Cercas, inseguire papa Francesco e chiedergli della vita eterna

Un pellegrinaggio eretico o ironico diventato, attraverso un guazzabuglio di generi, “Il folle di Dio alla fine del mondo”. Lo scrittore ateo Javier Cercas ha accettato di andare al seguito di papa Francesco per il viaggio in Mongolia del 2023. In cambio di un breve colloquio privato col pontefice…

Torino, Roma, Vaticano, Mongolia. Primavera ed estate 2023. Tutto inizia il 21 maggio al Salone del Libro, dopo un consueto firmacopie. Il responsabile della Libreria Editrice Vaticana Lorenzo Fazzini informa il grande scrittore spagnolo Javier Cercas che papa Francesco ha deciso di andare in Mongolia a fine agosto e che in Vaticano pensavano a lui per scrivere un libro sul viaggio, sul papa, sulla Chiesa, sul Vaticano stesso, quel che lui potrà e vorrà. La replica di Cercas è che dovrebbero considerarlo “pericoloso”, lui ha perso la fede nell’adolescenza, è ateo e anticlericale, si definisce laicista militante. Concordano di pensarci sopra, c’è già un possibile appuntamento nella capitale. Due settimane prima un funzionario del dicastero per l’Educazione e la Cultura della Santa Sede lo aveva invitato per il 23 giugno al cinquantesimo anniversario dell’apertura della Collezione d’Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani e papa Francesco avrebbe per l’occasione riunito una manciata di artisti nella Cappella Sistina. Per una “fatale” coincidenza Cercas doveva essere in Italia quel giorno (poi in direzione Pescara) e non si era sottratto.

La resurrezione della carne

Ora, tornato a Barcellona, lo scrittore rimugina e studia, si dice che, se potesse restare qualche minuto da solo con il papa, porgli la questione della resurrezione della carne e della vita eterna, domandargli se davvero la madre 92enne (molto credente e malata) avrebbe rivisto il padre (già morto), quindi comunicarlo in vita a lei stessa, allora aveva tutto il senso del mondo scrivere quel libro. Parte per l’evento di giugno, senza garanzie sull’incontro privato, altre domande sulla fede e sul papa contemporaneo si affollano nei suoi pensieri, incontra giornalisti scrittori vaticanisti, li interpella. Dal 29 agosto al 4 settembre partecipa al viaggio in Mongolia. Al ritorno rende noto alla madre e alla moglie cosa gli ha davvero risposto Francesco sull’aereo, forse non sarà un segreto. L’anno successivo scrive il libro tramite appunti, foto, filmati, studi.

Un esperimento eccentrico

Incanto. Il filologo, traduttore, saggista e grande scrittore spagnolo Javier Cercas (Ibahernando, Cáceres, Estremadura, 1962) giunge in libreria con Il folle di Dio alla fine del mondo (464 pagine, 20 euro) – tradotto per Guanda da Bruno Arpaia – un testo libero e incantevole, di colta autocosciente stravaganza: un misto di cronaca e saggio e biografia e autobiografia, un esperimento eccentrico, un pellegrinaggio eretico o ironico, una follia solidale con la demenza di quel papa (allora 86enne e ora appena morto), un guazzabuglio di generi, pure un’indagine e un inseguimento, una specie di thriller. Sapeva di non essere un giornalista, tantomeno un vaticanista; non aveva mai scritto letteratura di viaggio, né diari; non possedeva nessuna esperienza precedente che lo avesse preparato a tentare questa narrazione in prima persona al passato, fra cerimonie e cardinali, messe e missionari, luoghi sacri e steppe nomadi, dirette mondiali e povera gente. Pone la condizione del breve scambio riservato di una domanda e di una risposta, il papa non sa nemmeno del progetto dei propri collaboratori e responsabili, Cercas sa che non è sicuro che accetterà, prova, va.

Un viaggio straordinario

Secondo lui la massima follia del folle di Dio (un san Francesco) è la convinzione che, dopo la morte, ci attende un’altra vita, quello il motivo per cui un folle senza Dio decide di viaggiare con lui alla “fine del mondo” (prima frase dopo l’elezione, l’Argentina e ora la Mongolia), per chiedergliene ragione (da cui il titolo). Papa Francesco accetterà di incontrarlo brevemente a tu per tu in aereo, pochi gli chiederanno che risposta ha avuto, con ironia dirà che dovranno attendere la pubblicazione e poi leggere il libro fino alla fine. La prima parte descrive il contesto della sua scelta, gli interlocutori iniziali, le verifiche culturali. La seconda parte è il diario quotidiano del viaggio con l’aereo e il seguito papali, dei giorni nella piccola Mongolia (un milione e mezzo di chilometri quadrati; tre milioni di abitanti, il trenta per cento nomadi o seminomadi; primo credente in Cristo arrivato tre decenni prima, ora sessantamila cristiani, solo millecinquecento cattolici, settantacinque missionari; un paese povero, desertico ed enorme, sperduto tra la Russia e la Cina), del ritorno. La terza parte racconta gli ultimi incontri e saluti nella capitale italiana; l’udienza generale di un mercoledì mattina, mentre vengono rievocati spunti e dubbi, molte domande e alcune risposte, trovate dallo scrittore, restato ateo, durante un viaggio davvero straordinario con quel peculiare papa; quel giovedì 7 settembre, in cui Cercas a Barcellona porta al ristorante genitrice e consorte, fa loro vedere un filmato privato autorizzatogli da Francesco, con immagini e parole, alcune indirizzate proprio alla mamma.

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