Giacomo Casanova, Ida Amlesù gli restituisce dignità…

Colto, diplomatico e affamato di vita è Casanova nel romanzo di Ida Amlesù, “Io, Casanova”, che – tra letteratura storica e fiction narrativa – gli dona spessore e più aderenza alla realtà, oltre la fama di latin lover e la dimensione da controfigura di Don Giovanni…

Giacomo Casanova. Un nome che ricorre frequentissimo nell’immaginario collettivo e che, a causa dei pregiudizi che il tempo impone ad ogni storia, quasi tutti accostiamo a una controfigura del Don Giovanni, un seduttore seriale di donne che ama per una notte e poi abbandona, un giocatore d’azzardo che vive di espedienti. Uno scavezzacollo imbarazzante che, se non aveva molto da dire ai suoi tempi, immaginiamoci ai nostri.

E invece, invece ci sbagliavamo tutti e Ida Amlesù, che Casanova lo portava nel cuore da diversi anni e che da diversi anni progettava di dedicarsi a un romanzo che lo vedesse come protagonista, gli restituisce una dignità perduta, uno spessore culturale, sentimentale, filosofico.

Non più solo un Casanova “libertino”, imprigionato ed esiliato con l’unico sogno di rientrare un giorno a Venezia, stimato dai suoi concittadini, ma un Casanova ambasciatore del Re di Francia, mediatore politico alle più potenti corti europee, inviato speciale a Costantinopoli per conto della Serenissima, uomo di fine cultura – formatosi come abate nell’istituto per religiosi di Padova – e ingegno, curioso e affamato di una vita che prende a morsi, affascinato dallo stesso mistero che ci avviluppa tutti.

Non un santo, ma un uomo libero

Chi era allora Giacomo Casanova? Nelle sue memorie leggiamo più di cinquemila pagine di autobiografia, alcune esagerate da iperboli un po’ tendenti al narcisismo, ma altre storicamente ineccepibili, alcune addirittura sbalorditive, come l’incontro con Voltaire nei pressi di Lione o la raffinatezza di ogni incontro amoroso che il Casanova sembra ricordare nella pienezza dei dettagli.

Casanova non era dunque lo sciupafemmine che ci immaginiamo, bensì un uomo libero, che liberamente pensava e agiva, precorrendo i tempi e che pienamente amava. Amava di un amore totalizzante che fu per lui  spesso causa di rovine, anche economiche. Mai una donna poté lamentarsi della sua galanteria. Casanova amò tutte le sue donne in modo raro, sebbene non fosse esattamente un santo, certamente non poneva limiti mentali al genere femminile, precorrendo tempi che seguiranno molto dopo, affermando tranquillamente – e perciò scandalizzando – la pari dignità della donna rispetto all’uomo in pensiero e produzione e che intellettualmente non vi erano distinzioni tra i generi se non quelli che imponeva (e impone) la società.

Se dall’opera di Ida emerge una personalità profonda e appassionata, è anche vero che il suo romanzo così bello – forse per la struttura un po’ ibrida, in bilico tra letteratura storica e fiction narrativa, suddiviso in atti, dove ogni personaggio, ogni volta, per la prima volta, veste panni sconosciuti per calcare un palcoscenico senza copione, il palcoscenico del mondo – racchiude un mistero dopo l’altro e ci interroga nel profondo. Ponendo più domande che risposte, scambiandoci di posto coi protagonisti, mettendoci di fronte a scelte morali e ad una verità imprigionata che si vorrebbe liberare.

Guardare in molte direzioni

Io, Casanova (528 pagine, 19,90 euro), pubblicato da Sonzogno, è una storia che ci riguarda tutti, spogliandoci dai luoghi comuni e conducendoci in un passato che abitiamo confortevolmente come nella letteratura dei più grandi scrittori francesi, Dumas o Hugo, e che ci spinge ben oltre, in un gioco di specchi, riflessi e telepatie che non ci lascia scampo, in cui niente è come sembra, accelerando sapientemente  la velocità fino a quelli che a noi, comuni mortali di questo nuovo millennio, sembrano miraggi, vicoli ciechi, muri incollati alla schiena… Eppure ci ricorda  che i nostri occhi possono guardare in molte altre direzioni.

Edito da Sonzogno e con una strabiliante copertina realizzata da Giuseppe Quattrocchi, in arte Gatsby books, Io, Casanova di Ida Amlesù si candida ad essere uno dei migliori, se non il migliore, romanzo di quest’anno.

A conclusione di questa mia riflessione mi piace prendere come punto di partenza una citazione posta in esergo all’opera: “Every love story is a ghost story”. Chissà che non vi incuriosisca.

Seguici su YouTubeFacebookXInstagramTelegramWhatsApp e Threads. Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *