Fabrizia Ramondino, il ritratto di sé e della città che scelse

Torna in libreria “Star di casa” di Fabrizia Ramondino: lessico ricco e prosa che avvolge, fra narrativa e saggistica; pezzi di vita propria, dell’infanzia e della sua famiglia al femminile, e sguardi su Napoli, grigi più che colorati, visionari più che oleografici…

… trovarsi su un inabitabile pianeta, ma sapere che è l’unico dove per ora possiamo star di casa.

La lettura come esperienza coinvolgente, come viaggio, anche interiore, che indaga riscoperte e autori non convenzionali. Questa è la letteratura che predica felicemente e ostinatamente la casa editrice romana Orizzonte Milton, con chiaro riferimento all’inglese John Milton. Se queste sono le coordinate avere pensato a Fabrizia Ramondino – tragicamente scomparsa, dopo un malore in spiaggia, nel 2008, e recentemente rilanciata con alcuni titoli dalla casa editrice Fazi – è un movimento naturale. E la pubblicazione della raccolta di prose Star di casa (148 pagine, 15 euro), inizialmente proposta da Garzanti nel 1991, è un gesto pieno di grazia, oltre che un’ottima introduzione al mondo letteraria della scrittrice napoletana di nascita, ma a lungo raminga: non solo un’anima dedita alla scrittura – autrice di narrazioni che difficilmente sono romanzi, anche quando il numero di pagine lo lascerebbe pensare – ma con un preciso cammino esistenziale e politico, a sostegno delle donne (di madri sottomesse e «decorative»), dei bambini e degli ultimi, per i quali si è sempre battuta, da volontaria perfino nei vicoli (tra analfabetismo e disoccupazione) e attraverso gran parte dei libri che ha scritto. Militante contro le ingiustizie del mondo, non in senso partitico ma concretamente, strada per strada: curando un doposcuola per i più piccoli, in cattedra alle scuole serali, promuovendo associazioni, insegnando perfino metodi anticoncezionali alle braccianti.

Oltre il recupero della memoria

Nonostante i tanti spostamenti e alcuni importanti viaggi e soggiorni (si pensi a quello in Francia e a quello in Germania), la Campania finisce per essere il centro di gravità permanente, specie dopo la scomparsa del padre, diplomatico del regime fascista. Giulia Alberico avverte nella prefazione che «i tre memoir» che compongono Star di casa sono totalmente privi del folklore partenopeo, al massimo colorati dal grigio di Bagnoli, e figli di una scrittrice visionaria quale era Fabrizia Ramondino (funestata anche da alcolismo e depressione), il cui sguardo va oltre il mero recupero della memoria di persone e di luoghi, e la cui lingua madre è l’italiano affiancato dal castigliano dei primi impegni scolastici e dal maiorchino di una balia spagnola, Dida, figura cruciale, sovrapponibile a quella materna. Come in molte opere dell’eclettica ed eretica Fabrizia Ramondino – aveva debuttato grazie a Elsa Morante che l’aveva segnalata a Einaudi, cioè a Natalia Ginzburg – anche in questa c’è un felice connubio, una costante dialettica, fra narrativa e saggistica. Il puzzle di Star di casa si compone di pezzi di vita e di sguardi su Napoli, Napoli bombardata durante la guerra, Napoli terremotata decenni dopo. Potentissima e affilata è la sua voce, in una prosa che avvolge, con un lessico ricco e lussureggiante. Basti per tutto il paragrafo numero 20 del primo racconto:

Nel mese dopo la morte di mio padre, siccome bisognava lasciare al più presto quel castello dove abitavamo e tornare a Napoli, mio cugino ogni giorno sgozzava galline e affogava nell’acqua colombi, perché non andassero sprecati. Ogni giorno mangiavamo carni pregiate, vestiti a lutto, mentre l’anticamera si riempiva di bagagli. A Napoli la mamma si mise a cucire per me e per mia sorella vestiti di mezzo lutto, tanti vestiti a quadretti bianchi e neri, scollati o col colletto bianco. Mio cugino tentò di baciarmi sulla bocca e io lo respinsi. Sentii che le mie labbra gli erano apparse improvvisamente rosse. Ma le mani che mi avevano afferrato la testa le avevo viste troppe volte sgozzare galline, mantenere fermi nell’acqua colli di colombi. Sarebbe potuto essere un richiamo erotico potente. E forse lo fu, data la repulsione che provai. Ma era sempre quel modo ‘arano’ che ben conoscevo dall’infanzia di essere per un uomo una cosa. Sentii anche che si era permesso di farlo perché era morto mio padre; allo stesso modo io mi ero permessa di diventare donna. Ma in me questo era coinciso con un corso ineluttabile e segreto del sangue, in lui quello manifesto e arrestabile della storia. Le sue labbra erano sottili ed esangui, come una vecchia ferita: anche la sua una ferita di guerra, quella di essere stato nel fiore della giovinezza prigioniero per sette anni degli Inglesi, privo di donne.

Niente sconti a camorra e omertà

Non solo il fascino delle dimore, spesso perdute. Non solo autobiografia, non solo le tappe della crescita di una ragazza, e anche stralci d’infanzia (anche nel terzo atto del libro, Sopra un mio antico tema), ma anche una città che troneggia, prepotentemente. Autoritratto e ritratti di ciò che la circonda. Casa, per Fabrizia Ramondino, non è soltanto la famiglia al femminile in cui crebbe, è il luogo dell’anima dell’infanzia, ed è Napoli specialmente, città scelta con convinzione, amata ma senza sconti, nonostante le «tende vellutate della omertà, pesantemente damascate dalla paura, sobrie della prudenza» (perché si fa governare non solo dallo Stato ma anche dal «Delitto», dalla camorra). Metafora del paesaggio e delle dinamiche cittadine è il protagonista del secondo racconto, Il salotto napoletano o dell’accidia.

Poiché l’antico Salotto napoletano è terremotato o morto – e non dalla sua crisalide è nato il Soggiorno moderno – mi sia consentito dedicargli una breve elegia.

È la rievocazione di un tempo ormai irrimediabilmente tramontato, che riguardava il destino segnato di certi figli – sacrificati sull’altare di ragioni importanti, di equilibri familiari, di prestigio della casata – o la volontà di mostrare il decoro e la posizione. Un libro probabilmente inclassificabile ma modernissimo, Star di casa, ma efficace ed esemplare di uno stile, di una mentalità, di un’autrice che sa farsi valere nelle strade impervie della letteratura vera. Da leggere e riscoprire.

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