Un debutto tenero, brutale e… proletario. Il romanzo “Vicino a casa” di Michael Magee inquadra il contesto socio-economico e la doppia appartenenza del popolo nordirlandese, i dolori e odi mai sopiti, nonostante gli accordi di pace del 1998. E lo fa, non senza una coloritura di autofiction, attraverso le disavventure di Sean, sbandato e ladro…
Storia profondamente irlandese quella di Vicino a casa (310 pagine, 22 euro) di Michael Magee (Mondadori 2024, traduzione di Carlo Prosperi), romanzo di esordio del trentaquattrenne scrittore di Belfast, quindi meglio specificare storia “nordirlandese”, tale è l’ambientazione e tutte le implicazioni di questo romanzo allo stesso tempo divertente, crudele e implacabile, uscito nel 2023, definito un romanzo “post-troubles”, pluripremiato in patria, sia quella irlandese che quella britannica. Già, perché la parte più interessante e significativa sulla quale si snoda la narrazione è proprio il contesto sociale e umano, questa doppia appartenenza di un popolo, quello che abita le sei contee del nord di Irlanda, per molto tempo lacerato da odi e divisioni settarie, come tutta la terra d’Irlanda del resto, la quale ha vissuto nei secoli una storia di oppressione da parte del Regno unito e in particolare nell’ultimo scorcio del secolo scorso con la fase più cruenta del conflitto, i cosiddetti Troubles che a partire dalla fine degli anni Sessanta del 1900 fino ai cosiddetti accordi del Venerdì Santo del 1998, hanno causato lotte, distruzione, violenza e morte. Magee nasce nel 1990 in un quartiere cattolico di Belfast, all’interno della sua classe operaia, dove nella finzione romanzesca tramite lo sguardo del protagonista Sean a distanza di anni (siamo nel secondo decennio degli anni duemila) sembra che molte cose non siano cambiate rispetto a quegli anni turbolenti, come non sembrano cambiare mai in quelle terre. Sono gli anni della fase finale dei Troubles, quelli della nascita dell’autore di questo romanzo, quando sembra già avviarsi quel processo di pace che porterà agli accordi del 1998, benché dolori, scissioni, odi e rancori non siano mai stati sopiti del tutto nel corso degli anni trascorsi da allora fino a oggi. E attenzione, come avviene nella finzione romanzesca quando qualcuno parli di “Irlanda del Nord”, facente parte a tutt’oggi e a tutti gli effetti del Regno Unito, questo mostra già di per sé in modo inequivocabile quale sia la sua appartenenza: protestante, britannica e “lealista”, poiché gli irlandesi, intendendo come tali la maggioranza cattolica dell’isola, tutta l’isola d’Irlanda, distinguono la loro terra dal punto di vista geopolitico semplicemente in un “Nord”, quello delle sei contee dell’Ulster, l’Irlanda del Nord propriamente detta, e un “Sud”, quello della Repubblica d’Irlanda. Su tale scenario si innesta la storia del protagonista del libro di Magee, il quale ammette in un’intervista che il suo nome avrebbe dovuto proprio essere quello dello stesso protagonista del romanzo, per volontà della madre, ma che fu il padre a opporsi e preferirgli Michael, poiché il primo suonava troppo irlandese e gli avrebbe creato solo dei problemi in un territorio nel quale i cattolici irlandesi della working class erano la minoranza discriminata. Il romanzo non tralascia quindi una coloritura da autofiction, del resto uno scrittore non può mai del tutto prescindere da sé stesso e dal luogo dove è nato, al massimo può cercare un modo per trascendere il dolore e le persone di quel luogo, cosa che il protagonista Sean cerca di fare.
