Cresciuta in un ambiente aristocratico ma bigotto e folgorata dalla lettura della Recherche, Laure Murat in “Proust, romanzo familiare” racconta, in modo brillante e anche commovente, della propria vita, incoraggiando alla lettura del capolavoro di Marcel Proust, sezionato sotto il prisma della famiglia in cui è cresciuta…
Non ho letto Alla ricerca del tempo perduto, meglio ammetterlo subito. Una conoscenza, almeno parziale, della saga proustiana sarebbe un valore aggiunto, utile, ma non indispensabile, per leggere Proust, romanzo familiare (304 pagine, 15 euro) di Laure Marat, pubblicato da Sellerio grazie alla traduzione di Marina Di Leo e Giulio Sanseverino. A metà tra un saggio e un’autobiografia, è una lettura coinvolgente e brillante, in alcune parti anche commovente che, anzi, incoraggia chi, quella monumentale avventura di sette tomi, non ha mai avuto il coraggio di affrontarla.
La forza di emanciparsi…
Laure Marat è figlia della “Noblesse d’Empire”, discendente diretta di Gioacchino Murat, re di Napoli e di Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Come la maggior parte delle giovani donne della classe aristocratica, la sua vita era già stata pianificata: un buon matrimonio e vivace mondanità nel rispetto di quelle regole non scritte, ma codici intangibili, dove la forma prevale sulla sostanza.
Lei non ha alcuna affinità con quell’ambiente, ipocrita e bigotto, che non ammette che una donna lavori e che non tollera la sua omosessualità. “Proust mi ha salvato!” (e consolato). Sarà, a vent’anni, la lettura de La Recherche, a darle la forza e la consapevolezza ma, soprattutto, la capacità di emanciparsi da una famiglia che la considera “una ragazza perduta”.
Nobili come scimmie in gamba
Marcel Proust, frequentava abitualmente la casa dei suoi antenati, “quel piccolo giornalista che mettevo in fondo al tavolo”, raccontava la sua bisnonna, conosceva bene i notabili che partecipavano a quei ricevimenti, tanto da prenderne ispirazione per tratteggiare i suoi personaggi. Laure, non solo ne riconosce le caratteristiche ma conosce intimamente i luoghi e le dinamiche descritte. Seziona un’opera (ammettiamolo, celeberrima ma sconosciuta ai più) che ha studiato e approfondito perfettamente, e la racconta sotto il prisma della sua famiglia blasonata. Proprio come Marcel Proust, sulle tavole di Cabourg, guarda gli aristocratici evoluti come scimmie in una gabbia, aggiunge la sua analisi e la mette in prospettiva, sottolineando con acutezza e sarcasmo, le perversità di quel mondo.
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