Dostoevskij 200. Mariti sotto il letto e morti viventi, Fedor ridens

Il mito di Dostoevskij, nel bicentenario della nascita più che mai, appare molto più sfaccettato di quanto non lo si voglia tramandare. In più di un racconto è spiccata la sua propensione al comico satirico, e a quell’elemento che Bachtin chiamerà del “carnevalesco” cioè del rovesciamento delle convenzioni della morale comune, dei ruoli, dell’ordine sociale…

Per la ricorrenza del bicentenario dostoevskiano molti e variegati sono e saranno i contributi prodotti per onorare uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale: Fëdor Michailovič Dostoevskij. Le questioni più dibattute sono anche quelle più storicizzate, per così dire, dalla critica letteraria: la fede, il nichilismo, il peccato, il delitto. Di Dostoevskij tutto si è detto ma tanto si può ancora dire, regola valida per la scrittura dei grandi geni che hanno scandagliato l’animo umano fin nelle pieghe più recondite.

Da questo immenso cratere, un nucleo vivo e pulsante è pronto ad emergere con nuove e interessanti questioni. Ci sono stati tuttavia aspetti meno noti o frequentati perché ritenuti secondari o poco aderenti a un’immagine dell’autore spesso etichettato come cupo, tenebroso, crudele. Ho scelto pertanto di proporre un piccolo approfondimento su Dostoevskij che esplori altre modalità espressive, presenti nelle latitudini estreme dell’opera dostoevskiana ma che arricchiscono ulteriormente la ricchissima vena creativa dell’autore russo.

Per Nabokov il carattere dominante

Uno dei maggiori detrattori di Dostoevskij fu Nabokov che nelle lezioni di letteratura russa del 1948 si lanciò in un acre polemica contro lo scrittore: «Dostoevskij non è un gran scrittore ma è piuttosto mediocre con lampi di eccellente umorismo ma ahimè con distese di banalità letteraria tra l’uno e l’altro». Un giudizio sicuramente impietoso, ma che al contempo sottolinea una caratteristica eccentrica della scrittura di Dostoevskij che per Nabokov è addirittura il carattere dominante: l’umorismo.  

Questa caratteristica è prevalente in un ciclo di racconti che hanno al centro il matrimonio di interesse, un argomento particolarmente trattato da Dostoevskij insieme ad altri ad esso legati come le famiglie causali e i figli illegittimi.

L’eterno marito

L’eterno marito è una storia che per certi versi anticipa l’umorismo pirandelliano: scritto nella seconda metà del 1869 questo romanzo breve esemplifica la fenomenologia dell’eros dostoevskiano (una delle varianti) che Renè Girard nel saggio Dostoevskij dal doppio all’unità ha definito triangolare; qui si tratterebbe di un quadrilatero invero, perché alla fine del racconto si unirebbe anche la nuova sposa del marito, se non fosse che l’oggetto del desiderio la moglie di uno dei contendenti, è defunta.

I due, il marito e l’ex amante si incontrano in circostanze solo apparentemente fortuite, in una sorta di inseguimento da poliziesco in cui non si capisce chi cerca chi. In un dialogo surreale, l’ex marito confessa all’ex amante  che la loro donna Natalia Vassilievna è morta. 

L’eterno marito (così l’amante definisce il suo rivale) è tale perché ancora continua a portare la maschera. Il legame tra i due è talmente stretto che amante e marito appaiono complementari e necessari l’uno all’altro. Tanto il marito ha desiderio di vendicarsi dell’offesa ricevuta che arriva a ossessionare il suo rivale fino a diventarne amico. Si fa persino aiutare a comperare l’anello di fidanzamento per la nuova sposa e in questo gioco riproduce masochisticamente le condizioni dell’antico scacco.

Il triangolo è eterno nel jeux d’amour. Il gioco delle parti è qui anticipato in questi personaggi umoristici proprio nel senso in cui lo stesso Pirandello definirà poi l’umorismo riflessivo del “sentimento del contrario”

Memorabili racconti

Dostoevskij scrisse poi altri memorabili racconti in cui si evidenziala propensione al comico satirico, e a quell’elemento che Bachtin chiamerà del “carnevalesco” cioè del rovesciamento delle convenzioni della morale comune, dei ruoli, dell’ordine sociale, caratteristiche peraltro tipiche dalla satira menippea.  

Un racconto particolarmente comico è La moglie altrui e il marito sotto il letto del 1847-48.

In questo testo vengono irrisi i costumi dell’epoca, il matrimonio di interesse, la tresca ai danni del marito credulone, una certa tartufesca modalità nei rapporti interpersonali; tutto rende questo intreccio un esempio moderno di commedia degli equivoci, all’interno della quale i colpi di scena e le rivelazioni finali attuano un rovesciamento parodico del dramma borghese che pochi anni dopo Flaubert avrebbe tratteggiato in Madame Bovary

L’incipit esilarante racconta di due signori che si conoscono onorandosi con tutte le formule più cerimoniose,  ben presto si scoprono marito e amante di una donna che si diverte a collezionare amanti e a prendere in giro sia l’uno che l’altro. La scena finale con mariti amanti che sbucano dal letto, cagnoline e servi e un esempio di accumulazione ad effetto comico che non ci si aspetterebbe dallo scrittore che ha vergato l’uomo del sottosuolo, Stavrogin, Kirillov. 

