Müller, quello sguardo frantumato che ritaglia il mondo

Herta Müller, la scrittrice premio Nobel 2009, racconta i marginali tout court, esseri umani e animali, vivi e morti, realtà e surrealismo. Per comprendere la sua arte e la sua scrittura, che possono apparire respingenti, bisognerebbe ragionare su un paio di forbici…

A Stoccolma, nel Museo Nobel, tra le varie sale dell’edificio se ne trova una dedicata agli scrittori premiati. Ognuno vi ha lasciato un oggetto, un elemento caratteristico – e quando si passeggia, lungo quello spazio, si ha la sensazione vaga di ripercorrere una poetica, un’esistenza, un modo di vedere il mondo. Quando Herta Müller vinse il premio Nobel, nel 2009, la sua scelta fu di donare un paio di forbici. Erano quelle attraverso cui realizzava delle poesie-collage, fatte di ritagli di giornale scomposti e ricomposti, il cui senso veniva fuori, più che dalle parole presenti, da quelle che mancavano. Quegli scritti laconici rivelavano un mondo intrinsecamente confuso, un po’ marcio. E a leggerle si fa uno sforzo di comprensione non indifferente, si vive un’esperienza, perché le parole sulla pagina sembrano esserci finite quasi per sbaglio:

in una parte significativa è di moda una natura / morta finta e scompagnata, sulla lingua / è preso a nevicare alla rovescia, spazia l’occhio / in ghiaccia di aspic, al riparo della luce, nella / crocchia, vedi bene, un groviglio / di visceri di gatto e in bocca / la pantomima di un dente da parata.

 

È uno sguardo frammentario, quello della Müller, fatto di percezioni casuali accumulatesi una sull’altra, che rivela, attraverso i dettagli, il senso di una solitudine, di un’assenza.

Un padre carnefice e una madre vittima

Emil Cioran scriveva, in un saggio de La tentazione di esistere, che lo stile è, allo stesso tempo, «maschera e confessione». Se è vero questo, lo stile di Herta Müller – che con Cioran condivideva la terra d’origine, la Romania – è maschera e confessione di un trauma, di un estraniamento invalicabile. Aveva iniziato la sua avventura da romanziera dopo la morte del padre, quasi come una purga, per venire a patti con un nodo irrisolto. Iosif Müller, infatti, era stato un soldato delle SS ai tempi della Seconda guerra mondiale: un uomo ridanciano, sempre con una bottiglia in mano, a volte un po’ violento e mai troppo amorevole. Con la figlia i rapporti non erano stati particolarmente facili: Herta si sentiva perennemente in colpa, combattuta tra la volontà di non amarlo e la consapevolezza di non poterne fare a meno. È una colpa che tutti i figli dei nazisti conoscono bene, e che forse per la Müller pesava ancora di più ogni volta che guardava negli occhi sua madre e vi scorgeva i sedimenti del trauma vissuto nei campi di concentramento. Una storia paradossale, a pensarci bene, una sorta di scherzo del destino: un padre carnefice e una madre vittima; uno insensibile, l’altra segnata per la vita. E sebbene la madre di Herta fosse stata una vittima dei russi e non dei tedeschi, il dolore vissuto aveva la stessa consistenza corrosiva.

Morte, fuga e un’esistenza a metà

Non c’è da stupirsi, allora, che la morte sia stata una presenza ossessiva nella produzione di Herta Müller. Il suo esordio, Bassure (Feltrinelli), inizia con un racconto che si intitola – non a caso – L’orazione funebre, e scavando tra i suoi romanzi il tema torna e ritorna, nei dettagli più insignificanti e nelle scene centrali. Apre, per esempio, l’ultimo capitolo di In viaggio con una gamba sola (Marsilio), il testo che la scrittrice pubblicò poco dopo essere scappata dalla Romania alla Germania per sottrarsi alle torture della Securitate, la polizia di Stato. Irene, la protagonista del romanzo, è anch’essa una donna in fuga, che sembra aver perso qualsiasi speranza di riscatto. Attende la cittadinanza tedesca come spinta da una forza d’inerzia, ma nel paese in cui è arrivata non trova né appartenenza né identità. È una donna al limite, una specie di sopravvissuta a una catastrofe personale che l’ha privata di qualcosa di essenziale e misterioso. E infatti il romanzo inizia con una frase di Cesare Pavese asciutta e perentoria: «Io non ero più giovane». Irene è una donna mutilata: vive su una gamba sola perché la sua esistenza è un’esistenza a metà. Non riesce a provare nostalgia per il paese che ha lasciato, ma non riesce neanche a sentirsi viva nel paese che l’ha accolta; ricerca, spasmodicamente, il contatto umano, soprattutto con gli uomini, ma vive di amori sfiorati, più che di relazioni concrete. E alla fine il romanzo si risolve in una serie di percezioni sparse e confuse: dettagli, persone, macchine, alberi ossuti e scarnificati, negozi, baci che non sono appassionati ma «forzati». È un libro di tensioni, di grovigli, dove la morte si affaccia dai dettagli più insignificanti – come nell’ultimo capitolo, appunto, dove dei collant che galleggiano sulla superficie di una vasca assumono la parvenza di «cadaveri annegati». E Irene, in questo quadro, ha la funzione di un occhio, più che di un agente: lei non vive «nelle cose, ma nelle loro conseguenze». È un’estranea, a se stessa, agli altri: è una donna assente che sconta su di sé un trauma che ormai è diventato parte integrante del suo stesso essere.

