Una madre strappata alla vita, morta un mese dopo il battesimo della figlia. Un’amica, teologa, che scrive idealmente alla piccola, e a tutti i noi, un libretto prezioso, “Come funamboli” di Marion Muller-Colard. Tra incoraggiamenti senza retorica e il culto della pienezza del vivere, vivendo, rimanendo cioè sospesi su una fune, da equilibristi…
Se Dio o la filosofia ti annoiano, sappi che non sono né veramente Dio, né veramente filosofia. Intesi? Se la vita ti annoia, idem: è perché quella non è la vita. Tutto ciò che è esente da rischio è un’imitazione, una contraffazione.
Questo è uno dei rarissimi passaggi in cui la teologa protestante Marion Muller-Colard sale in cattedra, fra le pagine di Come funamboli (69 pagine, 10 euro), prezioso libro delle edizioni Qiqajon, tradotto da Emanuele Borsotti e con la prefazione di Isabella Guanzini, docente di teologia all’università cattolica di Linz. Marion Muller-Colard in questo testo si rivolge alla piccolissima figlia di una cara amica morta di cancro, le parla – con parole luminose e quiete, cristalline e poetiche – di questa complessa fune che è l’esistenza, e di come aver fede (non solo, non semplicemente in senso religioso). Dio apparentemente non domina queste pagine, ma sembra di vederlo in ogni intercapedine del destino, di percepirlo. Non raccontano la morte, semmai la vita e la libertà, queste pagine. Raccontano l’atmosfera unica del matrimonio dell’amica che avrebbe messo al mondo Jeanne, questo il nome della piccola («Insegnavo filosofia quando sei nata. Tua madre e io scherzavamo sulle lezioni che ti avrei dato. Ti pensavo nei panni di un’allieva. E tu sei diventata per me maestra») e di come questa donna la cui vita è stata spezzata, ha dimostrato anche in acque profonde di essere «un’ottima nuotatrice».
Il segreto del tempo
L’imminenza della morte, è l’esempio vivo di questo libro, non deve farci smarrire la pienezza del vivere. E il tempo che resta a disposizione di ognuno di loro non va vissuto in lunghezza, ma in profondità: a dispetto di giorni, mesi o anni, conta non quanto stancamente se ne accumulano, ma quanto intensamente li si vive. I piedi da funambola della mamma morente hanno poggiato in bilico sull’incertezza, «che è possibilità», e la sua voce ha risposto «in trasformazione» quando le è stato chiesto come stava. La lettera di questa teologa protestante, piena dei battiti di vita della sua cara amica «d’intelligenza sovversiva», andrebbe letta ogni giorno, giorno dopo giorno: è una lettera affidata a una bimba, ma parla a tutti noi, e sarà capace di rimanere a lungo, in ognuno di noi.
Coltivare il forse
Sono incoraggiamenti senza retorica quelli che Marion Muller-Colard intreccia a qualche ragionamento puramente teologico, ma non astruso. L’amica alle prese con un tumore senza speranze, morta un mese dopo il battesimo della figlia, non si è mai tirata indietro, non ha mai considerato d’arretrare, e la figlia deve saperlo («Tua madre ha il coraggio di rivolgere la parola all’ignoto. E l’ignoto le risponde»). Ha coltivato il forse, il beneficio del dubbio, ogni piccolo spazio tra la vita in via d’esaurimento e la morte non ancora giunta. E dinanzi ai pericoli avvistati sotto la fune, un abisso di pericoli realissimi e vicini, di fronte alla sua stessa totale vulnerabilità, non ha chinato il capo, provando sempre a non farsi sfuggire bellezza, danzando o improvvisando al pianoforte. Funambolismi da niente? No, immensi, contro la morte, nella fragilità della vita.
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