Arpino, il passato che non smette di tormentarci

Ne “L’ombra delle colline” di Giovanni Arpino, premio Strega 1964, ogni personaggio è intrappolato in un momento della propria esistenza che non ha saputo superare e con cui continua a fare i conti. Pagine in cui c’è tutto il miracolo della letteratura, che ricongiunge solitudini come se appartenessero tutte a una stessa, unica, storia

Che cosa ne è stato di ciò che eravamo un tempo, quando il futuro si offriva ancora come una promessa da afferrare al volo, nelle calde notti d’estate? Che ne è stato dei progetti, delle speranze, degli ideali che ci tormentavano la sera? Cosa rimane se non un rovello, un groviglio marcio che raccoglie tutte le occasioni mancate – i condizionali, le avversative, le frasi cassate senza pensare?

Una mosca nel latte. Ecco la prima immagine che rapida affiora se penso al cumulo di tempo che seguì, una nebbia che è quasi impossibile penetrare a ritroso, una mucillagine inerte in cui riesco appena a sostenermi, gli arti che sbattono disordinatamente. E intorno, come batteri presi da febbre convulsa sotto la lente del microscopio, roteano in identica ossessione volti di amici, gesti e azioni che parvero necessari, nozioni e avventure e larve di luoghi amati: ciascuno occupato e bloccato entro il suo breve raggio d’autonomia, ognuno estraneo all’altro. Un formicaio che si rompe e rotola per mille istanti di vite diverse.

Il ritorno a casa

A pronunciare queste parole è Stefano, mentre è in viaggio per tornare a casa e rimettere insieme i pezzi di un tempo che fu e che continua ad ossessionarlo. Giovanni Arpino gli dà voce in un libro dal titolo felicissimo – L’ombra delle colline (248 pagine, 19,50 euro), oggi nel catalogo Lindau – che si aggiudicò, meritatamente, il Premio Strega nel 1964, solo un anno dopo da quel romanzo sul passato e sulla famiglia che avrebbe consacrato Natalia Ginzburg. Quando pronuncia queste parole, Stefano è in macchina, e fuori dal finestrino si vedono i filari delle vigne e le chiome degli alberi, in rapida sequenza, come il passato che sta ripercorrendo. Accanto a lui c’è Lu, che forse ha aspettato a lungo la sua chiamata, e per questo quando lo incontra al Caffè Greco, dopo anni, «le brillano gli occhi e ha quella leggera aria trionfante, infantile, che subito le ammorbidisce il volto». Il rapporto che li lega è uno di quei legami incapaci di stare all’interno di una sola etichetta: puoi provare a circoscriverlo, ma le parole recalcitrano.

Lu e quel coraggio mancato

Lu non è un’amica, non è un’amante, non appartiene al passato ma neanche del tutto al presente: forse il modo migliore per definirla è pensarla come il simbolo di ciò che Stefano ha perso, di ciò che avrebbe potuto essere se solo le cose fossero andate diversamente, se avesse avuto il coraggio di lanciarsi ad occhi chiusi e affondare i piedi in quella zona grigia in cui non c’è più solo un io, ma anche un tu, e le cose si mescolano diventando un garbuglio fitto. Ma quel coraggio lui non lo ha avuto, e il loro rapporto si è cementificato sulle occasioni mancate, su un condizionale che Lu, invece, ha coltivato per anni, facendolo diventare una realtà monca e zoppicante: «se non sono diventata pazza è solo perché me la sono cresciuta in un cantuccio per conto mio […] me la sono sempre tenuta qui nascosta, tutta un “sarebbe”, un “farebbe”, mille nomi e nessun nome». Quando il viaggio inizia sono in due a dover mettere le cose a posto, a scavare nei rimpianti che hanno costretto al silenzio. E tappa dopo tappa i ricordi riemergono, singhiozzanti – come se in questo resoconto doloroso delle cose che sono scivolate via si nascondesse l’unico modo per riconciliarsi.

