere i libri non ancora scritti, ma che sono in procinto di esserlo, e segnalarli ai propri clienti”

Ieri abbiamo iniziato a esplorare le fantasticazioni de I sogni di un digiunatore (Exòrma, 2018) conversando con il suo autore, Paolo Albani, che abbiamo chiamato rapsodo, cucitore di storie che lasciano trapelare l’anima assurda, paradossale, insensata che costituisce la nostra realtà. Questa è la seconda parte della conversazione: un fiume incontenibile di racconti! E con Albani, infatti, parliamo di fiumi. Di fiumi, anzi di romanzi fiume, e di racconti-bonsai, e di libri che non esistono ma che basta pensarli perché diventino carta e inchiostro. Ma non voglio trattenervi oltre. Perché se l’attività letteraria, come scrive qualcuno, è davvero qualcosa di inutile, non bisogna privarsi nemmeno di un secondo di tempo utile per stare in sua compagnia e giovarsi della sua necessaria inutilità.

Albani, l’eco della voce di Giorgio Manganelli si riverbera dentro i racconti. Qual è il suo rapporto con la figura e l’opera dell’autore di Centuria? Che legame c’è con I sogni di un digiunatore?

«Scrittore visionario, fedele a un’immagine “manieristica” della letteratura come costruzione artificiosa di un mondo surreale, Manganelli mi ha sempre affascinato, in primo luogo per il suo amore per le parole. Per me che ho una lunga esperienza di testi redatti in forma di dizionario e enciclopedia, Manganelli è un punto di riferimento fondamentale, lui che ha sempre amato i dizionari e le enciclopedie, oggetti librari fra i più fascinosi, seducenti, innamorativi (sono le sue parole). Per lui l’enciclopedia resta un genere letterario vicino, come i nonsense, agli incantamenti, è magia razionalizzata. A Manganelli piaceva vagabondare per gli sterminati dormitori di parole che sono i vocabolari, dove le parole stanno ferme, si riposano, appese come pipistrelli («vipistrelli» scrive Manganelli, preferendo la variante letteraria): quando uno le chiama a voce, le parole dei dizionari si staccano e cominciano a svolazzare immergendosi nella gran luce della lingua.
I brevi racconti contenuti in Centuria, forse uno dei libri più belli di Manganelli, di sicuro il più leggibile, sono definiti dal suo autore «piccoli romanzi fiume»; si tratta in effetti di narrazioni non più lunghe di un foglio che vanno a comporre una vasta e amena biblioteca. Questi «romanzi fiume» hanno avuto un grande successo in Francia, presentati da un Prologo di Italo Calvino. In Francia esperimenti come Centuria (ovvero scrivere seguendo regole precise; nel caso di Manganelli le regole sono: 1. un racconto per foglio, scrivendo solo sul recto, mai continuare a tergo; 2. non costruire storie legate fra loro; 3. i personaggi devono essere sempre diversi; 4. ogni racconto deve avere una sua autonomia, in modo che le situazioni non si rassomiglino) si ricollegano alle ricerche dell’avanguardia francese, quali ad esempio l’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle – Opificio di Letteratura Potenziale) di Queneau e Perec.
Le affinità formali dei miei racconti con quelli di Centuria sono poca cosa, investono da un lato la brevità, cui ho già accennano; anche i miei racconti, che non a caso ho definito “racconti-bonsai”, sono brevi (non mai, tuttavia, come i «romanzi in tre righe» di Félix Fénéon); dall’altro c’è il fatto che li ho scritti dandomi una regola, per quanto debole: ne dovevo scrivere uno al mese.
Forse la vicinanza più densa della mia scrittura allo spirito manganelliano (in un rapporto allievo-maestro) sta nel gusto del paradosso, nel gioco del nonsenso, nell’umorismo leggero, nel finto filosofeggiare su aspetti in apparenza superflui, marginali dell’esperienza umana, in quell’atteggiamento che si nutre di una visione della letteratura come «sfera dell’inutile e dell’irrisorio». Se con Centuria Manganelli compone un’amena biblioteca, Calvino dal canto suo auspicava che nei nostri scaffali trovasse sempre posto una biblioteca del superfluo.
Al riguardo mi piace ricordare che I sogni di un digiunatore, uscito da Exòrma, è dentro una collana che si chiama “quisiscrivemale”, creata nell’intento di “sbarrare il passo all’omologazione dei contenuti, alle strettoie dei generi”, e che tempo fa ho pubblicato un libretto che raccoglie vari miei testi sul tema del nulla in una collana che si chiama “Piccola biblioteca di letteratura inutile”, edita dalla casa editrice Italo Svevo, e che sono anche uno degli autori che figura nel catalogo di un’altra casa editrice, Fuocofuochino, che si vanta di essere “la più povera casa editrice del mondo”, che stampa in fotocopie un numero di 11 copie a volume. Insomma, tutto questo per dire che sono contento della mia irregolare marginalità, è uno spazio letterario, o quel che è, in cui mi sento a mio agio».

