La festa dei morti? I libri per “capire” la morte

Capolavori riconosciuti e libri da riscoprire, i volumi che si occupano di morte. Nel giorno della commemorazione dei defunti ecco la lista della redazione di LuciaLibri

“Indignazione” di Philip Roth (Einaudi)

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Si può scrivere dall’aldilà? Sì se si è Philip Roth. Al netto della considerazione che con tutti i capolavori della letteratura tutti gli autori ci parlano dall’eternità, nel caso di Indignazione, il protagonista Markus Messner, un altro degli indimenticabili personaggi del caro Philip in realtà ci parla “Sotto morfina”, come il titolo del capitolo pilota, poco prima di andarsene davvero a seguito del fatale ferimento nella guerra di Corea, nella quale, leggendo, scopriremo perché si è ritrovato a dover combattere. Markus parla della sua breve vita trascorsa, lo fa come in uno stato di trance, come nel bardo di cui parla Il libro tibetano dei morti, quello stato intermedio che forse è il vero senso della letteratura, lasciare delle tracce prima di svanire in dissolvenza, non svanendo mai”. (Simone Bachechi)

“Macbeth” di William Shakespeare

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Non solo la sete di potere è al centro del cruento Macbeth del Bardo, ma la riflessione sulla vita (e dunque sulla morte): «Domani, domani e domani, avanza a poco a poco, giorno dopo giorno, verso l’ultima sillaba del copione, e tutti i nostri ieri avranno illuminato a degli sciocchi la polverosa via della morte. Spegniti, spegniti, breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si agita su un palcoscenico per il tempo a lui assegnato, e poi nulla più s’ode: è un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla». (Arturo Bollino)

“Il libro dell’acqua e di altri specchi” di Nadeem Aslam (add)

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Un libro che racconta in maniera poetica e allo stesso tempo solida la scomparsa delle persone amate, la perdita che riduce in pezzi la vita di chi resta. I sopravvissuti ricompongono un mosaico di ricordi, sensazioni, parole, immagini per proseguire un percorso per il quale, rimasti soli, è necessario ricalibrare i punti di riferimento. La perdita come disorientamento; l’elaborazione del lutto come ritorno alla vita e raggiungimento di un nuovo precario equilibrio alla ricerca dell’amore. (Anna Caputo)

“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin (e/o)

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Violette è la custode di un cimitero, e fin qui la storia potrebbe assumere toni “in minore”, ma dentro il luogo simbolo di Cambiare l’acqua ai fiori si trova in realtà un labirinto di storie intrecciate con abilità, misteri da scoprire, personaggi che si svelano. Un romanzo che custodisce il segreto per continuare a brillare anche in mezzo al dolore più profondo. (Alessandra Chiappori)

“Rumore bianco” di Don Delillo (Einaudi)

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La paura della morte e la sua idea incombono – anche metaforicamente, sotto forma di nuvola tossica – su uno dei romanzi più noti di uno dei più famosi scrittori americani. Tra panico, curiosità e desiderio di trascenenza. (Giosuè Colomba)

“Amabili resti” di Alice Sebold (e/o)

 

Alice Sebold

L’elaborazione del lutto è qualcosa di estremamente intimo e personale: nessun dovrebbe mai permettersi di giudicare. Un thriller crudo e commovente, raccontato da un punto di vista inedito (Giovanni Di Marco)

“Morire in febbraio” di Anne-Lise Grobéty (Il dito e la luna)

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È difficile accostarsi a un libro come questo, così com’è difficile avvicinarsi ai libri dalla prosa lirica, quei libri di piccole dimensioni ma di grande umanità. Non saprei da dove partire perché temo di calpestare una terra già sconvolta da anni di saccheggi e colonizzazioni. La difesa sembra l’unica arma a disposizione, la retorica l’àncora per una salvezza scontata. Se provassi a ripulire questa terra, resterebbero probabilmente solo le parole. Niente nomi, niente giudizi (se non quelli dell’autrice), qualche ricordo, livido, sofferto, fievole come la voce della narratrice che ci accompagna in una storia in cui le cose bisogna saperle chiamare o non chiamarle affatto. Anne-Lise Grobéty narra l’amicizia tra Aude, diciottenne, poco avvezza alle cose della vita, e C. («Gabrielle C. per metà senza nome, C. e basta») trentacinquenne divorziata, intelligente, matura, affascinante, capace di gestire le cose della vita. Aude si aggrappa a questa amicizia. Ma è poi corretto chiamarla così? Si può morire senza lasciare il proprio corpo, imbrigliati in un’angoscia senza fine. «Ho forse perso molto, perdendo tutto?» si domanda Aude. Restare in vita solo attraverso i ricordi, perdendosi in un sogno che brucia giorno dopo giorno. Prima che Aude riesca a chiamare le cose con il proprio nome, prima di quella parola, un vulcano in eruzione, una tempesta che tutto trascinerà con sé, prima di tutto questo, C. le regala un libro e le scrive una frase di Mauriac al suo interno «Il giorno in cui non brucerete più d’amore, molti altri moriranno di freddo». Anne-Lise Grobéty è stata una delle scrittrici svizzere riconosciute a livello internazionale. Pour Mourir en Février (Bernard Campiche Editeur), pubblicato a diciannove anni, ha ottenuto il Premio Georges-Nicole. (Sara Durantini)