Il padre, fascista superstite

Nel passato di Stefano ci sono molte cose: la guerra, il momento in cui ha usato per la prima volta una pistola, una paternità negata, la Resistenza, la fuga. Ma, soprattutto, un padre arcigno, che difatti comparirà nella narrazione solo come “il Colonnello”. Questo genitore assente è un uomo intrappolato nei suoi sogni, un po’ come tutti i personaggi di questo romanzo: il suo mito è la guerra e il suo capo è Mussolini, l’unico governante che, con la sua fierezza, sembra finalmente poter riscattare un Paese che sta andando in malora. A questo sogno il Colonnello ha devoluto ogni cosa: è una religione laica sulla quale ha costruito la sua esistenza e la sua identità, ed è per questo che, quando il mito si infrange, diventa una larva, «un bruco pesante, diverso a se stesso, uscito a forza da un bozzolo ormai ossificatosi e diventato inutile custodia». Il Colonnello sa che rinunciare a quel sogno che si sta smaterializzando è come abbandonarsi alla morte, e allora decide di assumere su di sé il ruolo di ultimo superstite alla catastrofe: come un sacerdote muto e solitario, continua a tenere acceso il fuoco di quel tempio dissacrato in cui si nascondeva tutto il senso del suo vivere.

Soli e in silenzio

Ne L’ombra delle colline è il passato a guidare il racconto: ciascun personaggio è intrappolato in un momento preciso della propria esistenza che non ha saputo superare e con cui continua, ossessivamente, a fare i conti. Eppure, nonostante questa vicinanza, tutti appaiono soli, confinati in uno stesso silenzio, come incapaci di raggiungere l’altro e ritrovarvi il proprio stesso dolore:

anche questo momento, Lu, è sempre quel liquame lattiginoso, quella nebbia che ci impiglia. Noi due ci dibattiamo in coppia, identici e contrari, senza riuscire a trasmetterci un’onda di forza segreta, ma soltanto il ripercuotersi meccanico, amaro, del movimento che ci accomuna… E possiamo anche urlare e inventare le più alte e infuocate parole d’amore, volano via, Lu, volano via…, non ci rinnovano!, non ci ancorano neppure all’appiccicosa poltiglia di ogni giorno, moribonda e tuttavia impegnata a ribattezzare vita, compimento, vittoria ogni tetro colpo che noi vibriamo solo in opposizione a una morte che benché ritardata sarà però anch’essa torpida, anonima, un ennesimo falò di sterpi.

La vita e ciò che la vita esclude

La solitudine di cui racconta Arpino è una solitudine obbligata, perché ciò che abbiamo perso ha sempre, per noi, la fisionomia ossuta di un dolore personale, nemico del linguaggio, solitario e irriducibile. La nostra storia è data dall’insieme di questi silenzi, dalle occasioni mancate che costruiscono quell’edificio di vuoti e disillusioni in cui si nascondono le speranze di un tempo. Ed è per questo che L’ombra delle colline è un libro prezioso e raro: perché trabocca di vita e, allo stesso tempo, accoglie tutto ciò che la vita ha escluso per sempre. Ci sono i desideri che ci hanno irretito, le notti giovani, il fiato mozzato dal tempo che passa, il bisogno di riconciliarsi, di ritrovarsi in una linea del paesaggio; c’è l’amore e la morte, la guerra, l’incanto dell’infanzia e il momento in cui il sortilegio si esaurisce. E ci siamo noi, esseri umani, sempre un po’ in bilico tra il passato e il presente, incapaci di lasciare andare ciò a cui siamo stati legati perché consapevoli che così si perderebbe una parte di noi, forse la più autentica. Ne L’ombra delle colline di Arpino c’è tutto il miracolo della letteratura, l’unica in grado di ricongiungere solitudini come se appartenessero tutte a una stessa, unica, storia.

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