Ruotano attorno alla famiglia, al rapporto con un genitore, o con entrambi, i consigli di lettura di Crocifisso Dentello (nella foto di Dino Ignani), il cui più recente titolo è “Scuola di solitudine” (La Nave di Teseo). Sono non tutti ma in gran parte romanzi, scritti da autori contemporanei italiani, con una sola eccezione. Un’altra puntata della nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate precedenti)
“L’anniversario” di Andrea Bajani (Feltrinelli)
A raccontarsi è un figlio di mezza età che celebra una per lui felice ricorrenza: i dieci anni trascorsi da quando ha troncato i legami con i propri genitori. È la celebrazione dello «sfascio di una famiglia intera.» Protagonista una madre da sempre ai margini, una donna il cui stare nel mondo «non era degno di nota.» Per raccontarla deve «scorporarla» dalla figura del padre tiranno. Una donna sempre «dietro le quinte del teatro familiare» che pure prova a emanciparsi quando un’amica la fomenta contro le infedeltà del marito o quando si impiega in un supermarket. Ma il plagio psichico di questa donna della borghesia romana trapiantata nella provincia torinese si rinsalda più il marito si rende protagonista di reiterati episodi di violenza domestica. La verità è che l’uomo stinge i giorni di lei «in un deserto senza vita all’orizzonte. Solo che lei era l’unica in grado di abitarlo, quel deserto.»

“Il figlio di Forrest Gump” di Angelo Ferracuti (Mondadori)
Una resa dei conti edipica dell’autore marchigiano con «un attore non protagonista», come lo sono stati tanti padri nelle famiglie della sua generazione. In queste pagine non c’è solo il vincolo filiale logorato da un mutuo antagonismo ma la parabola di formazione privata e pubblica di un figlio «anarchico e molto ribelle.» Riattraversare la vita di Mario, sportellista alle Poste che si improvvisa maratoneta, significa per Ferracuti risalire al punto esatto nel quale, in virtù di un effetto sliding doors, il suo destino si stacca da una tara familiare. Scrive l’autore: «Mio padre correva per le strade e io protestavo nelle piazze. Non avremmo mai potuto incontrarci.» Pioniere della corsa amatoriale, Mario partecipa per quasi mezzo secolo a svariate competizioni a ogni latitudine. È la fuga da un trauma irrisolto. Il nonno di Ferracuti, padre di Mario, si era tolto la vita nel 1932 a trentatré anni gettandosi dal balcone del manicomio dove era stato rinchiuso. Ecco il sortilegio della discendenza: «Ho sempre pensato che il fatto che mio padre a un certo punto si sia messo a correre, e che anni dopo io abbia cominciato a scrivere, avesse a che vedere con quel gesto disperato.»

“Il fuoco che ti porti dentro” di Antonio Franchini (Marsilio)
Il lettore è trascinato in una voragine di sentimenti deteriori al ritmo di frasi risentite come «Mi fa schifo chi mi ha messo al mondo.» Angela Izzo, nata a Benevento e trasferitasi bambina a Napoli, è una donna misantropa e tirannica che «ha bisogno di odiare come di respirare.» Il figlio Antonio, costretto a sfasciare porte e finestre per non colpirla durante le loro dispute, vede riflesse nella madre le perversioni delle sue stesse radici meridionali: «il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo, l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza.» Si affida al disdegno intellettuale per non soccombere al plagio materno: «Così la ferocia che lei riversa contro il mondo assolvendo se stessa io comincio a scaricarla soltanto contro di lei assolvendo il mondo.» Questo è il fuoco che si porta dentro questa donna paranoica e frustrata che, sia pure istruita, affonda nella sottocultura plebea in opposizione al decoro borghese del marito Eugenio, commercialista e bibliofilo. Si affaccia tuttavia un riscatto, una umana pietas che spiega e accoglie il «sacrificio» di Angela Izzo: imprimersi nella memoria del figlio come un mostro di disamore per eternarsi come antieroina di carta.