Lo stesso quartiere di Bobby Sands
Temporalmente la narrazione si colloca negli anni immediatamente successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando la recessione ha affossato anche le velleità e il ringhio della cosiddetta “tigre celtica”, un Irlanda, sia quella del sud e ancor più quella del nord colpita da una crisi economica che come al solito infierisce sempre più a fondo sui soliti noti, e i cui echi si trovano nelle vicende di Sean e dei suoi amici e compagni di viaggio nella capitale del “Nord” nella quale le promesse della pace sembrano non essersi realizzate, tra lavori precari e malpagati, il non riuscire a trovare un’occupazione dignitosa che garantisca una minima stabilità economica e un’idea di prospettiva per il futuro, il tutto nel contorno delle smanie di uomini e donne che si avviano verso l’età adulta con il gravoso bagaglio delle loro incertezze e disagi, o giovani studenti alla ricerca di una strada da percorrere e che nel frattempo dormono ogni notte in una casa diversa, quando dormono, se non affogano l’amarezza e le speranze tradite a suon di bagordi altamente alcoolici, e furti in supermercati e ruberie varie, risse e consumo di sostanze proibite. La droga è molto presente nel romanzo, quella consumata da giovani in cerca di una direzione da dare alle loro vite, e lo è anche la violenza che rispecchia la tensione seppure in gran parte sedata da anni ma che sembra strisciare ancora sottotraccia in una terra che per decenni ha vissuto la durezza di un conflitto fra i più cruenti del secolo scorso, in una città soprattutto come Belfast che ne è stata il teatro, quella dove trova ambientazione Vicino a casa e nella quale come ci dice Sean, pur nell’affabulazione romanzesca, può ancora capitare di sentirsi domandare in strada da una banda di ragazzini se uno è cattolico o protestante e a seconda della risposta poter essere trascinato in un vicolo con pessime conseguenze per il malcapitato, una città in ogni caso dove si possono tutt’oggi osservare oltre ai classici e bellissimi murales anche i cosiddetti “Muri della pace” (un evidente ossimoro) che dividono i quartieri protestanti da quelli cattolici. Da uno di questi ultimi, nella West Belfast, proviene Sean, dalle Falls per l’esattezza, una sorta di ghetto durante gli anni più duri del conflitto, lo stesso quartiere nel quale ha visto la luce Bobby Sands, il militante dell’Ira morto in carcere a seguito dello sciopero della fame del 1981 e diventato simbolo della resistenza dei repubblicani irlandesi all’occupazione britannica e allo stesso tempo icona senza tempo e confini delle rivendicazioni di ogni popolo oppresso. Ci dice Sean trovandosi di fronte al memoriale del repubblicano irlandese nel cimitero di Belfast dove svolge dei lavori in affidamento per scontare la pena inflitta, sulla cui vicenda ruota tutto il romanzo: «Sands era un uomo che aveva sacrificato la vita per la causa, o come vogliamo chiamarla, ma anche uno che veniva dal mio stesso quartiere, che aveva percorso le stesse strade che percorrevo io. Percepii questo più profondamente di quanto avessi mai percepito niente, ma fu una sensazione fugace».
Le ferite aperte
Sulle oscillazioni tra questo doppio registro, appartenenza a un passato doloroso e cruento e desiderio di voltare pagina si sviluppa gran parte della narrazione che scorre con uno stile asciutto, serrato, ricco di dialoghi e sincopati botta e risposta in uno stile tipicamente colloquiale quale quello del linguaggio giovanile dei giorni nostri, in questo caso declinato a quello del proletariato urbano di Belfast. Un racconto che non può essere liquidato come una riesumazione e rendicontazione politica della storia del paese, perché la dimensione privata e individuale del protagonista è il dato che più emerge, benché la storia recente ne costituisca inevitabilmente lo sfondo e il retaggio, e anche i giovani protagonisti si trovino occasionalmente a parlare di politica e persino della possibile riunificazione delle due Irlande. La generazione dei padri, del protagonista e degli altri personaggi è stata quella maggiormente implicata negli anni dei Troubles, nelle lotte, nelle speranze tradite metaforicamente espresse nell’immagine del Casement Park di Belfast, il vecchio stadio degli sport gaelici ormai in disuso e in stato di abbandono, nelle ferite ancora aperte che la generazione dei figli cerca di lasciarsi alle spalle pur con tutte le difficoltà. È ben documentato da molti studi quanto sia alta nei territori del Nord l’incidenza di disturbi da schock-post-traumatico, dovuti proprio alle risultanze dell’annoso conflitto nelle generazioni che ne sono state interessate; l’allarmante rilevanza di tali disturbi psichiatrici che si registra in tutte le comunità del Nord è persino citata nel romanzo.