Estraniamento e solitudine

Il tema dell’estraniamento è intrinsecamente legato, nella produzione di Herta Müller, a quello della solitudine. È chiaro nel romanzo appena citato come lo era già nel suo esordio, Bassure, dove vediamo, racconto dopo racconto, il ritratto di un villaggio isolato e isolante, oltre che la vita di una bambina ai margini, vittima della sua famiglia e del paese in cui vive. Si tratta di una solitudine personale e collettiva, che fa da muro invalicabile per qualsiasi rapporto o comunicazione. Anzi, fa da Finestra, se si volesse citare il titolo di un racconto: una finestra «cieca», però, che non concede fuga o scappatoia. È un racconto breve, questo, di pochissime pagine, dove il punto del discorso sembra essere un ballo, uno di quelli a cui si va da ragazzi per trovare l’amore. Eppure in queste righe non c’è nulla di divertente o conciliante: la voce narrante, una ragazza, è come nauseata da quello che sta per accadere; il suo vestito non tradisce sensualità, e infatti tra le balze si nasconde l’odore della muffa. Balla con Peter, ma nel profondo non vorrebbe, e allora decide di far vagare la mente, fissa Toni, vorrebbe lui, immagina che ci sia lui, ma lui non c’è, c’è Peter, questa finestra – che è una figura del ballo – è una finestra che stringe a morte. Emerge, qui, una solitudine particolare, che viene fuori da una privazione, dalla consapevolezza di una diversità indesiderata. È una solitudine invidiosa, in un certo senso, che torna e ritorna in tanti altri racconti che esprimono lo scotto di essere vittima di uno stigma sociale. C’è ne La mia famiglia, per esempio: un titolo depistante, da un certo punto di vista, perché questo quadretto familiare si rivela essere non un motivo di orgoglio, ma di vergogna. Ogni personaggio ha una macchia: c’è chi è malato, chi è ormai vecchio; chi, addirittura, sembra avere avuto rapporti incestuosi e adulterini. Sono cose che la voce narrante racconta con uno stile asciutto, ridotto al minimo: le ha sentite dagli altri, le dicono in paese. È la verità? Non è dato saperlo, perché il punto non è questo: il punto è che gli altri parlano, che c’è la vergogna, lo stigma. Come ne La finestra, il mondo desiderato appare come qualcosa il cui accesso è negato, qualcosa da guardare solo dall’esterno – da una finestra, appunto.

La voce di una diversa, la parte degli assenti

È chiaro, allora, che Herta Müller è la voce di una diversa, di una che ha scelto i margini per guardare al mondo. E infatti la motivazione del Nobel puntava su questo: «con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, dipinge il paesaggio degli spodestati». È una definizione calzante a metà, perché la Müller non ha raccontato solo gli spodestati, ma i marginali tout court, e in questo calderone rientra di tutto: rientrano gli esseri umani come rientrano gli animali, rientrano i vivi ma anche i morti, rientra la realtà e il surrealismo. Ed è per questo, forse, che la sua scrittura mi è parsa tante volte respingente: perché è una scrittura che raccoglie tutto quello che rimane al di fuori dal nostro campo di vista, con uno stile ridotto all’osso, che si serve di immagini rapide e di dettagli minimi. Un animale sgozzato, per esempio, l’odore nauseante delle pere marce, una pala a forma di cuore che supplisce l’orrore dei campi di concentramento, una macchina che è una bara, una mano serrata, una manica svolazzante che perde sangue, una treccia mozzata senza pietà. Sembrano essere inquadrature rapide e veloci, e infatti qualcuno ha definito il suo stile cinematografico. Eppure, forse, non è necessario rivolgersi alla settima arte per raccontare la sua scrittura: basterebbe ritornare al punto di partenza, a quel paio di forbici, a quello sguardo frantumato che ritaglia il mondo e lo racconta esplorando la parte degli assenti.

Un pensiero su “Müller, quello sguardo frantumato che ritaglia il mondo

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    Ada Euugeenia Trigila dice:

    Rebecca cara, ogni volta superi te stessa, e offri nuovi tesori narrativi da aggiungere alla mia “caverna di Alì Babà” dove, da oltre 50 anni, aggiungo gemme narrative a gemme narrative, poetiche, saggistiche … e dove era necessario che giungesse una ventata vitale di gioventù, innovazione e di prospettiva diversa da me. E, senza proferire verbo, hai trovato la formula segreta per fare entrare all’interno del mio “covo”, inviolato e inviolabile, nuovi sogni, nuove prospettive, nuovi progetti, nuove interessanti e vivaci letture. Prosegui il tuo cammino: è limpido, solare, coinvolgente. E grazie per questi godibilissimi doni di critica e conoscenza. Ada

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