Se si è veri librai – scrive nel racconto Il vero libraio –, non si dovrebbero segnalare al lettore i libri già usciti o in uscita; la bravura sta nel consigliare quelli che uno scrittore ancora deve scrivere, i libri potenziali. Potrebbe raccontarci un suo libro potenziale?

«Quello della “potenzialità” è un concetto familiare, che mi sta a cuore, essendo da tempo coinvolto, come membro dell’Oplepo (versione italiana dell’Oulipo francese), nell’esperienza della letteratura potenziale, cioè di una letteratura ancora da farsi, da scoprire in opere già esistenti o da inventare attraverso l’uso di nuove procedure linguistiche, una letteratura mossa dall’idea che la creatività, la fantasia trovano uno stimolo nel rispetto di regole, di vincoli, di costrizioni (contraintes) esplicite o nascoste, come ad esempio quella di scrivere un testo senza mai usare una determinata lettera (lipogramma). La costrizione è strumento creativo, che amplifica le possibilità di raggiungere soluzioni originali, bizzarre: l’essere “costretti” a seguire certe regole induce uno sforzo di fantasia; la costrizione non restringe l’orizzonte delle strategie narrative dello scrittore, al contrario ne allarga le “potenzialità visionarie”, come diceva Calvino, paradossalmente è “un inno alla libertà d’invenzione”, capace, alla stregua del “meccanismo più artificiale”, “di risvegliare in noi i demoni poetici più inaspettati e più segreti”.
Nel mio racconto Il vero libraio consiglio a mio amico libraio – che fra l’altro esiste davvero, gestisce una libreria indipendente a Pistoia – di segnalare ai suoi clienti, se vuole affrancarsi e cercare di battere la concorrenza delle grandi librerie, comprese quelle online, i libri che ancora un autore non ha scritto, quelli che uno scrittore non ha nemmeno pensato, ideato, ma che prima o poi sicuramente metterà in cantiere, che inizierà a scrivere in un futuro non lontano. L’esempio che faccio al mio amico libraio riguarda Emmanuel Carrère. Prima o poi Carrère scriverà qualcosa su un fatto di sangue, una storia truculenta, magari legata al fenomeno dell’immigrazione, è facile prevederlo, basta seguire attentamente la cronaca sui giornali e in televisione. A mio giudizio il vero libraio dev’essere un preveggente, un mago che sa guardare nella sfera di cristallo in cui si palesa ciò che uno scrittore ancora non ha scritto, e stai attento – avverto il mio amico libraio − uso il termine “mago” non nel senso di sciamano, di stregone, che lì siamo in odore di cialtroneria, ma nel senso di una persona che è abile nel suo campo specifico. Il mio consiglio è che un libraio, se vuole sfondare e crearsi un proprio mercato competitivo, deve prevedere i libri non ancora scritti, ma che sono in procinto di esserlo, e segnalarli ai propri clienti, per diventare nel campo della vendita di libri il Davide che vince Golia.
È una proposta assurda, irrealizzabile? Forse. Intanto mi limito a osservare che, come diceva Borges, perché un libro esista basta che sia possibile, che è all’incirca la stessa cosa di potenziale. Non c’è scrittore, o quasi, che non abbia inventato un libro, fornendoci la trama e a volte anche il nome dell’editore, il numero delle pagine e il prezzo, perfino l’esergo e alcune recensioni (il genere letterario delle “recensioni di libri inesistenti” è molto prolifico, si pensi ad esempio al bellissimo Vuoto assoluto di Stanisław Lem, un libro di quattordici recensioni a libri mai scritti). I libri immaginari potrebbero riempire gli scaffali di una libreria infinita.
Da parte mia, ho fatto un vero e proprio Libro potenziale (2017), in senso stretto. È un libro d’artista, in copia unica, che ho anche esposto in una mostra di miei libri d’artista, intitolata Ma questo è un libro?, a cura di Mara Sorrentino, Gabriele Pezzi e Dino Silvestroni, svoltasi nel Corridoio grande della Biblioteca Classense di Ravenna, nell’autunno del 2017. Il libro consiste di una teca in plexiglass, che misura 30x20x17 cm, e ha un’asticella di plastica che l’attraversa, sull’asticella sono appesi due fogli, il primo dei quali ha una scritta che riporta il nome dell’autore e il titolo del libro: «Paolo Albani DALLA PRIMA ALL’ULTIMA PAGINA. Romanzo potenziale»; in fondo alla pagina si legge il nome dell’editore e l’anno di edizione: «Edizioni Pensalo Tu / 2017». La seconda pagina ha in alto il seguente testo: «Questo volume è stato impresso / nel mese di aprile dell’anno 1990 / presso le Officine Grafiche Fratelli Stianti / di Sancasciano (Firenze)» e in fondo alla pagina si legge «Stampato in Italia – Printed in Italy». Il libro è accompagnato da queste ISTRUZIONI PER L’USO: «Le pagine comprese dalla prima all’ultima di questo libro “potenziale” sono lasciate interamente all’immaginazione del lettore. Ogni lettore è libero di impaginare e predisporre il contenuto del libro “potenziale” secondo le proprie personali aspettative e i gusti individuali. Anche la grandezza del volume è regolabile: basta far scorrere verso destra e/o verso sinistra le due pagine che compongono il libro “potenziale”, alternativamente o simultaneamente, e scegliere in questo modo la voluminosità desiderata. In via ipotetica un lettore pigro potrebbe far aderire la prima e l’ultima pagina del libro “potenziale” così da rendere nullo lo spessore del libro stesso (a parte lo spessore delle due suddette pagine) e vanificare, ovvero esaurire, in un batter d’occhio la lettura. Dato che l’asticella di scorrimento misura 20 cm, e considerando spostamenti minimi verso destra e/o verso sinistra di entrambi i fogli nell’ordine di un millimetro, le combinazioni possibili relative alla mole del libro “potenziale” sono 200. Mentre le combinazioni di spostamenti di pagina, rispetto a una data combinazione originale, raggiungono il numero di 404.010.000. Buona lettura».


