La tensione irrisolta del Mostro, lo specchio di Mary Shelley

Il sublime della Creatura protagonista di “Frankenstein” di Mary Shelley induce allo stesso tempo alla meraviglia e all’orrore. Siamo in pieno romanticismo e questo è un romanzo per eccellenza sul Male e sulle paure, le nostre riflesse nello sguardo del Mostro…

Uno dei concetti più significativi del Romanticismo è quello di ‘sublime’, un’esperienza profonda che nasce di fronte a qualcosa di immenso, affascinante e al tempo stesso spaventoso. Il sublime ci attrae, ma ci mette anche a disagio, perché ci pone davanti ai confini della comprensione e della razionalità.

Fascino e turbamento

Nel corso della lettura di Frankenstein (390 pagine, 5,49 euro) di Mary Shelley, nell’edizione Penguin per Kindle, ho riscontrato due volte il sublime: da un lato, nell’esperienza stessa di lettura, poiché il romanzo mi ha profondamente affascinata, ma anche turbata, lasciandomi spesso con la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di troppo grande per essere pienamente compreso. Dall’altro lato, il sublime è incarnato nella figura della Creatura, vero cuore simbolico del romanzo: un essere che suscita insieme meraviglia e orrore, che ci costringe a guardare dentro le nostre paure più profonde e ad affrontare il mistero insondabile della natura umana.
Victor Frankenstein, scienziato ambizioso e appassionato (una passione in gran parte distruttiva), incarna l’uomo che tenta di trascendere i limiti della condizione umana, sfidando la natura e la mortalità. Il suo desiderio di penetrare i segreti della vita e creare un essere superiore si concretizza nella Creatura, di statura gigantesca, non solo in senso fisico, ma anche simbolico. La sua grandezza richiama proprio la dimensione del sublime romantico: qualcosa di troppo vasto, troppo potente, troppo ‘altro’ per essere davvero compreso. Quando Victor si trova di fronte al suo stesso esperimento diventato realtà, si scopre impotente, come l’uomo romantico davanti alla maestosità terrificante di una montagna o di una tempesta. Il Mostro non è altro che una figura filosofica, uno specchio inquietante dell’umanità stessa, che ci costringe a riflettere sui limiti dell’umano, della scienza e della moralità.

La Creatura ha il Male in sé o è stata corrotta?

Ma chi è realmente il ‘Mostro’? In realtà, è questa la domanda che tormenta lui per primo. È nato con un cuore puro, poi corrotto dal mondo, o reca in sé, fin dall’inizio, il germe del male? Attraverso questo interrogativo, il romanzo mette in dialogo due concezioni filosofiche opposte sulla natura umana: da un lato, la visione di Rousseau, secondo cui l’uomo nasce buono ed è la società a corromperlo – visione in cui sembra rispecchiarsi la Creatura; dall’altro, una concezione più religiosa, legata al peccato originale, che vede l’uomo come naturalmente incline al male – visione condivisa da Victor.
Il romanzo non prende posizione in modo definitivo, anzi, ci lascia immersi nell’incertezza e nel dubbio, ed è proprio questo uno dei tratti tipici del Romanticismo: la ricerca della verità si intreccia con l’impossibilità di raggiungerla fino in fondo. Anche la struttura frammentata del romanzo riflette questa tensione: la narrazione si sviluppa in modo non lineare, con punti di vista molteplici senza la guida di un narratore onnisciente che possa garantirci la verità di quanto narrato.

Un percorso di consapevolezza

Questa stessa incertezza pervade la vicenda della Creatura, che, una volta messa al mondo, viene abbandonata e costretta a cercare da sola il senso della propria esistenza. Il suo vagare attraverso paesaggi naturali ‘sublimi’ diventa un percorso di consapevolezza. Emblematica è la scena in cui, per la prima volta, si vede riflessa nell’acqua: inizialmente non si riconosce, poi, osservando quell’immagine mostruosa, finisce per identificarsi con essa. Mary Shelley ci suggerisce che l’identità della Creatura non dipenda da una natura fissa, buona o cattiva, ma dal modo in cui si percepisce e viene percepita. In linea con il pensiero di Berkeley – esse est percipi, “essere è essere percepiti” – la Creatura diventa mostruosa perché si vede tale e perché così viene vista dagli altri. Questa scena ci pone un interrogativo profondo: quanto possiamo fidarci delle nostre percezioni? Quanto dei nostri giudizi si basa sull’apparenza, e non sulla sostanza? Non a caso, l’unico personaggio che inizialmente accoglie la Creatura senza respingerla è il vecchio cieco nella capanna: colui che non può vederla, e dunque non la giudica in base all’aspetto, ma ascolta ciò che ha da dire.

Due volti di una medaglia

Il Mostro viene così abbandonato da tutti, in primis dal suo stesso creatore, e l’intero romanzo esplora le drammatiche conseguenze di questa scelta, con la Creatura che, da vittima di abuso, diventa colui che lo infligge — una dinamica psicologica e sociale che rispecchia un’esperienza purtroppo comune. Il progetto di Victor di creare un essere “come lui” fallisce tragicamente.
Ma se esaminiamo con attenzione, è evidente che Frankenstein e la sua creatura non sono altro che i due volti della stessa medaglia, l’uno il riflesso dell’altro. Quando Victor concepisce l’idea di creare un essere umano attraverso la scienza, esprime chiaramente il desiderio di creare qualcosa che sia “proprio come lui”. Questo “a being like myself” può essere interpretato in vari modi: Victor ambisce a prendere il posto di dio, che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. L’intenzione è abbastanza esplicita, e lo stesso Victor ce lo dice quando esprime il desiderio di essere adorato come il creatore della nuova specie che nascerà grazie a lui. Oppure, questa ‘somiglianza’ potrebbe anche rimandare al concetto di genitorialità: un genitore che mette al mondo un figlio, o una figlia, dove l’affinità nasce da una continuità genetica, da tratti fisici che si trasmettono naturalmente. Qui, il tema della genitorialità si fa complesso: la vicenda potrebbe rispecchiare le ansie legate alla gravidanza, alla maternità o, più in generale, alla responsabilità genitoriale. In questo caso, Victor fallisce clamorosamente nel suo ruolo di genitore: non solo aborrisce la creatura che ha dato alla luce, ma la abbandona immediatamente.

