Ruota attorno all’amore, all’orrore e alle domande sull’esistenza di Dio “Salmo 44” opera giovanile di Danilo Kiš, mix di invenzione e di testimonianza. Due donne, una con un neonato, provano a fuggire da Birkenau, mentre il lager sta per essere evacuato. Un racconto spietato e onirico che affonda le radici nel tragico passato familiare del grande scrittore jugoslavo
Aveva ricevuto da Jakub il messaggio che il campo sarebbe stato evacuato (per accogliere i nuovi prigionieri) e che Max aveva corrotto le guardie con i gioielli scovati nel deposito segreto. A quel punto, con l’aiuto di Jakub e Max era stata trasferita a Birkenau ed era sfuggita ancora una volta alla morte, ma aveva dovuto separarsi da Jakub. Forse per sempre. Tuttavia sapeva, separandosi da lui, che l’avrebbe rivisto, almeno un’altra volta, semplicemente sentiva che doveva rivedere Jakub. Soprattutto quando aveva capito non solo di essere la sua donna, ma anche la madre di suo figlio. Ecco perché doveva rivedere Jakub almeno una volta, per dirgli che lei sarebbe diventata la madre di suo figlio.
Nel novantesimo anniversario della nascita di uno dei più significativi scrittori del ventesimo secolo, lo jugoslavo Danilo Kiš, infaticabilmente la casa editrice Adelphi spezza certo silenzio attorno alla sua figura scomoda e dà ancora fiato ai suoi libri magistrali, ripubblicando di recente in versione economica Giardino, cenere, e proponendo nella collana Fabula un’opera giovanile dirompente, che risale al 1962, Salmo 44 (135 pagine, 19 euro), nella traduzione di Manuela Orazi. Figlio del ricco meticciato balcanico, di un ebreo ungherese e di una cristiana ortodossa montenegrina, Danilo Kiš – morto a soli 54 anni nel 1989, da esiliato a Parigi, lontano dalla Jugoslavia che lo censurava – fece i conti con più di un lutto a causa della Shoah, a cominciare dal padre Eduard Sam, morto in un campo di concentramento nazista. E la morte, è noto, è uno dei temi più indagati dalla scrittura di Danilo Kiš, che troppo giovane aveva fatto i conti con l’ingiustizia, la violenza e l’orrore, ombre che gli restarono addosso per sempre e alimentarono la sua voce e ispirarono la sua vita, a cominciare dal suo credo laico, la letteratura, colta, originale ed empatica, tutt’altro che algida.
Richiesta d’aiuto e accusa a Dio
Salmo 44 – quello biblico è una richiesta d’aiuto di Israele a Dio, e un’accusa, «hai venduto il tuo popolo per niente» – nasce da un articolo letto da Danilo Kiš su un giornale, la notizia di una coppia, con un figlio, che aveva visitato il campo di concentramento, da cui i coniugi erano riusciti a salvarsi e dove il piccolo era nato. Una scena simile – protagonista La coppia, a lungo separata, poi ritrovatasi e andata a vivere a Varsavia – è l’epilogo di questo breve romanzo giovanile, scritto nel giro di alcune settimane, che nelle pagine precedenti apre gli occhi su un mondo, attraverso la trasfigurazione di un mix tra invenzione e testimonianza. Mossa rischiosa? Per molti, per moltissimi probabilmente, ma non per questo scrittore dalla prosa lirica, che non si considerava ebreo, ma che aveva a cuore la componente ebraica della sua opera, che aveva qualche riserva su Salmo 44, ma non abbastanza per ripudiarlo.
Fra realismo e allucinazione
Mentre il lager di Birkenau sta per essere evacuato, perché gli alleati si avvicinano sempre di più, Maria e Jeanne, due compagne di prigionia, provano ad allontanarsi, la prima ha con sé un figlio neonato, Jan, figlio di Jakub, medico; il racconto, fissato essenzialmente su Maria, è allo stesso tempo realistico e allucinatorio, spietato nei particolari (qualche parente di Kiš, sopravvissuto ai lager, la fonte…), ma rivisto e corretto da qualche squarcio onirico e “magico”, da più di un riferimento a Edgar Allan Poe. Non i soli riferimenti letterari. Fuggono le donne, col piccolo, e chi legge fugge con loro, palpita, si aggrappa alla voglia di vivere di Maria, al suo buio squarciato da bagliori, «orgogliosa della sua missione: trasmettere a Jan la gioia di coloro che erano riusciti a creare la vita dalla morte e dall’amore».
Combattere il nulla e il tempo
L’amore, l’orrore (c’è un certo dottor Nietzsche che è una specie di alter ego di Mengele) e l’esistenza di Dio, invocato e negato, immaginato e declinato come un tutto fatto di bene e male. Ruota attorno a questi temi il romanzo di Danilo Kiš, battezzato per sfuggire alle persecuzioni dei nazisti, e che giovanissimo saggiò comunque l’antisemitismo in Ungheria; insieme ai suoi personaggi si interroga su un Dio assente, o carnefice, o morto. Tra flussi di coscienza e flashback, tra fiction e autobiografia, certe frasi già perfette ci consegnano un libro che prova a combattere il nulla, l’assenza, persino il tempo, manifestandosi al passato, al presente, guardando al futuro.
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