Di questi tempi o ti occupi di qualcosa di utile, che accelera un po’ di più il mondo, oppure sei visto come un parassita (come è visto Brodskij nel tuo racconto Parassitismo). Allora sembra giusto chiedersi e chiederti: che posto finisce ad avere la letteratura inutile?

«Com’è noto, Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, è stato una delle prime vittime illustri del decreto del 1961 emesso dal Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, decreto intitolato: “Del rafforzamento della lotta contro le persone che rifiutano un lavoro socialmente utile e che conducono una forma di vita antisociale e parassitaria”. Nel racconto in cui parlo di questa vicenda mi chiedo, forse ingenuamente: che danno può aver creato uno come Brodskij, futuro Premio Nobel per la letteratura, alla società sovietica? La letteratura – continuo nel mio ragionamento – la si può considerare inutile, Manganelli è andato giù pesante, l’ha definita con tanti appellativi non proprio lusinghieri: ambigua, innaturale, un poco mostruosa, asociale, incorreggibile, imperfettibile, disonesta, ingiusta, diseducante, vagamente losca, cinica, ascetica e puttana, e forse la letteratura è tutte queste cose e altre ancora, d’accordo, ma stento a pensare che sia dannosa. Perché mai dannosa? E chi sarebbe il danneggiato?
La letteratura è inutile? Sull’utilità dell’inutile ha scritto un bel libro Nuccio Ordine, intitolato appunto L’utilità dell’inutile. Attraverso le riflessioni di grandi filosofi e scrittori, Ordine mostra come l’ossessione del possesso e il culto dell’utilità finiscano per inaridire lo spirito mettendo in pericolo alcuni valori fondamentali come l’arte e la creatività. In una società sempre più ingabbiata nell’utilitarismo, nel bieco rendiconto economico, l’inutilità, cioè lo svincolamento da un fine strettamente legato al profitto, diventa una risorsa positiva.
Per me l’inutilità della letteratura, ovvero il fatto che apparentemente la letteratura non serva a nulla, va intesa come una dilatazione della libertà espressiva, un incentivo alle fantasticazioni (termine coniato da Gianni Celati) nutrienti, capaci di sottrarre la scrittura alle convenzioni e al buon senso. Da questo punto di vista l’inutilità, anche in letteratura, si fa necessaria e stimolante».

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