“La fattoria del cane rosso” di Nathaniel Ian Miller è una storia che tiene insieme in modo quasi inspiegabile leggerezza e forza. Da un lato un micro-mondo duro e faticoso, la fattoria, dall’altro la città, che il ventenne Orri sceglie per andare all’università. Nulla resta fermo, proprio come l’Islanda stessa. E sono tanti i nodi dentro i quali Orri dovrà ricucire la tela della propria vita…
Com’è la vita in una fattoria islandese? Dura, ostile, ma piena di vita che scorre, proprio come la lava che caratterizza l’instabilità continua dell’isola al nord dell’Atlantico. A cavalcare questa metafora è la storia di Orri: vent’anni, figlio unico, in un anno decisivo che lo incontra sul confine tra il mondo stabile dell’infanzia e le scelte che danno il via, spesso inconsapevolmente, alla vita adulta. La fattoria del cane rosso è la bella storia che Nathaniel Ian Miller pubblica in Italia con Blu Atlantide, nella traduzione di Alessandra Osti: un romanzo di formazione con una forte personalità, ambientato in un posto speciale, che a sua volta contiene un micro-mondo altrettanto peculiare come quello della fattoria, in un contesto unico, quello della famiglia del protagonista.
Islanda: terra avversa per contadini ostinati
L’avviso è chiaro fin dal prologo: l’Islanda è una terra dalla natura instabile e in continuo cambiamento, ed è proprio per questo che è così, paradossalmente, forte. Caratteri simili, quelli della terra e dei suoi abitanti. Orri ha appena finito le superiori e decide di provare a trasferirsi in città per l’università: è figlio unico in una famiglia molto unita, la madre docente universitaria, il padre agricoltore. La fattoria dove ha sempre vissuto non è un bucolico agriturismo pensato per ospitare turisti, ma una faticosissima e spesso infelice impresa che si basa sull’allevamento di bovini. A gestire il tutto è da sempre il padre, con l’aiuto di Orri che si fa sempre più intenso. Eppure il ragazzo non si è mai posto la domanda diretta sul domani della fattoria, e dunque sul proprio destino. Finché non ci pensa l’Islanda, o forse solo i fatti della vita, a metterlo davanti alla scelta: abbandonare il luogo che sente più suo, o tentare una nuova vita lontano dalle insidie? La fattoria del cane rosso è etichettabile come romanzo di formazione, ma ha una voce unica che intreccia insieme i caratteri dei personaggi alla terra unica dove le vicende si svolgono. Riesce così a offrirsi al lettore come una storia che tiene insieme in modo quasi inspiegabile leggerezza e forza, tenerezza eppure testardaggine, ostinazione resistente e via libera al cambiamento. Una miscela che rende la vicenda di Orri una vicenda di tutti, in un anno importante denso di eventi che determineranno il futuro. Il tutto, senza la pressione di un’investitura immutabile: in Islanda, del resto, tutto può improvvisamente mutare forma, è la natura delle cose.
Un’eredità più che naturale
Lo stallo in cui si trova Orri, preso tra aspirazioni incerte e la realtà senza sconti di una routine quotidiana in fattoria, trova una scossa nella natura dei fatti, dove tutto è tangibile, concreto, fortemente organico, visto il contatto diretto con la natura e le sue insidie. Non è facile la vita del contadino: le cose non sempre vanno come sperato e il duro lavoro di ogni giorno potrebbe ribaltarsi per un’avversità, o anche solo per una svista. C’è il trattore, chiamato familiarmente Kolkrabbi, che si inceppa, ci sono le disattenzioni che fanno disastri, il sordo richiamo a un bovino che non ne vuole sapere. Sulle suole degli stivali restano, ogni giorno, tracce di placenta e benzina. Spesso Orri si domanda, senza formulare direttamente il dubbio, se il padre stia cercando di passargli un’eredità, mettendolo “a bottega”, o se testandolo rispetto alla prova schiacciante della fattoria stia solo cercando di mostragli le cose per come stanno, e quindi allontanarlo da un mondo fatto di difficoltà, di sconfitte, di fatica immensa. Nonostante la continua violenza della vita tra gli animali, c’è qualcosa di inflessibile che non abbandona il coraggio di provarci, e dà scacco matto all’infelicità strisciante nelle stagioni ostili del Borgarfjorður.
Un felice melting pot
È una vita ostile, ed è un’impresa economica che non ripaga. Perché ostinarsi a farlo? È il padre di Orri a sprofondare in questo dubbio, senza più trovare risposte. A stemperare il lavoro incessante e le amarezze è proprio la gioventù del protagonista: leggera, vigorosa, può concedersi il lusso di sognare. È una gioventù che si muove a suo agio tra le regole a volte rigide della fattoria e una grande libertà culturale che arriva dal felice melting pot in cui Orri è nato e vive. C’è il cane rosso, Rykug, che è un kelpie australiano eppure si trova in Islanda a seguire mandrie di bovini che sono inglesi e non scandinavi. E poi c’è la nonna, rifugiata lituana, ebrea e pneumologa di fama, e un giovane amore, una ragazza arrivata in Islanda dalle Filippine. Nulla è stabile, nulla resta fermo, proprio come l’Islanda stessa. E sono tanti i nodi dentro i quali Orri dovrà ricucire la tela della propria vita, in un legame familiare di grande tenerezza e tenacia, insolito per le storie del grande nord, affacciandosi sulla soglia di una nuova vita, più sola ma anche più consapevole, con lo spaesamento dell’età, ma con una fiducia nei buoni sentimenti che è il vero segreto di questo romanzo pieno di fango, affetto, ironia e amore.
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