“Malbianco” di Mario Desiati (Einaudi)
«Nomade digitale» nella capitale tedesca, il protagonista torna a Taranto, sua terra d’origine, per badare ai propri genitori e tentare di guarire da svenimenti e attacchi di panico. Si interroga sulle sue radici perché in anni di terapia ha imparato che «la famiglia è la culla del trauma originario.» Ecco allora che la sua «sollecitudine genealogica» lo porta a sfidare le tante troppe reticenze sul passato dei suoi avi. È lì che si annida il suo male oscuro perché «le cose che ignoriamo diventano fantasmi.» Il nonno Demetrio e il fratello Vladimiro, detto Pepin, reduci di guerra schiacciati dalla vergogna di essere sopravvissuti, rinnegano la loro nazionalità e tentano entrambi di procrastinare il ritorno a casa: il primo sconta due anni in un campo di lavoro in Germania e il secondo, disertore e disperso in Russia, si finge muto. Ecco spiegato il malbianco, «un fungo, un parassita, assomiglia a una nebbia che scende sulle foglie… come un velo sotto cui spariscono gli alberi.» Compresi gli alberi genealogici per i quali «l’omertà è un velo bianco.»

“Settembre nero” di Sandro Veronesi (La nave di Teseo)
A raccontarsi è Gigio Bellandi, sessantenne docente di letteratura inglese e padre di tre figli, che rievoca l’estate dei suoi dodici anni. Siamo nel 1972 a Fiumetto, in Versilia. Gigio ha una cotta per la tredicenne Astel Raimondi. Insieme consumano i 45 giri dell’epoca e si divertono a tradurne i testi. Frattanto cominciano le Olimpiadi di Monaco e il padre di Gigio, avvocato penalista, si offre volontario per difendere innocenti perseguitati a seguito della tragedia occorsa a Ermanno Lavorini, dodicenne rapito e ucciso (caso di cronaca nera che destò scalpore in quegli anni). A un certo punto «la storia sterza.» Non solo perché quelle Olimpiadi sono funestate dal massacro degli atleti israeliani a opera dei terroristi palestinesi di Settembre nero. Un fatto di sangue si consuma parallelamente anche in quell’angolo di Versilia. Le famiglie di Gigio e di Astel, unite da un segreto torbido, finiscono entrambe nel precipizio. Una ferita sempre aperta quella di Gigio Bellandi: «Il punto non è che quelle cose io le ho perdute: le avrei perdute comunque. Il punto è capire se, essendo quel che ero, io potevo o no opporre resistenza alla forza che me le ha fatte perdere in quel modo.»

“Quello che serve di notte” di Laurent Petitmangin (Mondadori)
Racconta di un padre alle prese con due figli adolescenti da accudire dopo la morte della moglie. L’uomo, socialista militante, resta impotente di fronte al maggiore Fus che comincia a frequentare un gruppetto di giovani del Front National, il partito di estrema destra di Marine Le Pen. La situazione precipita quando Fus resta vittima di un’aggressione e decide poi di vendicarsi. Ambientato in una periferia operaia del nordest della Francia, il romanzo mostra un antagonismo politico che sembra riprodurre lo stesso clima degli anni di piombo. L’infatuazione ideologica tuttavia non sembra una maturazione interiore. L’odio qui è un inciampo, un drink sorseggiato per caso e per noia.

“La casa del mago” di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie)
In questo memoir è evocato il padre Mario, morto nel 2011, e la sua casa-studio ai Parioli, «un luogo dove la Cura si era giocata a viso aperto la sua partita col Male.» Psicoanalista junghiano che «aveva visto invecchiare intere generazioni di nevrotici e di nevrotiche», venerato da allievi e pazienti come un taumaturgo, Mario è colto nelle sue eccentricità di uomo ombroso e maldestro eppure capace di «maneggiare l’anima ferita.» Padre e figlio sembrano due personalità inconciliabili ma in realtà La casa del mago svela una staffetta generazionale. I pazienti di ieri e i lettori di oggi non sono forse sovrapponibili, anime in pena eternamente in cerca di una verità? Ecco allora che padre e figlio sono entrambi artisti perché «la creatività ha sempre bisogno di un certo grado di disagio, trasformato in fonte di energia.»

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