L’Europa di Anna Foa? Figlia di 2.000 anni di diaspora ebraica

Il vecchio continente non sarebbe probabilmente quello che è adesso senza la più che millenaria presenza delle comunità ebraica nelle maggiori città. Lo racconta in un saggio agile e accessibile, “Le vie degli ebrei”, la studiosa Anna Foa, che traccia un itinerario di luoghi suggestivi e cruciali, tra persecuzione e integrazione…

Una passeggiata nello spazio e nel tempo, un itinerario sulle tracce della diaspora ebraica, da Gerusalemme rasa al suolo dai romani a Gerusalemme ritrovata negli anni Quaranta del secolo scorso, duemila anni di storia, fino ai giorni nostri. Un saggio agile, accessibile e attualissimo, che dà conto per ogni periodo considerato dei luoghi in cui la presenza ebraica «è stata più importante e significativa». Le vie degli ebrei (182 pagine, 15 euro) di Anna Foa, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino, è un libro utilissimo per l’excursus storico e per le somme che tira fin dentro l’attualità, in un mondo in cui l’antisemitismo cresce e anche alla luce degli orrori del 7 ottobre 2023, che hanno preceduto la pubblicazione di questo volume.

Mentre scrivo, non so quale ne sarà l’esito. Certo questa Israele non può essere l’esito finale della diaspora millenaria.

Città leggendarie

Anna Foa, docente emerito di Storia moderna all’università La Sapienza, scrive una storia dell’Europa e di una sua minoranza perennemente discriminata – cacciata, espulsa, costretta alla conversione – ma decisiva dal punto di vista creativo e culturale, e importante anche per il suo contributo nel tessuto socio-economico. La struttura agile del testo non consente di approfondire, ma lancia tantissimi spunti ed è carico di storie affascinanti. Le città toccate dall’analisi di Anna Foa sono alcune di quelle che hanno fatto la storia dell’umanità e dell’Europa, luoghi mitici, alcuni trasfigurati in romanzi e racconti da tanta ottima letteratura, dalla Salonicco del Seicento, la Gerusalemme dei Balcani con una popolazione costituita al settanta per cento da ebrei (sarebbero stati ancora il quaranta per cento alla vigilia della seconda guerra mondiale), alla Trieste del XIX secolo, che sfocerà nella città cosmopolita di Svevo e Saba, da Venezia, col suo primo ghetto, alla Parigi del caso Dreyfus, da Varsavia, con l’eroica rivolta del suo ghetto contro i nazisti alla Basilea che ospitò il primo congresso sionista. E poi Amsterdam e Tolosa, Praga e Toledo, Vilnius e Londra, città suggestive e cruciali, raggiunte in modo non lineare.

Il contributo intellettuale

È un excursus – che si conclude con la creazione dello Stato di Israele nel dopoguerra – di storie di sopraffazione e persecuzione subite a lungo, anche dove gli ebrei erano perfettamente integrati o addirittura, come in Italia, aderivano a ideologie nazionaliste e fasciste. Ed è spesso un susseguirsi di figure eminenti a livello politico e intellettuale (basti solo pensare al Piemonte di Leone Ginzburg, Adriano Olivetti, Carlo Levi, o alla Vienne di Zweig, Freud, Joseph Roth, Herzl) che hanno segnato storia e futuro di regioni, di stati e di un intero continente. Ghetti e giudecche, con le loro forti identità e nella lotta per l’integrazione nonostante tutto, sono state culle della cultura europea, ponti verso la modernità e la contemporaneità.

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