“Il campo” di Robert Seethaler (Neri Pozza)

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Nel cimitero di Paulstadt, un vecchio siede sempre sulla stessa panca e ascolta. Sono le voci dei morti che gli arrivano, improvvise come brecce nel muro del tempo, ad insegnare cosa sia la vita più che la morte. Il campo è una piccola Spoon River austriaca, fatta di prosa raffinata che si destreggia tra ventinove storie diverse. (Sara Galletti Manfroni)

“Riparare i viventi” di Maylis de Kerangal (Feltrinelli)

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Una vicenda che nessuno vorrebbe mai leggere: la morte cerebrale di un adolescente. Dall’arrivo in ospedale, al turbamento del medico che accompagna i genitori sconvolti verso una scelta difficile, ai pazienti che potrebbero ricominciare a vivere per un gesto di solidarietà, l’autrice crea un mondo che mette in campo valori universali. Un romanzo pieno di pathos, ma mai patetico, scritto con una prosa asciutta che non cede a facili sentimentalismi, ma che segue il ritmo degli eventi e mostra con forza come dalla morte può nascere la speranza. (Maria Grazia La Malfa)

“Dellamorte Dellamore” di Tiziano Sclavi (Camunia)

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Un cimitero che diventa il luogo della ricerca degli zombie e, contemporaneamente, del vero amore. A dare la caccia ai non-morti che saltano fuori in piena notte, dalle loro lapidi, e alla donna che ha amato ma da cui è stato separato dalla Morte c’è Francesco Dellamorte. È il custode del cimitero di Buffalora, è nato dalla penna di Tiziano Sclavi e ci accompagna in un horror in cui c’è un costante confronto con La Morte.  Il cognome di sua madre, da ragazza, era Dellamore. Lui è quindi Francesco Dellamorte Dellamore e in questi due cognomi risiede la chiave di una storia che ha segnato la letteratura horror italiana. (Grazia La Paglia)

“Tu notte che conduci” di Domenico Campana (Bompiani)

L’ultimo libro pubblicato da uno scrittore autentico, di qualche fama negli anni Novanta (accostato da qualcuno a Sciascia e Tomasi Lampedusa), un giallo anomalo, che ha per protagonista la nipote del protagonista di un precedente libro di Domenico Campana, L’isola delle Femmine. Un volume che non ci parla esplicitamente di morte e che inizia così: «Maria Alfonsina Tindari cominciò a morire il 21 marzo, festa dell’equinozio di primavera». Un monito in qualche modo, per non ricordarci di non cominciare a morire, se possibile, prima di morire. (Giovanni Leti)

“Il re” di Leonardo Colombati (Mondadori)

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Spesso tutto è chiaro quando è troppo tardi. Accade anche a Gianni Agnelli che, in questo romanzo breve di Colombati, comprende che la morte è imminente e ripensa a tutta l’esistenza: «Tutto il saper stare al mondo di un uomo che ha avuto ogni cosa dalla vita non ba­sta a saper morire con dignità». (Salvatore Lo Iacono)

“Mi riconosci” di Andrea Bajani (Feltrinelli)

Bajani

Al centro di Mi riconosci c’è la scomparsa di Antonio Tabucchi, maestro e amico di Bajani: una morte che non lascia dormire chi resta, che si impone in tutta la sua presenza, nella frenesia dei movimenti inconsulti, degli squilli di telefono, dell’andirivieni di taxi, dell’imbarazzo delle formalità, da fotografie parlanti e ricordi vividi. Una morte che lascia spazio anche alla vita, quella condivisa nei quattro anni di amicizia tra un giovane scrittore promettente e uno già famoso e celebrato a livello internazionale. Morte e vita sono, tuttavia, materiale di una storia che nasce a causa della letteratura e in essa si sviluppa, che ricorda tanto i dialoghi tra fantasmi dell’opera tabucchiana. (Paola Lorenzini)

“Il senso della morte” di Paul Borget (Bur)

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La Grande guerra, un ospedale in trincea: si combatte per la vita e ciò consente di comprendere anche il senso del vivere e del perire. Il tema della morte viene trattato secondo una duplice prospettiva: quella nichilista, incarnata dal medico chirurgo Michel Ortègue e quella fideista, vissuta profondamente da un soldato. Lo scrittore esplora la condizione psicologica dei due uomini: il primo tende alla paura, al timore, al nervosismo per il non senso che la stessa vita acquisisce di fronte al nulla del dopo; il soldato è sereno, fiducioso in ciò che lo attende nella vita ultraterrena e, grazie a tale fiducia, affronta sereno anche dolore e sofferenza. Da qui da parte dell’autore la critica dell’eutanasia, come negazione della stessa natura umana. (Francesca Luzzio)

