Dario Voltolini, una vita lunga quanto un calcio di rigore

Più che l’epica delle periferie calcistiche o la retorica dei campioni mai emersi, “Dagli undici metri” di Dario Voltolini – protagonista un portiere – ci parla di vita e destino, dei momenti imprevedibili e delle persone che nel corso della vita diventano punti di riferimento. E per farlo racconta una vita, parentesi tra l’assegnazione (generosa) di un penalty e l’esecuzione dal dischetto

«Il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticata una cosa: che è gonfio d’aria». L’aforisma è attribuito a Giovanni Trapattoni, uno dei più vincenti allenatori, un po’ dimenticato, sepolto dal calcio champagne e bailado che i più provano a professare oggi. Aforisma che potrebbe significare quanto il calcio sia importante, ma anche quanto non necessario prenderlo troppo sul serio. E allora immaginiamo che Dario Voltolini e il suo ennesimo volume segaligno e prezioso si prendano sul serio… il giusto. E, più che dialogare con cantori supremi – in modi e con esiti diversi Arpino e Soriano, Pasolini e Handke, Galeano e Hornby, Rushdie e Borges, l’unico fra questi che non apprezzava lo sport più popolare del pianeta – i maestri che del calcio hanno fatto materia letteraria, chiudano il cerchio con 10, racconti che Voltolini pubblicò inizialmente sul quotidiano La Stampa (c’era di mezzo il centenario della Juventus e Voltolini tifa Toro..), poi in volume con Feltrinelli un quarto di secolo fa e che, in anni più recenti, è stato riproposto dall’editore Laurana. In quel libro, uno dei suoi primi, il calcio era evocato con uno sguardo nuovo, si legava inestricabilmente alla memoria, raccontava partite da oratorio, giocate in periferia o in località balneari – raccontava insomma la vita, con la storia sullo sfondo, ma aveva decisamente poco di epico – ma celebrava, in modo obliquo, anche le imprese di grandi squadre e calciatori indimenticabili.

Le situazioni più improbabili…

L’ultimo libro di Dario Voltolini riparte dal calcio e in particolare da un rigore. Il tiro dal dischetto è un topos nel topos, a cominciare dal Soriano di Pensare con i piedi che racconta del “rigore più lungo del mondo”. Dagli undici metri (95 pagine, 12 euro) è il secondo volume di una collana, I Colibrì, nata sotto i migliori auspici per la casa editrice Baldini+Castoldi, con un volume di Aurelio Picca (ne abbiamo scritto qui). Voltolini racconta una storia di destini, a cominciare da quello di Cebola, che sembra nato per fare atletica, in particolare lo sprinter e, invece, finisce con i guantoni fra i pali, l’unico ruolo statico del calcio, al netto di qualche emulo dei guru che vorrebbero il portiere sempre più giocatore di movimento. Cebola esordisce in una partita in cui in porta manca il titolare ed è assente anche la sua riserva. Le situazioni più improbabili in cui tutti siamo stati invischiati e magari ne siamo usciti alla grande sorprendendo tutti, noi per primi. E anche lui per velocità di sguardo e di pensiero stupisce tutti, a cominciare dai suoi scettici compagni, mai visti prima.

… e i mentori

Prima di arrivare al pathos delle ultimissime pagine, che si ricollegano alle prime, Cebola incontra un mentore e si ricongiunge al primo, figure chiave all’insegna della fiducia e dell’ammirazione, come quelle che tutti abbiamo incontrato prima o poi e che ricordiamo per lungo tempo. E lentamente trova pieno compimento la storia del suo talento sulla linea di porta, in barba a qualche ingiustizia di troppo (ebbene sì, c’entrano gli arbitri…). Cebola è il protagonista di una specie di favola, come è una favola – ma con tanti connotati della vita vera – il calcio nella dimensione che racconta Voltolini. Non tanto il mito della periferia o del campione che non è riuscito ad affermarsi in chissà quale platea…

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