Un funzionario piccolo piccolo – incompetente e presuntuoso – della nomenklatura albanese ai tempi di Enver Hoxha è il coprotagonista di un grande romanzo, “Ascesa e caduta del compagno Zylo” di Dritëro Agolli. Lo vediamo all’opera con gli occhi di Demka, semplice impiegato che scrive discorsi per i politici e finisce alle dipendenze di Zylo. L’affresco di un Paese inaccessibile ai tempi della guerra fredda, ma dalle dinamiche semplici e disarmanti…
La cortina di ferro nascondeva rivoluzioni di velluto e non, sogni repressi, mondi inesplorati, non solo reali, ma anche di carta. E il riferimento non è al “socrealismo” (il socialismo reale). Lo sapeva bene un certo Philip Roth, che andava a Praga sulle tracce di Franz Kafka (bandito come esponente di un “anti-realismo decadente” e accusato d’essere decadente, di macchiare il socialismo di sionismo, quando la Cecoslovacchia faceva parte del patto di Varsavia) e si mise ad aiutare (anche economicamente, con il contributo di vari amici, come Bellow) gli scrittori dissidenti del luogo, con cui instaurò rapporti d’amicizia, a cominciare dal più famoso, Milan Kundera. Nel blocco sovietico c’erano fior di scrittori, ma a non tutti era concesso d’essere tradotti, a Pasternak fu perfino proibito di ritirare il premio Nobel. In quell’altra parte del mondo, alla periferia dell’impero sovietico esisteva anche la florida letteratura albanese, che ultimamente sembra aver trovato un porto sicuro nella casa editrice Bibliotheka e un raffinato interprete d’eccezione in Julian Zhara, che per la stessa sigla s’era occupato di tradurre L’estate senza ritorno di Besnik Mustafaj (qui l’articolo) e che adesso ha curato e tradotto un romanzo altrettanto importante, un romanzo brillante colmo di peripezie, Ascesa e caduta del compagno Zylo (450 pagine, 18 euro) di Dritëro Agolli, apparso in patria nel 1972 (su una rivista umoristica, quasi per un qui pro quo, e inizialmente senza il consenso dell’autore) e tradotto per la prima volta in Italia nel 1993, grazie alla casa editrice Argo. Un libro notevole, che metteva alla berlina la nomenklatura portata avanti da solerti e grigi funzionari comunisti, nell’Albania ai tempi del primo ministro Mehmet Shehu e del segretario del partito, Enver Hoxha, a lungo fautori di una rigida adesione al comunismo di stampo stalinista, anche oltre i tempi e i dettami dell’Urss.
L’uomo d’apparato e l’aspirante scrittore
Protagonista della letteratura albanese fin dagli anni Sessanta dello scorso secolo e popolare anche al giorno d’oggi in patria, Dritëro Agolli non era esattamente un oppositore del regime: formatosi all’università di Leningrado, protagonista della lotta al nazifascismo, giornalista del quotidiano “La voce del popolo”, presidente dell’Unione degli scrittori per quasi vent’anni, fu anche deputato. Eppure Dritëro Agolli più che fare proclami o dedicarsi ad attività sovversive, costruiva un’alternativa e faceva opposizione in modo più impalpabile, con la propria produzione letteraria, nei suoi versi non annacquando l’individualità nella massa indistinta della collettività, e nella prosa attraverso personaggi memorabili, non allineati, come Zylo e soprattutto Demka; impensabile pensarli separatamente, sono complementari, oltre che tragicomici. Il primo è un incompetente funzionario dell’apparato statale albanese che crede d’essere al livello gerarchico in cui si trova per meriti, e tanti, troppi se ne attribuisce. Non è spaccone, non è roboante, ma in modo sottilmente arrogante pensa di potere imporsi: ha anche qualche buona intenzione, ma l’ignoranza e la stupidità di fondo lo limitano. Memorabile, fra i tanti, il passaggio in cui è in un remoto villaggio dell’Albania e sollecita i cittadini esausti, sfiancati dal lavoro nei campi, a dedicare più tempo delle loro giornate alla cultura. Tra le pagine viene preso in giro, ma talvolta anche difeso, giustificato. Demka ha quasi rinunciato al sogno di diventare scrittore, schiacciato dalle alienanti incombenze quotidiane dell’essere un impiegato di basso rango del Ministero della Cultura, incaricato principalmente dai suoi superiori (fra cui il compagno Zylo), che se lo contendono, di scrivere relazioni e discorsi per alcune personalità politiche di spicco: un lavoro oscuro e brillante, i cui meriti non vanno a lui. Prevale il suo punto di vista nel romanzo, è con i suoi occhi che assistiamo prima all’affermazione e poi al tonfo e alla rovina del funzionario piccolo piccolo, arrivista impigliato in beghe e miseri giochi di potere, che sogna un ruolo da diplomatico.
Censure e autocensure
C’è il “solito” Franz Kafka dietro un simile romanzo? Certamente lo spirito del grande praghese aleggia nelle vicissitudini del burocrate del prolifico Dritëro Agolli. Non bisogna immaginare un attacco a viso aperto allo Stato albanese (oltretutto come racconta lo stesso scrittore albanese, lui era in ottimi rapporti con il primo ministro Mehmet Shehu, che lo criticò ma bonariamente): l’ironia è amabile, lieve e accorta, c’è verve, sagacia, lo sguardo è acuto, le risate sono amare, e nelle prime edizioni in volume Dritëro Agolli subì alcune censure e ritenne anche, da sé, di snellire il testo di qualche passaggio troppo audace e disinvolto, una sorta di autocensura, precauzione abolita nelle più recenti e moderne edizioni del romanzo. Il resoconto che affiora in Ascesa e caduta del compagno Zylo è quello di un Paese allora isolato, inaccessibile e misterioso, ma che nelle dinamiche politiche e sociali era probabilmente più semplice e disarmante di quanto si potesse pensare: una dittatura che si reggeva sulla vanità di alcuni e sulla paura di altri, sull’ignoranza di alcuni e sui desideri, quasi mai esauditi, degli altri. Una splendida riscoperta, un romanzo che chi ama leggere non può non prendere in considerazione…

