Cesare Pavese, se la pienezza del vivere è una chimera…

“La bella estate” di Cesare Pavese è un’educazione sentimentale trasgressiva, che segna il doloroso passaggio dalla giovinezza all’età matura. Nelle inquietudini di una sedicenne, Ginia, quelle dello scrittore: il bisogno di amore e tenerezza, l’incapacità di sentirsi adulto, la sessualità vissuta in maniera dolorosa, la sensazione di essere estranei alla vita…

Composto in pochi mesi nel 1940 e pubblicato integralmente soltanto nel ’49 nei Supercoralli Einaudi assieme a Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, La bella estate è uno dei romanzi brevi più fortunati di Cesare Pavese. Recentemente ha avuto anche una trasposizione cinematografica a cura di Laura Luchetti (2023).

Il titolo originario dell’opera doveva essere La tenda, elemento simbolico del romanzo, che compare nei suoi diari (Il mestiere di vivere, 1952) già prima della stesura dell’opera stessa. L’autore, com’era solito, non aveva però un giudizio positivo su questo testo, che fa pubblicare parzialmente sulla rivista «Darsena Nuova» nell’aprile del ’46 con il titolo Cattive compagnie e la postilla: «Un pezzo di un romanzo torinese scritto nel 1940 e giudicato fallito nel suo insieme. Qualche pagina però si salva».

«La storia di una verginità che si difende»

Così definita da Pavese stesso, quella narrata ne La bella estate è la storia di Ginia, sedicenne torinese che lavora in un atelier di moda. La sua estate inizia come sempre: lavora, passeggia con Rosa e i suoi amici che già vanno per i prati al contrario di lei che si conserva pura per l’uomo che sposerà. Il cambiamento avviene nel momento in cui conosce Amelia, una ventenne spregiudicata e bellissima che lavora come modella: seppur tanto diverse, tra loro nasce presto un legame stretto e Ginia, pur conservando inizialmente le sue posizioni rigide, vivrà una trasformazione profonda.

Difatti Amelia ha sin da subito un forte ascendente su Ginia che, seguendola negli studi dei pittori torinesi, si scopre non soltanto oggetto di bramosia ed erotismo, ma anche soggetto desiderante. È proprio Amelia in un primo momento a scatenare in lei emozioni nuove e contrastanti, poi l’incontro con il giovane pittore Guido. Tuttavia a lasciarle i segni, brucianti, di questa sovversiva educazione sentimentale è il bacio saffico che riceverà dall’amica, descritto da Cesare Pavese non con malizia e morbosità, ma con tenerezza.

Ginia dovrà faticare per difendere la sua verginità, finché non si concederà al ragazzo che crede di amare e d’essere riamata. Dietro quella tenda, però, non conoscerà soltanto il dolce – ma doloroso e sottomesso – piacere dell’incontro a due, ma anche la cocente umiliazione.

La tentazione

Sin dal primo incontro con Amelia nasce nella protagonista il desiderio di sentirsi non più fanciulla, ma donna. Ammira la disinvoltura e il fascino dell’amica, la libertà che ostenta, la consapevolezza di sé che sembra avere: Ginia però è ancora intrappolata nell’età infantile e non tanto per la pudicizia, quanto per il desiderio di una tenerezza candida nel rapporto di coppia, contrariamente all’amica.

Interessante sottolineare come Cesare Pavese sia in grado di rimandare fedelmente al lettore le inquietudini che vive la giovane, calandosi perfettamente nei panni della sedicenne, ingenua e timorosa. Ginia, difatti, non è che l’alter-ego dell’autore stesso: vi è in lui la stessa paura della protagonista e, soprattutto, la stessa necessità di ricevere da qualcuno amore e tenerezza, l’incapacità di sentirsi adulto, ma anche il vedere i propri sentimenti traditi – ricordiamo la fiducia che Pavese aveva riposto in Tina, che somiglia a quella che Ginia ha per Guido –, la sessualità vissuta in maniera dolorosa e la sensazione di essere soli in ogni momento, estranei alla vita.

Amelia è per Ginia una guida, un modello da imitare. Simbolo dell’eros e della femminilità, tuttavia anche lei non è che una povera ragazza che vive la sua vita come se fosse una favola, ma a tinte fosche: una sorta di Lucignolo collodiano perso nell’ambiente grigio e crepuscolare della bohème torinese. Appare lecito chiedersi se esista una redenzione per lei, tuttavia il pessimismo pavesiano non si fa scrupoli nei suoi confronti: contrae una malattia venerea e appare come una vecchia megera sul finire del romanzo, nonostante Ginia continui ad esserne attratta.

Il ritorno

Pittore di origine contadina, Guido rappresenta il tema sempre caro a Pavese del ritorno, della bella estate simbolo del risveglio.

Egoista e privo di scrupoli, Guido dedica tutta la sua vita alla pittura e osserva le donne soltanto come muse per le sue opere, le cui forme sono spesso ritratte come un paesaggio collinare: in un brano egli paragona il corpo disteso della donna con la collina, tracciandone lo scenario sul corpo nudo di Amelia.

Il paesaggio collinare, perlopiù assente ne La bella estate, si staglia come il solo luogo in cui è possibile realizzarsi una sorta di coralità tra gli esseri umani, nonostante il carattere ludico, quasi dionisiaco, un luogo di salvezza, in particolare per Amelia, che lì riceverà inaspettatamente aiuto.

La bella estate alla quale aspira Ginia è la pienezza del vivere, la stagione della gioia, dell’entusiasmo, che si traduce tuttavia in una chimera. Cesare Pavese consegna al lettore un racconto di formazione, un’educazione sentimentale trasgressiva e scottante, il doloroso passaggio dalla giovinezza all’età matura.

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