“Il gatto in un appartamento vuoto” di Wislawa Szymborska

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Sulla dimensione del lutto, più che un libro, mi piacerebbe consigliare una poesia che ha lo spessore di un libro intero. La poesia è Il gatto in un appartamento vuoto di Wisława Szymborska. E descrive, con sublime nostalgia, il tema del «fuori posto»: quando un nostro caro muore, in casa tutto sembra fuori posto, tutto sembra diverso, anche se non è cambiato nulla, nulla è stato spostato. Solo un gatto, solo chi ama davvero, può accorgersene. (Marco Marino)

“Le metamorfosi” di Ovidio (Einaudi)

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Ri-Leggiamo Ovidio: credenti e non credenti. Anche se pensiamo che la morte sia la fine di tutto, troveremo conforto nella lettura delle Metamorfosi. Miti e leggende in versi cantano che tutto è mutevole e non muore, piuttosto diventa qualcos’altro. Ma il tema centrale non era l’amore? Certo. Ma cos’è l’amore se non la forza che trasforma tutte le cose? (Maria Chiara Mazzariol)

“Livelli di vita” di Julian Barnes (Einaudi)

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Livelli di vita è un nome buffo per un libro che racconta – soprattutto – di morte, e forse questo è uno dei motivi più importanti per leggerlo. Tra ricostruzione storica, finzione romanzesca e memoir, Barnes ci conduce dai viaggi in mongolfiera sino alla profondità degli abissi dell’io, in quel dolore travolgente che provoca la morte della persona che si ama più di ogni altra cosa. Ne viene fuori un libro intenso, soffocante e liberatorio allo stesso tempo, che condensa, in pochissime pagine, tutto il senso di una catarsi. (Rebecca Molea)

“L’anno del pensiero magico” di Joan Didion (Il Saggiatore)

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«Il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci arriva». Il due novembre e il tempo pandemico attuale sono, in un certo qual modo e ciascuno alla sua maniera, luoghi di dolore. Si sovrappongono fino quasi a coincidere, nella necessità di trovare una strategia della sopportazione. L’anno del pensiero magico, tradotto da Vincenzo Mantovani per Il Saggiatore, scritto da Joan Didion dopo la morte del marito John Gregory Dunne, può essere un ottimo sostegno terapeutico contro entrambi i dolori: quello per la mancanza di una persona cara, lancinante o malinconico a secondo della lontananza temporale, e quello “nuovo”, metaforico, per la perdita della vita “normale” causata dall’emergenza sanitaria. «La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita». Queste le prime parole scritte da Didion dopo l’accadere del fatto. “Note sui cambiamenti”, il file salvato sul computer. Non trovo formula più adeguata del titolo con cui l’autrice battezzò quella che si è rivelata primissima cellula del libro, per sintetizzarne l’essenza e rappresentare le ragioni per cui ve lo consiglio. L’anno del pensiero magico realizza, attraverso un lucido e delicato flusso di coscienza stilisticamente di altissimo pregio, “la discesa nella tomba” di Didion, alla ricerca del significato del lutto. Lo scopo è di penetrare il cordoglio della morte fino e in fondo, «ben oltre le parole», per poi tornare in sé, riaffiorare nella quotidianità e riaffrontare, non meno affranti ma certo più consapevoli, quel che resta della propria esistenza. (Antonietta Molvetti)

“Il giardino di cemento” di Ian McEwan (Einaudi)

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Un breve romanzo, inquietante come pochi, dove una descrizione allucinata della morte è come una spasmodica richiesta di senso, oltre l’evento stesso del lutto; dove, dentro il contorno di un ordinario dolore, l’autore riesce a descrivere morti peggiori, quelle che trasformavo quattro creature ancora vive in inconsapevoli mostri di disumanità. Nessuna speranza. Solo un grande monito. Un silenzioso invito a non mortificare la morte, a rispettarla, a non lasciarsene consumare. (Nuccio Puglisi)

“Azzorre” di Cecilia M. Giampaoli (Neo edizioni)

giampaoli

È una storia vera, una via di mezzo tra diario e romanzo. È il racconto intimo e profondo di un viaggio alla ricerca della verità. L’8 febbraio del 1989 un aereo partito da Bergamo, con 144 persone a bordo, si schianta su una montagna delle isole Azzorre. L’autrice, di appena sei anni, perde il padre nel disastro. Venticinque anni dopo decide di partire per l’arcipelago delle Azzorre per indagare, capire, scoprire. Forse, per tentare di elaborare un lutto che ha lasciato ferite profondossime; per far “pace” con un’assenza che è presenza costante. (Arcangela Saverino)

“Tutti i bambini tranne uno” di Philip Forest (Fandango)

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Non semplicemente la morte, che alla fine si può perfino accettare, ma la vergogna d’essere rimasti vivi davanti alla morte di una figlia, il più terribile e intollerabile dolore, «scandalo che fa tacere ogni metafisica, al cui confronto qualsiasi dramma assume movenze da abile minuetto». Di questo romanzo ho scritto qui. (Micol Treves)

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