Sopraffazione e patriarcato, la vergine giurata di Karabash

Un racconto universale, una storia che si ripete ovunque, da sempre e per sempre, a causa di leggi ancestrali che vorrebbero imporre nozze combinate. In “Colei che resta” René Karabash racconta il Kanun, l’antico codice di leggi consuetudinarie albanesi, tra onore e vendetta, in cui le donne hanno un ruolo subordinato. La giovane Bekià rifiuta un matrimonio imposto e diventa una vergine giurata, appropriandosi di un’identità maschile. Un cammino impervio e un orizzonte di possibilità: la facoltà di scegliere chi essere…

Una storia senza tempo, sospesa in una dimensione che trascende passato, presente e futuro, dove il peso della tradizione si manifesta nella sua forma più ancestrale e feroce. Colei che resta (144 pagine, 17 euro), romanzo della scrittrice di origini bulgare René Karabash, pubblicato in Italia da Bottega Errante edizioni con la traduzione di Giorgia Spadoni, racconta la vicenda di una delle ultime “vergini giurate” dell’Albania settentrionale. «Non è una favola, né un mito. È la storia dell’umanità». Con queste parole, che chiudono l’introduzione al romanzo e spiegano il significato del titolo originale Ostajnica (termine che designa, per l’appunto, le vergini giurate), René Karabash proietta il lettore in un universo dominato dalla violenza, dall’omertà e dalla negazione dell’identità, in uno spazio in cui le coordinate spazio-temporali diventano assolutamente trascurabili, giacché — come sottolinea Elvira Mujčić nella prefazione — questa storia si ripete ovunque, da sempre e per sempre. Al centro del romanzo c’è la vicenda di Bekià, una giovane donna che, in un remoto villaggio dell’Albania governato dalle leggi arcaiche del Kanun, è destinata a un matrimonio imposto. Segretamente innamorata di Dana, una ragazza bulgara, nipote di una donna che vive nel suo stesso paese, Bekià rifiuta il suo destino, scegliendo l’unica via di fuga concessa: diventare ostajnica, ovvero fare un giuramento di verginità e iniziare a condurre una vita da uomo e capofamiglia. Una scelta che non solo la costringerà a rinunciare alla propria identità, assumendo il nome di Matja, ma che, secondo le leggi del Kanun, scatenerà la vendetta della famiglia dello sposo promesso, autorizzata a lavare l’offesa subita con il sangue, uccidendo un componente della famiglia da lei stessa indicato. È l’inizio di una disgregazione familiare e personale, identitaria nel senso più ampio possibile, che lascerà solchi profondi in tutti i protagonisti del romanzo. Diviso in due parti, il racconto mescola forme stilistiche differenti. Nel corso del romanzo si alternano i ricordi di Bekià, restituiti in prosa al lettore attraverso una sorta di confessione che lei stessa concede a una cronista giunta sulla catena montuosa di Prokletije per intervistarla, a poesie, versi e lettere scritte dal fratello Sali, che per anni tenta di ristabilire con lei una connessione. Il tutto si traduce in un flusso di coscienza che non segue un ordine temporale preciso, ma che spezza il silenzio nel quale Bekià si è rifugiata per oltre sedici anni. Attraverso le sue parole, ma anche tramite il controcanto epistolare di Sali, Karabash racconta una storia pregna della sopraffazione e del patriarcato incarnato dalle leggi del Kanun.

Tradizione e libertà

Un destino che tocca Bekià fin dal grembo materno, ancor prima di venire al mondo, e che risente così tanto del desiderio di suo padre, Murrash, di avere un figlio maschio, tanto da entrarle nella mente e nel corpo (si scoprirà, di fatto, letteralmente) e che la porterà ad appropriarsi dell’essenza maschile. Non a caso, sarà Bekià stessa ad affermare di essere “la più grande invenzione di suo padre”. Ed è proprio l’identità, o meglio la negazione di questa in virtù di un’altra imposta, uno dei temi principali di Colei che resta: un destino che accomuna Bekià, divenuta Matja, anche agli altri protagonisti, e che viene alimentato tanto dalla sopraffazione quanto dal senso di colpa. Presenza silenziosa ma onnipresente del romanzo è il Kanun, l’antico codice di leggi consuetudinarie albanesi, tramandato per secoli e basato su principi di onore e vendetta, in cui le donne hanno un ruolo subordinato. Un sistema giuridico che regolava, e che in parte ancora influenza, la vita sociale, familiare ed economica delle comunità albanesi, specialmente nelle aree rurali. Una sorta di convitato di pietra che permea ogni aspetto della vita dei personaggi, determinando i loro destini. E così, per contrasto, soprattutto nella seconda parte del romanzo, ad emergere è anche il tema della libertà: uno spiraglio lontano, reso possibile dal rifiuto delle leggi della tradizione, che viene ben rappresentato dal personaggio di Sali che, sottraendosi alle imposizioni della società e rifugiandosi in Bulgaria, riesce a salvarsi e a cambiare il suo destino. Colei che resta porta su carta un mondo apparentemente lontano, ma ancora presente, e lo fa attraverso una struttura frammentaria che rinuncia a una narrazione lineare, adottando una scrittura asciutta e spezzata, che non rispetta le regole ortografiche, riproducendo le sensazioni di un racconto orale, capace di riflettere il tumulto interiore, per anni taciuto, della protagonista.

Ritmo e lirismo

Come fa notare Elvira Mujčić nella prefazione, Karabash usa la pagina letteraria come un palcoscenico teatrale spoglio e lapidario e, così facendo, non solo porta un po’ di sé nella narrazione (ovvero la sua esperienza da regista e attrice), ma al contempo crea un ritmo incalzante, senza rinunciare a momenti di grande lirismo. Questo conferisce al romanzo un respiro universale, trasformandolo in una profonda meditazione sulla femminilità, sulla libertà di essere e di amare. Un racconto universale, attraversato anche dalla tragicità classica. Emblematica, in questo senso, è la chiusura della prima parte del romanzo, tra le più commoventi di Colei che resta, in cui Bekià, incapace di non voltarsi a guardare quella che per anni è stata la sua casa-prigione tra le montagne albanesi, rievoca la sorte (e la fragilità) di Orfeo. Un romanzo doloroso, che si affianca ad altre opere dedicate al Kanun e alla figura dell’ostajnica—una su tutte, Vergine giurata di Elvira Dones (Feltrinelli, 2007) — ma che custodisce tra le sue pagine un seme di speranza. Un cammino impervio, che alla fine si apre su un orizzonte di possibilità: la facoltà di scegliere chi essere.

Seguici su InstagramTelegramWhatsAppThreadsYouTube Facebook e X. Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *