Tra assurdo, incoerente e inverosimile, fra Shirley Jackson e Franz Kafka, Rachel Ingalls in “Benedetto è il frutto” racconta un universo letterario di pathos e ambiguità. Un libro attualissimo, in cui le donne combattono i tabù patriarcali e il diverso innesca pregiudizi…
Rachel Ingalls, americana di nascita e inglese di adozione, come spesso accade in vita non raggiunse un successo commerciale adeguato, nonostante il suo racconto Theft avesse vinto l’Authors’ Club First Novel Award nel 1970 e Mrs Caliban (ne abbiamo scritto qui) fosse considerato uno dei 20 romanzi americani più importanti del Dopoguerra dal British Book Marketing Council.
I cinque racconti presenti nella raccolta Benedetto è il frutto (274 pagine, 20 euro) – tradotti da Giovanna Granato, scritti tra il 1970 e il 1987 e finora inediti in Italia – Adelphi ce li presenta come «la migliore introduzione possibile all’universo narrativo di Rachel Ingalls» e questo fa ben sperare che seguano altre pubblicazioni perché una volta iniziato sarà difficile farne a meno.
Cinque storie
Nel primo racconto, che dà il nome alla raccolta, un frate scopre di essere gravido dopo un incontro amoroso con l’Arcangelo Gabriele. Dovrà fare i conti con i cambiamenti del suo corpo che sta chiaramente assumendo sembianze femminili e con gli altri membri del monastero, sconvolti e turbati da questa “anomalia medica”.
In In flagrante un marito inventa una bambola robotica per sopperire ad alcune “mancanze” coniugali, ma quando la moglie la trova la sua reazione non sarà così scontata e porterà a conseguenze tragicomiche.
Amici in campagna ci trasporta in atmosfere quasi gotiche: una tenuta spettrale avvolta nella nebbia, ospiti equivoci e tetri accadimenti porteranno i protagonisti ad un tira e molla per decidere se restare o fuggire a gambe levate.
Cartoline da mandare a casa è un crescendo di ansia in una circostanza apparentemente serena, il viaggio di nozze di John e Amy la cui stabilità mentale sembra vacillare sempre di più con lo scorrere delle pagine.
Furto è forse il racconto con i presupposti e lo svolgimento più realistici, in cui un povero padre di famiglia viene condannato per aver rubato una pagnotta di pane.
Strambe metafore per nobili intenti
Soffermandosi sulle trame folli si potrebbe avere una falsa percezione di questi racconti, intrisi in realtà di un forte simbolismo in cui i personaggi e soprattutto ciò che accade loro sono allegorie volte a sovvertire la moralità socialmente imposta. In alcune storie ci sono diversi riferimenti biblici, più o meno palesati, mentre in altre il focus dell’azione ruota intorno al rapporto coniugale e a i suoi paradossi. Ognuna cerca di insinuare, neanche poi tanto velatamente, uno spirito critico nei confronti dei dogmi e delle ipocrite convenzioni sociali. In questo intento Ingalls sembrerebbe strizzare l’occhio a Shirley Jackson anche se poi altri ingredienti e atmosfere ci catapultano in un universo quasi kafkiano in cui la percezione del reale ci sfugge tra le dita e sfuma verso una fatale incoerenza.
Del resto come si arriva a conoscere le cose, secondo te? Per un certo periodo sembrano sempre folli e squinternate… vengono indagate solo sul piano sperimentale. Poi, appena una cosa è accettata, rientra subito nella norma.
Per essere stati scritti nella seconda metà del ‘900 questi racconti stupiscono per l’attualità dei temi trattati. Benedetto è il frutto scoperchia il vaso di Pandora: in un ambiente monastico che per definizione dovrebbe incarnare accoglienza e amore incondizionato, emergono i pregiudizi, l’etica perde la bussola di fronte a qualcosa di sconosciuto: il diverso fa paura, la ricerca di una nuova identità non è legittimata.
Con In flagrante assistiamo ad una figura della donna innovativa, una moglie che non è spettatrice passiva e non subisce i capricci del coniuge ma quando lo smaschera non si sottomette alle sue richieste, anzi ne avanza delle proprie soverchiando quei tabù patriarcali che relegano la donna ai margini della sfera sessuale.
Ma è con Furto che forse si raggiunge l’apice della compiutezza: onestà e giustizia, religione e politica sono applicate in relazione alla vita quotidiana dell’uomo per evidenziarne le incongruenze e rispettive assurdità.
Frate Adrian guardò Anselm schifato. Dichiarò: “Non rientra nel regno della natura”.
“La natura copre un territorio molto vasto. E cambia di continuo”.
Allucinazioni sospese
Rachel Ingalls è indubbiamente una scrittrice coraggiosa e all’avanguardia: i messaggi sono importanti, le allusioni per veicolarli non sono velate ma messe in luce attraverso uno stile disadorno e dialoghi brillanti. Ma sa essere anche ambigua e indecifrabile creando un pathos crescente e allucinato in un clima di inquietante familiarità.
Alcuni racconti hanno spunti di trama assurdi mentre altri si sviluppano dalle più comuni circostanze, ma a prescindere dall’input lo scopo è sempre quello di portare una situazione non tanto fino al suo estremo compimento – tant’è che spesso il finale si tronca nel bel mezzo dell’azione – ma piuttosto fino all’inverosimile, lasciando tutto in sospeso.
Ingalls tende l’elastico senza portarlo alla massima estensione per non spezzarlo, ma solo per il gusto di creare una tensione pulsante, un gioco forza costante.
Proprio come i protagonisti, non riusciamo a capire come uscire da quella condizione. E neanche come ci siamo entrati. Forse semplicemente non possiamo.
Tante cose, alcune delle più importanti della vita, rimangono avvolte nel mistero. Pazienza. Ha molto più senso essere felici di averle anziché fare tante domande.
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