Teresa Ciabatti e il crash test contro il muro dell’adolescenza

Un’intervista a un osso durissimo, un boss della camorra è “Donnaregina” di Teresa Ciabatti? No, il traguardo che le interessa di più è scrivere la biografia di una madre, raccontando se stessa nell’evoluzione del ruolo, impegnata dinanzi al disagio giovanile in una battaglia di reciproche alimentazioni e acquiescenze…

Irrompe di tanto in tanto nelle pagine abiurando alla prospettiva onnisciente. Si proclama inidonea a sostenere un ordine cronologico per i fatti che va ricostruendo. Rivendica il diritto a confondersi e a non ricordare. Sovrappone la voce della scrittrice a quella dell’io narrante, lasciando che si azzuffino tra loro sul da farsi.  Eppure, eccomi qui, preda del flusso che ha innescato. Un fiotto di materia viva, pulsante, emozionante che, nonostante i presunti azzoppamenti dichiarati, funziona magnificamente.

La luce buona del mestiere

Ma quanto mestiere – ovvero quanta di quella cosa che, lungi dall’essere una malaparola, è per me l’equilibrio di estro, istinto, improvvisazione e tecnica – dimostra di possedere Teresa Ciabatti? La sua penna, effervescente anche in questo romanzo, tumultuosa e accattivante, non dà mai adito a rimproveri di approssimazione o sventatezza. Tutt’altro. Prendiamo la sottile sprezzatura in cui si intinge: al di là del connotato estetico – risulta piacevolissima –, colora il racconto di spontaneità e naturalezza. Smorza efficacemente il pericolo di affondare nel patetico e nell’autocommiserazione. È lo scatto di orgoglio e di intelligenza che, appena intuisce la trappola del piagnisteo, devia sul canzonatorio, sull’autosarcasmo. È la flessibilità alla corrente e ai venti del racconto. Improvvisazione? Istinto? Di più: mestiere, appunto.
Dove eravamo rimasti, Teresa Ciabatti e io? Riparto da qui. Riparto dal professarmi sua groupie. Da fan scatenata le attribuisco un posto autorevole tra le migliori scrittrici italiane contemporanee. La eleggo a queen delle “postmoderniste”, essendo lei una delle poche voci che a barra dritta navigano in quei meravigliosi mari della metanarrazione, delle frammentazioni, delle citazioni, del caos ordinato.

Non uno stagno di cui è pratica

Ora, ritorniamo a Donnaregina (228 pagine, 19 euro), edito da Mondadori.
La redazione di un giornale propone a Teresa Ciabatti di intervistare ‘o Nasone, al secolo Giuseppe Misso, boss di primo piano della camorra partenopea. Sebbene lei sia consapevole che l’argomento non è uno stagno di cui è pratica e sebbene sia conscia delle difficoltà di un tale tuffo, riconosce che può essere comunque l’attesa opportunità di risfoderare la penna e rimettersi in gioco. Decide di tentare.
Fin dai primi incontri conoscitivi, Misso si rivela un osso durissimo. Vuole spadroneggiare: dire quello che gli pare, quando gli pare. Oppone divieti, restrizioni. Pretende. Si impunta. Censura. Incalza. La scrittrice si rende conto che non nuoterà da primatista, ma, visto il tipo di acque, il solo galleggiare sarà pur sempre un traguardo di rispetto.
Mi tocca aprire una parentesi in cui ci metto del personale. Conosco già una parte della vicenda di Misso. Ciabatti mi trova sul pezzo. Sono, infatti, reduce dal podcast Choramedia La tigre – Un boss di camorra e la scelta di un figlio, nel quale Luigi Giuliano racconta il padre, Salvatore Giuliano, boss di Forcella. In quanto amico d’infanzia di Lovigino (il soprannome di Salvatore), Misso ha un cammeo anche in quel racconto. Entro nell’argomento, quindi, già preparata, già “calda”. Seguo agilmente le bracciate di Ciabatti mettendomi in scia. Continuo a marcarla stretta anche quando lei, capendo che il capitone Misso, a lasciarlo fare, le sguscerà via dalle mani e la farà naufragare, si mette a nuotare secondo il suo stile e puntando il traguardo che più le interessa (che è anche quello che la rappresenta al meglio): scrivere la biografia di una madre.

La mappa della maternità

Mi pare addirittura che vada tracciando la mappa della maternità. Affianco Sembrava bellezza e Donnaregina. Mi diventa palese che racconta sé stessa nell’evoluzione del ruolo. La voce della madre della bambina del primo libro è sovrastata dalla madre dell’adolescente che lentamente si fa strada in Donnaregina. Poco importa se l’autrice l’ha presa alla larga. Se ha cominciato con la mistificazione dell’intervista al camorrista assassino. Piano piano viene fuori dalla crisalide della madre dell’infanzia, alla quale ancora era possibile fantasticare di amare, plasmare, educare secondo la progettualità ambiziosa dell’immaginazione, la madre schiacciata dall’esperienza reale, chiusa fuori dall’universo in espansione della figlia. Disagio familiare, che si intreccia e lotta con quello giovanile in una battaglia di reciproche alimentazioni e acquiescenze. Donnaregina è la cronaca riuscitissima di un crash test contro il muro dell’adolescenza. Ciabatti, priva di veli, ci racconta com’è andare a sbattere contro quel muro, senza airbag a 200 all’ora.

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