C’è un altro Woody Allen, quello dei tributi a Ingmar Bergman

Non c’è solo comicità intelligente e folgorante nella vasta produzione di un maestro del cinema come Woody Allen, ma anche pellicole di grande introspezione psicologica, ritratti profondi, figli di uno sguardo maturo, in cui fa capolino il tragico…

La produzione cinematografica di Woody Allen penso ormai possa essere considerata, per vastità di intenti, di stili, per longevità, uno dei corpus filmici più importanti della storia del cinema contemporaneo.

Ma guardiamo cronologicamente la sua filmografia, smisurata, camaleontica, unica, partendo subito dai capolavori del primo periodo che segnarono il felice esordio di una comicità intelligente, folgorante, ma figlia di mille rimandi e citazioni colte. Chi non conosce a memoria le battute di Prendi i soldi e scappa, de Il dittatore dello stato libero di Bananas, di Amore e guerra? Però poi, ripensandoci, proprio a partire da Amore e guerra – dove è sempre più evidente la sua ispirazione di matrice europea – ci accorgiamo che le cose, nel suo universo creativo, sono ben più complesse. E, infatti, due anni dopo, nel 1977, esce Annie Hall, il poeticissimo Annie Hall (Io e Annie in Italia), uno dei grandi capolavori del cinema tutto, un film su uomini e donne alle prese con loro stessi, perduti nella ricerca di un senso nelle emozioni che forse non potrà mai trovarsi, perché, come recita il celebre finale, la verità è che “la maggior parte di noi ha semplicemente bisogno di uova”.

Ma, poi, l’anno dopo ancora, succede una cosa imprevedibile, anche se qualche seme dell’ulteriore trasformazione era già sparso. Nel 1978 esce Interiors, un film tragico, un tributo al maestro Bergman, con un’ambientazione ispirata a Persona, senza colonna sonora, con spazi vuoti, come le vite di molti dei protagonisti, sgomenti testimoni di una perdita di senso che sta travolgendo tutti. Ricordo ancora le polemiche all’uscita del film, il disorientamento di fronte all’opera di un comico diventato appunto tragico. (In realtà, la cosa che ricordo meglio fu il disappunto del gestore della sala cinematografica che, sconsolato, si era accorto troppo tardi che non era un film “da ridere” come ovviamente si aspettava, e fece di conseguenza pochissimi soldi con i biglietti.)

Inizia con questo film la fase più intensa dell’autore newyorkese, con pellicole di una grazia straziante, alcune che si potrebbero dire perfette. Ci sono, dentro questa fase, Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Crimini e misfatti (che poi lo stesso Allen ha rifatto, ridiscutendone gli esiti, in Match point): capolavori indiscussi. Ma ci sono anche i nuovamente comici e nel contempo altamente sperimentali, Zelig e Radio days: chi può dimenticare Leonard Zelig, personaggio metamorfico, che assume la personalità degli altri fino a diventare gerarca nazista? O chi può resistere ai personaggi di Radio days, vere e proprie personificazioni di canzoni e storie radiofoniche d’un tempo?

Eppure, ci sono film di quel periodo che anche molti seguaci del verbo alleniano non conoscono. Si tratta, in particolare, di due opere: Settembre e Un’altra donna, rispettivamente del 1987 e del 1988. Il primo è una riscrittura di Sinfonia d’autunno, ancora di Bergman, tutto girato in interno, con l’ausilio della fotografia di Carlo Di Palma. Se nel film di Bergman, nella narrazione del sofferto rapporto madre/figlia la madre è una celebre pianista (interpretata da una implacabile Ingrid Bergman), nel film di Woody Allen, la madre è invece una grande attrice del passato. È facile però pure rintracciare in questa figura quella di Lana Turner tanto che, nel finale del film, la figlia le rinfaccia di avere avuto una vita dilaniata per essersi addossata, da innocente, la colpa dell’omicidio dell’amante violento della madre. Come non ripensare alla storia vera dell’omicidio in casa dell’attrice (con un coltellaccio) del criminale, violento amante, Johnny Stompanato, e di cui, nel processo, forse artatamente, si prese la responsabilità proprio la figlia della Turner allora minorenne?

Dopo Settembre, l’anno successivo esce Un’altra donna. Un film che è un ritratto di donna profondo, ampio, sfaccettato, sempre immerso in atmosfere nettamente bergmaniane (fotografia non a caso di Sven Nykvist, fotografo di riferimento del regista svedese), ma in modo più libero rispetto ai precedenti tributi. Un film maturo, la storia del bilancio di vita di una intellettuale cinquantenne, tra rinunce emotive e umanissimi errori, travisamenti della realtà, duro distacco nei confronti della vita vissuta, il tutto tra boschi in solenne veste autunnale, musiche di Satie e con l’interpretazione di Gena Rowlands, recentemente scomparsa, che in questa pellicola dimostra una volta di più la sua capacità di recitare con grande partecipazione emotiva e introspezione psicologica. Un altro capolavoro, di un altro Allen rispetto a quello universalmente noto.

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