“Il sari verde” della mauriziana Ananda Devi ci costringe a guardare il mondo con gli occhi deliranti di un orco violento, è sua la voce di un monologo tossico e menzognero, un azzardo narrativo che è la storia del tramonto di un maschio egemone. La memoria è veleno, ma le donne sanno essere dirompenti senza passare necessariamente dalla vendetta…
Una stanza qualunque, un letto, un corpo allo stremo, una mente che si ostina a non cedere. È in questo spazio chiuso e claustrofobico che Ananda Devi – tra le voci più potenti della letteratura mauriziana – ambienta Il sari verde (256 pagine, 19 euro), edito in Italia da Utopia editore, nella traduzione di Giuseppe G. Allegri
Il protagonista e narratore è un vecchio medico, noto come dokter, giunto alla fine dei suoi giorni. Ritiratosi nella cittadina di Curepipe, nella casa della figlia Kitty, dal letto in cui è confinato ripercorre la propria vita. Si confessa, ma solo per cercare un’auto-assoluzione. Parla senza sosta, ma non si guarda mai davvero dentro. Il suo è un lungo monologo delirante, rabbioso, che costringe il lettore a rimanere prigioniero della sua voce.
Devi costruisce così un esperimento narrativo estremo: dare voce a un patriarca violento, un carnefice. L’autrice non offre scappatoie morali: il lettore è obbligato ad ascoltare, a condividere lo spazio mentale del mostro, a sopportarne le giustificazioni, le menzogne, la tossicità.
In questo senso, nella rappresentazione della violenza del maschio, del padre, Il sari verde ricorda Ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie, ma compie un’operazione opposta: se Adichie ci mostra la violenza attraverso gli occhi della vittima, Devi ci costringe a guardare il mondo dalla prospettiva dell’orco.
Tre donne, tre generazioni
Accanto al protagonista si muovono tre figure femminili che non parlano molto, ma dicono tutto. La moglie morta in circostanze oscure, che rivive attraverso i ricordi del vecchio morente; la figlia Kitty, in balia della manipolazione del padre; la nipote Malika, che incarna la ribellione: tre generazioni, caratterizzate da livelli di consapevolezza diversi; tre vittime, ciascuna con un grado differente di intensità. Se il monologo maschile rappresenta l’orrore del dominio, le figure femminili costituiscono il contrappeso etico necessario a rivelare il peso del male. La moglie è il passato sacrificato, Kitty è il presente bloccato in una zona grigia, Malika è il futuro: lucido, emancipato, irruente, capace di interrompere il ciclo della violenza.
Tra i temi centrali del romanzo, infatti, c’è proprio quello di un futuro che albeggia dopo il tramonto dell’epoca del patriarcato. Fin dall’incipit, Ananda Devi farà dire al protagonista: «Sono un uomo, e sono in via di estinzione. Sono vecchio e sono in via di decomposizione». Ecco dunque che Il sari verde non racconta soltanto la morte di un uomo, ma quella dell’archetipo del maschio egemone; il dokter, un tempo figura di salvezza, venerato e temuto, si rivela per quello che è: un uomo spacciato, in agonia, specchio di un ordine simbolico che si disgrega.
La memoria, in questo romanzo, non è mai salvifica: è veleno, è residuo tossico. Ogni ricordo è un’arma, ogni confessione una forma ulteriore di controllo. Il sari del titolo — indossato dalla moglie — si trasfigura in ossessione. È l’ultima immagine che tormenta il dokter sul letto di morte, l’icona fantasma che incarna l’avvicinarsi della fine.
Nel romanzo, Ananda Devi indaga le origini della violenza patriarcale, e con esse una delle sue pulsioni più antiche: la rabbia. Una rabbia che si esprime come vitalità deformata, come “eruzione di felicità e violenza”, nelle parole stesse del protagonista. Il suo delirio è intriso di convinzioni distorte: si crede giusto, legittimato, persino martire.
Il linguaggio della violenza
È per questo che, più di ogni altra cosa, Il sari verde è un romanzo sul linguaggio della violenza. Non solo quella fisica, che pure attraversa la narrazione, ma quella esercitata attraverso le parole, i silenzi, le omissioni. La voce maschile domina, si impone, invade; quella femminile si limita alla resistenza, prigioniera dell’impossibilità di dire, che caratterizza almeno due generazioni delle donne rappresentate, nel limitarsi a possedere quelli che, quasi con disprezzo, il protagonista definirà “occhi loquaci”. Ecco così che il romanzo diventa anche una riflessione radicale su chi possiede la voce e su chi ne è stato privato.
Si ricollega direttamente a questo anche il tema del segreto, che attraversa l’intera narrazione come un’ombra densa. Ciò che non si dice — sulla morte, sull’identità, sul passato — diventa struttura stessa del dominio. Persino il vero nome del protagonista, Bissam Sobnath, viene svelato solo a metà romanzo, come a indicare che la verità, in questo universo, arriva sempre tardiva e lacerante.
In questo scenario, il senso di colpa non trova posto. Devi sembra suggerire che non c’è salvezza possibile per il padre, che non esistono nemmeno le parole per invocarla. Il sari verde si configura così anche come una critica alla logica del pentimento, alla narrazione della salvezza last-minute. Non c’è desiderio di redenzione, così come non c’è spazio per il perdono.
Vivisezionare l’inumanità
Ciò che il racconto lascia è una domanda, ineludibile: si può dare voce al carnefice? Si può rendere dicibile ciò che dovrebbe restare indicibile? La risposta di Devi è una sfida, un azzardo narrativo che sovverte il paradigma: dare voce al mostro per denunciarne un sistema ormai in decomposizione. Basti pensare che il patriarca vede le donne come “streghe”, ma quell’immagine è ormai svuotata di potere, giacché nessuno le teme più.
Mettendo in scena una narrazione che sposa questo punto di vista, e facendolo — come ha scritto Publishers Weekly — con una prosa di grande bellezza che smentisce l’orrore del mondo che Ananda Devi evoca, l’autrice sembra voler dire che le nuove generazioni sanno riconoscere il male e che hanno gli strumenti per nominarlo e dominarlo. Esattamente come fa Malika, che guardando il nonno morente sa verbalizzare i suoi pensieri, dicendogli: “So che sei un mostro.”
Il finale, affidato a un narratore esterno, è dirompente: le donne, compresa l’anima della moglie, finalmente libere, osservano il corpo morto del patriarca, quasi vivisezionandone l’inumanità. È un gesto clinico, politico, spirituale, che sembra voler dire: la vendetta — che pure le ha tentate — non è più necessaria. Sono il distacco, l’indifferenza, il rifiuto del perdono le nuove possibili forme di resistenza.
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