Condanna, lavoretti e dipendenze
Gli echi di questa violenza si respirano anche nel romanzo di Magee, una violenza sia sociale che domestica e familiare, come se questo retaggio fosse inestirpabile. Il padre di Sean, un padre violento (e non solo si scoprirà) è scomparso nel nulla quando lui era ancora bambino. Una battuta sul suo conto da parte di un gruppo di ragazzi di diversa estrazione sociale dalla sua, incontrati a una festa quando Sean ha fatto ritorno nella sua città di nascita dopo aver conseguito una laurea in lettere a Liverpool della quale arriverà a domandarsi circa la sua utilità, determina le conseguenze che saranno la propedeutica al suo percorso di crescita e forse di espiazione. La condanna subita lo porta appunto a dover svolgere un percorso di recupero che consiste in lavori in affido da parte del tribunale, costringendolo altresì a barcamenarsi con impieghi temporanei in bar, discoteche, non facendosi mancare abusi di sostanze pericolose, tornando a frequentare le vecchie compagnie di una volta, dovendo ancora fare i conti con la propria famiglia sgangherata e frantumata. La madre, pittrice dilettante si era aspettata per lui un futuro migliore da quello del suo fratello “unilaterale” Anthony, un cocainomane che non riesce a tenersi lontano dai guai, una sorella “unilaterale”, Aoife, frutto come Anthony della successiva relazione della madre. Verso questa sorella spuria Sean nutre un desiderio frustrato. Questo caos delle relazioni familiari testimonia un inesausto bisogno di radici, legami e affetti, ancor più esplicito nell’incontro con i vecchi amici tra cui una compagna di giochi d’infanzia con la quale vagheggia l’inizio di una relazione.
Ripartire, nonostante le crisi
Sean lo si definirebbe semplicemente un teppista, uno sbandato, come del resto fa il giudice che lo condanna. In fondo ciò a cui lo ha portato la sua laurea in lettere sono solo furti nei supermercati (e anche nelle librerie), insegnare alla madre indigente a come contraffare i contatori elettrici, eppure dal vitalismo sfrontato di questo picaro urbano e dalla sua compagnia traspare tutta la voglia di immaginare un futuro migliore che nel protagonista si esplicita nel suo desiderio di diventare scrittore, come confesserà proprio al giudice che lo condannerà. Entra in questo caso in gioco il dato autobiografico: Magee è stato all’interno della sua famiglia il primo a frequentare l’università alimentando in sé stesso il pensiero che cultura e istruzione possano costituire il viatico per una redenzione personale, cosa che come avvenuta a Magee quanto allo stesso protagonista del suo romanzo si trova a fare i conti con la realtà di una crisi economica che diventa anche morale ed esistenziale, alimentando tutto ciò altri tipi di conflitti, tutti interiori. Ciononostante il trasloco di Sean in un appartamento nei pressi dell’Università, affrancandosi dai legami familiari seppure mai rinnegati pur nefasti rende plasticamente l’immagine di una persona che cerca di ripartire, lasciandosi alle spalle errori, dolori e ferite.
Periferia d’Europa
Un esordio questo di Michael Magee con un romanzo tenero e brutale, come la terra dalla quale il suo autore proviene, un romanzo con una forte connotazione di classe, quella proletaria avremmo detto una volta, che parla di legami e relazioni sociali, una sorta di ricapitolazione familiare e la testimonianza di appartenenza a una comunità a dispetto del rifiuto dei legami di sangue, un desiderio di legami e relazioni “vicino a casa”, nonostante tutto, la lunga lista dei ringraziamenti che occupa quasi due pagine a chiusura del volume ne è la testimonianza. Infine ma non per ultimo, questo romanzo è anche un bellissimo quadro dei giorni nostri di una terra tanto periferica rispetto all’Europa quale l’Irlanda, per quanto in nord e sud la si voglia suddividere, quanto da sempre promotrice di valori e temi universali come quelli della libertà, della pace, della solidarietà fra i popoli e della loro dignità, contro ogni forma di sfruttamento, discriminazione e oppressione. Nell’attualità, come del resto nel passato più recente o remoto in diversi contesti e occorrenze, questo è testimoniato dalla costante presa di posizione da parte del popolo irlandese a sostegno delle rivendicazioni del popolo palestinese, sostenuto anche di recente dallo stesso Michael Magee con una serie di iniziative di solidarietà a sfondo letterario verso il popolo di Gaza, come avvenuto con un reading di poesia tenutosi a Dublino. La letteratura non potrà fare la pace, ma raccontare e conoscere, a qualsiasi latitudine questo accada potrà magari prepararne il terreno, evitando di perseverare nei medesimi errori.
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