L’altro suo lato oscuro?

Tuttavia, potrebbe esserci anche una terza interpretazione: l’intento di creare un essere “come lui” potrebbe essere interpretato letteralmente, come se il mostro fosse l’altro lato oscuro di Frankenstein stesso. In effetti, i parallelismi tra queste due figure sono frequenti nel testo. La prima volta che Walton incontra Victor, lo descrive come un uomo terribilmente emaciato, con un’espressione di follia selvaggia nel volto, descrizione che rimanda a una dimensione mostruosa. Anche Clerval, osservando Victor intento nella sua creazione, nota quella stessa follia negli occhi del suo amico, e rimane terrorizzato dalla sua risata fragorosa, incontrollata e priva di compassione. Non solo: Victor arriverà a dichiarare di essere lui stesso il vero assassino, il colpevole di tutte le morti causate dalla sua creatura. Una frase che, oltre a sottolineare la sua vera responsabilità etica, evidenzia simbolicamente la sua identificazione con il mostro.
Alla fine, nel confronto tra la Creatura e Victor, è come guardarsi in uno specchio: entrambi sono consumati dal rimorso, dalla vendetta, dalla sofferenza, a dimostrazione che la distruzione di Victor non è altro che una autodistruzione. Forse, da questa prospettiva, lo scambio di nomi che spesso avviene tra i lettori — chiamando erroneamente la creatura “Frankenstein” — non è poi così sbagliato.

L’esclusione del femminile… contro il patriarcato

Frankenstein trasgredisce le leggi della natura già nel momento in cui decide di sostituirsi a dio, generando la vita in modo artificiale, senza il contributo della donna. In questo atto di creazione solitaria, Victor estromette la figura femminile dal processo generativo, trasformando la nascita in un evento scientifico e solo maschile. Ma la sua è una doppia esclusione del femminile: quando la Creatura chiede una compagna simile a lui, Victor inizialmente accetta, ma poi, spaventato dalle possibili conseguenze, distrugge la nuova creatura prima che possa prendere vita. In questo gesto si cela un doppio rifiuto: la donna non è ammessa né come parte del processo creativo né come creatura a sé stante. Victor rifiuta di dare un’Eva al suo Adamo. Eva, nella lettura biblica, è una figura subordinata, nata dalla costola dell’uomo, un suo mero riflesso. Il rifiuto di creare una donna come (e per) la Creatura potrebbe essere letto, allora, come un atto di ribellione da parte dell’autrice stessa: non voler generare una figura femminile destinata a essere confinata, ancora una volta, nel ruolo imposto alla donna dalla società patriarcale. Così, negando all’elemento maschile un suo “riflesso” da dominare, Shelley sembra opporsi a un immaginario patriarcale in cui la donna è solo un complemento, e non un essere autonomo.

Il confronto con John Milton

A proposito di Adamo ed Eva, il richiamo a Paradiso perduto di Milton è tutt’altro che casuale. Tra gli aspetti che più ho apprezzato della lettura, vi è proprio la ricchezza di riferimenti intertestuali che Mary Shelley intreccia nel tessuto narrativo, affidandoli alla voce della Creatura. Quest’ultima racconta infatti di aver costruito la propria coscienza e visione del mondo attraverso tre opere: Le Vite Parallele di Plutarco, I dolori del giovane Werther di Goethe e, appunto, Paradise Lost. E il poema di Milton offre un confronto particolarmente potente. C’è, in tutta la vicenda, una tensione profondamente miltoniana: inizialmente, la Creatura si riconosce in Adamo, ma col tempo finisce per identificarsi con Lucifero, l’Angelo caduto. Eppure, secondo il Mostro, persino Satana non è solo, perché ha con sé una schiera di demoni che lo seguono, mentre lui è davvero solo. Anche la scena in cui il Mostro scopre il proprio volto riflesso nell’acqua rievoca il momento in cui Eva, nel poema, si guarda per la prima volta nel ruscello e prende coscienza di sé come essere distinto. Come Adamo ed Eva, anche la Creatura viene al mondo già adulta, gettata in un universo sconosciuto che osserva con meraviglia e stupore infantile. Inoltre, la sua condizione, di creatura che sfugge al controllo del proprio creatore, ricalca quella di Adamo ed Eva e Lucifero nel poema.
Alla fine, Mary Shelley non ci lascia con una verità assoluta, ma con una tensione irrisolta, con la consapevolezza che ciò che fa davvero paura non è il mostro, ma lo sguardo che riflette: quello che rivela la nostra stessa immagine. In questo specchio, ci scopriamo fragili, desiderosi di amore, e spesso incapaci di darlo. Forse è proprio questo, il vero terrore di Frankenstein: non la Creatura, ma la nostra incapacità di riconoscerla come parte di noi.

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