Giornalista di lunghissimo corso, nato e cresciuto in Sicilia e affermatosi nel quotidiano La Repubblica, Giuseppe Cerasa racconta in “Sipario siciliano”, senza indifferenza e senza luoghi comuni, l’Isola vissuta in prima persona: i boss mafiosi e le loro stragi vigliacche, ma anche esempi fulgidi e positivi, dalle donne (a cominciare dalla moglie e dalla madre) ai giovani, e da alcuni amici come Sergio Mattarella e Andrea Camilleri…
Per qualche attimo un cronista di razza e grande redattore del quotidiano La Repubblica, come Giuseppe Cerasa (che, come capita a tanti padri, è stato superato in popolarità da un figlio, Claudio, da dieci anni direttore de Il Foglio), rischiò la candidatura al ruolo di Salvo Montalbano nella fiction della Rai ancora in fase di ideazione. La proposta semiseria arrivò da un suo buon amico, Andrea Camilleri in persona, che la ritrattò nel giro di pochissimo, nel corso di una esclusiva cena familiare qualche giorno prima di un Natale. È solo uno dei tanti aneddoti inediti di una vita lunga e piena come quella di Giuseppe Cerasa, giornalista siciliano da tempo residente nella capitale, assunto da Eugenio Scalfari nel 1987, uno degli aneddoti raccontati in un raffinato volume pubblicato da Nino Aragno editore, Sipario Siciliano. Storie di donne, passioni, segreti, mafia ed eroi senza gloria (XIII + 163 pagine, 20 euro), con fascetta di Stefania Auci, che firma anche la prefazione. Dopo fiumi di frasi e di titoli sfornati in una lunghissima e invidiabile carriera, dopo aver coinvolto tanti artisti e scrittori nelle pagine della cronaca di Roma di Repubblica, scrivere il primo libro, superati i settant’anni, non serve ad acciuffare la gloria o chissà cosa (anche se Antonio Monda ha spedito il volume nel novero dei tantissimi candidati al premio Stega), è un’eredità preziosa da consegnare a un paio di nipoti, come si intuisce dalla dedica. E magari un tentativo di raccontare la terra d’origine a quanti si sono fatti ingannare, incantare da certe “cartoline” non del tutto aderenti alla Sicilia reale, o alla sola preponderante immagine di terra maledetta e senza speranza…
Il Sessantotto contro la mafia e l’intervista a Sciascia
L’Isola di Giuseppe Cerasa è un teatro da svelare, e inizia in uno dei suoi cuori medievali, Chiusa Sclafani, a meno di cento chilometri da Palermo. Peppino Cerasa è figlio del titolare di un bar e di Sarina («corpo esile da modella, da attrice del neorealismo italiano»), disegnatrice di corredi di nozze, un confessionale laico la stanzetta in cui lavora. Va a studiare a Corleone e, a distanza di decenni, non racconta il brand mafioso di Corleone, ma le cose belle e notevoli di questo grosso centro agrario circondato da masserie e campi, suo malgrado associato ad alcuni dei più sanguinari criminali di sempre; lì, al liceo classico, un insegnante di latino e greco, arrogante e forse compromesso con la mafia, fu fatto fuori da qualcosa che ricordava le lotte europee del ’68 e che in quelle terre assumeva connotati antimafia, era quella la ribellione al sistema, una sfida di dignità e resistenza. Mentre i boss corleonesi prendevano il sopravvento in ambito mafioso e issavano la loro organizzazione ai vertici della scala mondiale, c’era un’opposizione interna tra i liceali del loro paese che, fra ciclostile, cineforum e un giornale scolastico, urlavano estraneità, distanza e disprezzo per la mentalità mafiosa, omertosa e violenta; l’autore di queste memorie collettive più che individuali, ora giornalista vero e affermato, era tra gli animatori di quel foglio da battaglia e arrivò a intervistare anche Leonardo Sciascia, che regalò inviti (agli studenti, «a patto che continuino a restare giovani. Cioè a non accettare compromessi, a non adattarsi, a non cedere, a non transigire») e moniti («Ricordatevi comunque che la mafia vive nell’equivoco, giganteggia nella confusione delle idee. Quindi attenzione: nulla è mafia se tutto è mafia»). Da quell’esperienza, poco dopo, nacque un mensile, Il giornale del Corleonese, con idee, denunce, battaglie, approfondimenti.
Il coraggio di Danilo Dolci e Mario Francese
È un libro che racconta figure libere e coraggiose, Danilo Dolci e la non violenza, Mario Francese, sebbene non nominato esplicitamente, e il giornalismo investigativo che spaventò la mafia, al punto di condannarlo a morte («… spietato omicidio di un ottimo cronista che scriveva per un giornale del mattino, non comunista, di Palermo»). È anche un libro di donne orgogliose e indomite, che si emancipano, questo di Giuseppe Cerasa. Prima della madre, c’è una maestra speciale nel capitolo d’apertura, Marianna (alias Anna Maria, moglie di Giuseppe Cerasa) e del suo modo di farsi rispettare da ultraripetenti in una delle più difficili scuole di Palermo, a due passi dalla Vucciria. C’è tanta passione in questo volume di un settantenne che sembra più giovane di molti giovani, come il suo amico ed ex professore universitario Sergio Mattarella (raccontato nelle ultime pagine); osservatore acuto e critico, Giuseppe Cerasa, nostalgico di una Sicilia antica e indignato per la corruzione e per il malaffare dell’Isola senza speranza, per le vigliacche esecuzioni vissute in prima persona, arrivato subito sul posto dell’omicidio Dalla Chiesa, vedendo il generale sfigurato in volto dai colpi d’arma da fuoco, e sul fronte di via d’Amelio, dopo la strage che eliminò Paolo Borsellino e cinque dei sei membri della sua scorta. Questo libretto blu dalla copertina spartana e verticale trascina il lettore nel tempo e nello spazio, sa commuovere e racconta forse non tante storie nuove, ma con occhi diversi, lontano dai luoghi comuni, dalla sciatteria, dall’indifferenza che ogni buon giornalista deve scansare.
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