In pieno stile “carnevalesco”

Un altro piccolo capolavoro è Bobok, un racconto che appare nel Diario di uno scrittore  del 1873. Infarcito di stilemi tipico del gotico – che Dostoevskij utilizzava spesso nei racconti – ha una trama interessante: un uomo incontra un consesso di morti – tratteggiati come viventi zombie, diremmo oggi; si trova a fare un petit jeux: ciascuno di loro deve raccontare a turno della più cattiva azione mai commessa (la stessa scena verrà utilizzata nel romanzo L’Idiota).  L’incipit è chiaramente un ironico quadretto autobiografico:

Oggigiorno l’umorismo e il bello stile si stanno perdendo e le ingiurie stanno prendendo il posto delle arguzie. Io non mi offendo: non sono quel gran letterato da uscirne di senno. Ho scritto un racconto, non lo hanno stampato. Ho scritto un feuilleton, lo hanno rifiutato. Ho portato molti di questi feuilleton in diverse redazioni, ovunque li rifiutavano: «Sale ci vuole,» dicono « e voi non ne avete».

Irridendo anche la morte

Bo-bok è una sorta di cantilena che in bocca agli zombie e ai loro sordidi racconti sembra più un verso da ubriaconi, che questi personaggi, in pieno stile “carnevalesco” (risuona Bachtin) ripropongono nell’aldilà. Nell’interzona tra la vita e la morte, si ripresentano gli stessi vizi e le stesse miserie. Una teoria di personaggi incredibilmente odiosi e per qualche motivo amabilmente ridicoli, continuano questa vita per inerzia, irridendo anche la morte, in un crescendo che ricorda la nostra più familiare “ livella” dove generali e sguatteri si incontrano sullo stesso piano:

“Denudiamoci , denudiamoci! Gridarono a tutta voce”

“È stato generale”

[…] qui voi marcirete nella tomba e di voi resteranno soltanto sei bottoni di rame
“Bravo Klineič, ha, ha, ha gridarono le voci.”

“Io ho servito il mio sovrano…io ho la spada…”

“Con la vostra spada si possono solo infilare i topi e per di più non l’avete mai sguainata”

Questo racconto fu da ispirazione a Piovene per il suo romanzo Le stelle fredde del 1970

La citazione dostoevskiana è esplicita: un redivivo Dostoevskij irrompe tra le pagine del romanzo candidato al premio Strega nel 1970:

Era barbuto ma, benché il suo viso fosse di vecchio, la sua barba non era grigia. Il vestito, borghese ma trasandato, mi sembrò di una foggia un po’ diversa dal comune, soprattutto perché la giacca giungeva fino a metà gamba. Ma poteva essere il vestito smesso di un uomo di statura superiore alla sua. Non aveva cravatta, ed era sporco di fanghiglia, sebbene il terreno su cui sedeva fosse secco. Pareva proprio uscito dalla grotta umida aperta nel muro alle sue spalle. In un primo momento il suo sguardo mi fece pensare a un idiota girovago, di quelli che si trovano nelle campagne e vivono di carità. Pronunciò d’improvviso qualche parola incomprensibile. Io guardai il mio compagno, e il mio compagno guardò me; pensai nuovamente: È un idiota’. Ma l’uomo disse subito in tono civile: “Moi nom est Dostoevskij”.

Vivi morti e morti vivi

Il riferimento al mondo dei morti e al rovesciamento di prospettiva, bachtinianamente carnevalesco, apparentano questo racconto al Bobok di Dostoevskij In questa vita di mezzo,  dove morti e vivi si confondono Dostoevskij appare come una sorta di nume tutelare che rischiara la fallacia delle visioni: l’incontro tra Dostoevskij riporta i vivi morti (appartenenti ad un mondo umbratile, quello dei vivi che sono morti interiormente) a confrontarsi con i morti vivi, in un confronto tra memoria passato e futuro  in cui le leggi della natura non sono più necessarie. 

L’omaggio a Gogol

Per concludere la rassegna, Il coccodrillo del 1873, una favola satirica che  per alcuno prendeva di mira Cernyčesvskij, fautore delle idee di Fourier e deportato come Dostoevskij in Siberia.

In realtà Il coccodrillo è un racconto concepito come omaggio al Naso di Gogol, di cui intende citare la particolare modalità di racconto comico-fantastico. La trama ruota attorno a un impiegato che viene inghiottito da un rettile senza che questo lo scomponga minimamente, anzi. Dalla vita nella bocca, l’impiegato trae profitto, diventando una sorta di fenomeno  da freak show  che tutti i notabili della capitale vogliono incontrare per ascoltare le parole magiche. 

Il mito di Dostoevskij appare molto più sfaccettato di quanto non lo si voglia tramandare. In Russia  Dostoevskij è stato persino parodizzato e utilizzato nella graphic novel, nella caricatura e in varie forme di riscrittura parodica. Una su tutte, la trama di Delitto e Castigo rivisitata in chiave contemporanea con Batman- Raskol’nikov e  Sonja- Robin. Dissacrante? Sicuramente. Ma sono sicura che il genio, in quanto tale, avrebbe riso. Un po’ alla russa, con una smorfia gattesca.

(La vignetta che illustra questo articolo, con l’autrice e Dostoevskij, è opera di Domneico Loddo)

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