L’ipocrita ambizione di far parte di una collettività in contrapposizione all’egoistica natura dei singoli. È quello che racconta la scrittrice francese Julia Deck in “Proprietà privata”, storia di due coniugi che lasciano il centro di Parigi per stabilirsi in un ecoquartiere di periferia. Ma sarà un’illusione…
C’è un detto che dice «chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova». Lo scopriranno sulla loro pelle i coniugi Caradec che dopo anni di affitto a Parigi, decidono di attuare il grande cambiamento di comprare casa in un ecoquartiere di periferia. A raccontarci le catastrofiche conseguenze di questa scelta è Julia Deck, scrittrice francese vincitrice nel 2024 del prestigioso Prix Médicis e già conosciuta in Italia per Viviane Élisabeth Fauville (Adelphi) e Sigma edito da Prehistorica editore. Ed è proprio la casa editrice del famelico dinosauro che torna ad occuparsi di lei proponendo questo romanzo del 2019 dal titolo Proprietà privata (180 pagine, 17 euro), nella traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala.
Dal salotto di casa non avevamo mai visto tanto cielo. Ho pensato che avevamo di che essere felici e che non c’era nessuna ragione per non esserlo.
Un piccolo paradiso?
Di ragioni invece la povera Éva ne troverà eccome. Trasferitasi con il marito Charles in una moderna zona ecosostenibile alle porte di Parigi, i loro sogni di comprare finalmente casa sono sostenuti dalle promesse di un quartiere residenziale d’avanguardia, a basso impatto ambientale, con pannelli solari, riscaldamento autosufficiente, smaltimento dei rifiuti innovativo e l’opportunità di poter coltivare un orto in ogni giardino. Ad Éva, che lavora nel settore urbanistico, sembra il progetto di un piccolo paradiso privato. Ma neanche il tempo di sistemare le calendule sul davanzale della cucina che sorgono i primi problemi. Quando le case sono talmente attaccate le une alle altre che si riesce persino a sentire la televisione nell’appartamento attiguo, l’unica speranza è appellarsi alle implicite regole del buon vicinato e conservare l’illusione che il civico buonsenso faccia il resto. Un’illusione, per l’appunto. Éva si ritroverà a dover fronteggiare vicini un po’ troppo vicini, scostumati, pettegoli e invadenti, trivellazioni infinite e inconcludenti alla rete di distribuzione del gas e problemi lavorativi personali senza il sostegno pratico neppure del marito che, depresso da anni, si aggiunge alla lista di cose di cui doversi occupare e preoccupare.
Un thriller-eco-sociale
In un clima del genere è quasi scontato che tutto crolli. Ma l’astuzia dell’autrice sta nel tenere in piedi la torre facendone cedere un pezzo alla volta, in un processo degenerativo graduale e pieno di tensione. Si inizia con accadimenti apparentemente frivoli e privi di importanza ma che iniziano silenziosamente ad intaccare il benessere e la tranquillità per poi sfociare in qualcosa di irreparabile – dall’occupare con la propria auto la facciata del vicino, fino ad arrivare a distruggergli quasi il giardino. Non stupisce quindi che con la stessa rapidità si passi dalla scomparsa del gatto a quella della sua proprietaria.
Grazie a questi elementi Proprietà privata si legge come un thriller, con un mistero da risolvere e indizi da decifrare, ma cela una forte critica sociale puntando un riflettore sulle bassezze cui siamo disposti a cedere pur di proteggere il nostro microuniverso.
L’impostazione narrativa assume la forma di una lettera in cui a parlare è Éva rivolgendosi direttamente al marito. Già questo crea uno stato di tensione in chi legge portandolo a chiedersi costantemente il motivo di tale scelta, che si intuisce celare uno scopo che si rivelerà però solo alla fine.
Il cuore mi si è contratto per l’orrore. Ho capito che non avevo più il diritto di gridare, che avrei dovuto mandar giù la rabbia anche nel più intimo dei rifugi, perché niente di quello che succedeva qui sarebbe rimasto nascosto.
Riqualificazione morale
Con sobria essenzialità Julia Deck crea interesse e costringe ad inseguire le pagine; pagine in cui si costruiscono case e palazzine ma si abbattono tabù e ipocrisie. Ricorda un po’ Yasmina Reza, quando si serve della sua caratteristica ironia e di un cinismo mai fine a se stesso per evidenziare alcuni paradossi della società, intesa sia come grande che piccolo nucleo: la promessa di un benessere confinato esclusivamente ad una specifica condizione sociale, una gentrificazione che sfrutta e lascia ai margini le periferie svantaggiate, riqualificando solo in base a tornaconti economici. Le comunità che nascono e si sviluppano all’interno di questi ecosistemi partono da un innato istinto di aggregazione, passano attraverso l’ipocrita ambizione di creare collettività per poi scontrarsi con la vera egoistica natura dei singoli individui.
La natura alla fine è l’unica vera proprietaria, domina tanto sul cemento quanto sull’istinto e nulla nella realtà ci appartiene pienamente.
– Le calendule sono piante forti, ho risposto, resistono al peggio e al meglio.
Abbiamo riso.
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