Cosa faremmo se potessimo vivere un’ultima notte di luna piena con una persona che non c’è più? Se avessimo l’opportunità di riabbracciare una persona scomparsa solo per parlarle ancora, correndo il rischio di risvegliare antichi rimpianti, avremmo il coraggio di provarci? È il delicato compito del protagonista di “Ritrovarsi sotto un cielo di stelle”, romanzo di Mizuki Tsujimura, il Messaggero: mettere in contatto il mondo dei morti con quello dei vivi, tentando di convincere i defunti che continuare a esistere solo per il bene dei vivi sia un buon motivo per tornare, un’ultima volta, sulla Terra
Ritrovarsi sotto un cielo di stelle (291 pagine, 20 euro) è il romanzo più di recente edito in Italia della pluripremiata autrice giapponese Mizuki Tsujimura, nota per il bestseller internazionale Il castello invisibile. Pubblicato da Mondadori con la traduzione di Bruno Forzan, l’opera racconta le vicende del Messaggero, una figura avvolta dal mistero e che si dice abbia il potere di far incontrare, a chi lo richiede, una persona scomparsa per l’ultima volta.
Un Messaggero teenager: al di là delle leggende e degli stereotipi
La storia ci spiazza fin dal suo incipit, quando scopriamo che il leggendario Messaggero non è un vecchio sciamano o un’anziana saggia: si tratta invece di un insospettabile teenager, educato e ben vestito.
Ero confusa, avevo cercato con lo sguardo tra i passanti ma mi ero aspettata qualcuno di molto più grande di età. Squadrai di nuovo il ragazzo. Pensavo fosse venuto accompagnato da qualcun altro, invece sembrava solo. Poteva essere uno studente delle superiori, e in mano teneva un quadernone per appunti consunto di quelli che si usano all’università. Mi disse in tono serio, scandendo le parole una a una: «Sono la persona che fa incontrare vivi con i defunti. Quello che chiamano “il Messaggero”.»
Il Messaggero accoglie i richiedenti nel cortile di un ospedale con addosso un elegante montgomery e una cartella sottobraccio. Offrendogli un tè caldo dalla macchinetta, si mette a loro disposizione come intermediario fra il mondo dei vivi e quello dei morti, interrogandoli sulle ragioni della richiesta e sulle caratteristiche della persona defunta che vorrebbero incontrare. Come scopriamo nelle prime pagine, questo meccanismo ha delle regole ben precise: i vivi possono inoltrare più richieste nel corso del tempo, ma qualora una dovesse andare a buon fine sarà la loro unica possibilità di incontrare una persona dall’aldilà. Sì, perché i morti non sono obbligati ad accettare la proposta; anzi, poiché anche questi ultimi hanno un’unica occasione di incontro, ma possono solo ricevere le richieste e mai inoltrarle, la loro decisione sarà, per forza di cose, ben ponderata.
Non è scontato quindi che il morto accetti di incontrare il richiedente: qui sta il compito del Messaggero, che seppur si ponga come semplice intermediario fra persone e anime deve tentare il tutto per tutto affinché l’incontro si realizzi, e non può così distaccarsi emotivamente dalla vicenda.
L’incontro avviene in una stanza d’hotel, e la domanda che tutti ci poniamo trova subito una risposta: i morti, per una notte, tornano davvero in vita. Non è dato sapere come ciò sia possibile, tuttavia scopriamo presto che non si tratta di fantasmi: sono loro in carne e ossa (anche se solo fino all’alba) e sembrano rispecchiare il ricordo più bello e in salute che i richiedenti ne conservano.
Insomma, è già tutto bellissimo. La mia attenzione è ormai totalmente nelle mani di Mizuki Tsujimura, che ha costruito una storia che intreccia la leggenda con il reale, i sentimenti più profondi con lo scetticismo più duro.
Lacrime dei vivi, sorrisi dei morti
Anche se suscita subito una certa simpatia, sappiamo ancora poco del Messaggero.
Scopriamo invece nelle prime pagine le commoventi storie dei richiedenti attraverso le loro voci, assaporando pian piano le diverse reazioni, i timori, i malumori e i rimpianti di ciascuno di essi: una giovane sull’orlo della depressione che non desidera altro che ringraziare la star televisiva, scomparsa prematuramente, che anni prima l’aveva aiutata in un momento di vulnerabilità; un padre burbero e scettico che, con la scusa di porre un’ultima domanda alla defunta madre, spera di ricevere ancora una sua carezza; un’adolescente (compagna di scuola dello stesso Messaggero!) tormentata dal senso di colpa per la morte della sua migliore amica; e infine un uomo che da sette anni vive senza sapere se la sua promessa sposa sia fuggita via per sempre o se le sia capitato qualcosa di irreparabile.
Ognuna di queste piccole storie è scritta con una disarmante semplicità. Con dolcezza e ironia, l’autrice ci pone davanti a spaccati di vita alle prese col macigno della morte.
La missione del Messaggero e l’egoismo dei vivi
Il Messaggero non accetta un pagamento per il suo lavoro, ma quando, sul finale, l’autrice si sofferma sulla sua storia, scopriamo che è lui a chiedersi il motivo di tale operato. Infatti, il Messaggero è ancora solo un apprendista, istruito dall’anziana nonna che ha deciso di passargli il testimone di un compito che si tramanda nella loro famiglia da generazioni.
Ayumi, questo è il suo nome, osserva i fatti con l’occhio esterno di chi non ha mai svolto un lavoro simile. Intuendo la funzione egoistica insita in una tale rievocazione dei defunti, si domanda: è giusto che i morti continuino a vivere per il bene dei vivi?
La conclusione cui giunge, con una sensibilità sorprendente per la sua giovane età, è che a volte un atto di egoismo è necessario per sopravvivere a chi non c’è più.
Anche se in realtà andava a loro vantaggio, le persone rimaste in vita avevano il dovere di farsi carico della scomparsa delle persone care. Certo, chi rimaneva compiva un’azione terribilmente egoistica. Ma non poteva fare altrimenti, anche se fosse risultato doloroso o sfrontato.
Cosa faremmo noi?
Questa meravigliosa lettura, che ha scatenato in me più di una reazione emotiva (con conseguente impiego di fazzoletti), mi ha fatto pensare a cosa farei io se avessi la possibilità di ricorrere al Messaggero. La domanda non ha una vera e propria risposta. Forse vorrei rivedere mio nonno, che ci ha lasciati quando io ero solo una bambina; lui che mi ha insegnato così tanto solo toccandomi ma senza mai avere la possibilità di vedermi. Forse il potere del Messaggero potrebbe ridonargli la vista, anche solo per una notte?
Un romanzo che, nel contesto di un misterioso Oriente, ci suggerisce di guardare in alto verso le stelle, a riflettere sulla caducità della vita e sull’importanza di parlare quando se ne ha il tempo.
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