Raymond Chandler, un’amicizia finita e il volto crudele dell’America

“Il lungo addio” è il romanzo più complesso del padre dell’hard boiled, Raymond Chandler, l’ultimo compiuto con protagonista il malinconico e onesto Philip Marlowe. Scrittore oltre i generi e intellettuale a tutto tondo, Chandler celebra anche una città, Los Angeles, che sembra una Sodoma dei nostri giorni…

Ѐ nel 1955 che Raymond Chandler ricomincia a bere, tenta il suicidio, un anno dopo la morte della moglie Cissy. Sembra di rivivere in questa parte della sua vicenda biografica quanto avviene (in parte) nel suo sesto e ultimo romanzo completato, altri due rimarranno incompiuti e uno di questi, Poddle Springs, sarà terminato e pubblicato da Robert Brown Parker nel 1989, sulla scia delle celebrazioni per il centenario della nascita di Chandler. Si tratta di Il lungo addio (437 pagine, 24 euro, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi), romanzo del 1953 che può essere definito, in quanto completato in vita dal suo autore, l’ultimo della saga del detective Philip Marlowe, per molti versi l’alter ego dell’autore, il romanzo che chiude idealmente la parabola letteraria dello scrittore nato nel 1888 a Chicago e che inizierà a scrivere racconti sui pulp magazine negli anni Trenta, seguendo un genere, il pulp fiction appunto, molto in voga in quegli anni e che si contraddistingue per le storie sfacciate, violente e oscene. Nell’arco di vent’anni, dopo esperienze giornalistiche e impieghi in diverse aziende petrolifere, Chandler scriverà svariati racconti e ben otto romanzi (fra cui i due incompiuti) con al centro il da lui reso celebre detective con la passione per gli alcolici, le donne e gli scacchi e che farà la sua comparsa per la prima volta in Il Grande Sonno del 1939, il romanzo che gli donerà la notorietà e un successo che gli arriderà soprattutto grazie alla scoperta di Hollywood che lo arruolerà quale sceneggiatore per la Paramount nel 1943, e gli permetterà anche di trasporre alcuni suoi romanzi in diversi film ove si ricordano alcune celebri interpretazioni del detective da parte di stelle del cinema quali Robert Mitchum e Humphrey Bogart.

Creare un genere

Il lungo addio può essere considerato un giallo investigativo-esistenziale, il canto del cigno (e il titolo già lo dice) dell’indimenticabile Philip Marlowe, il personaggio che con la sua icastica figura ha percorso tutti gli otto romanzi della saga con la quale si identifica la parabola letteraria di Raymond Chandler, il quale ha fatto del suo detective il precursore di tanta letteratura gialla e noir successiva, creando allo stesso tempo un genere, l’hard boiled che per molto tempo è stato sinonimo proprio di Raymond Chandler, un genere costola del classico poliziesco, nato negli anni Venti e perfezionato dallo stesso Chandler e che si contraddistingue per una rappresentazione realistica del crimine, della violenza e del sesso, termine che tradotto letteralmente sta per bollito fino a diventare duro, come l’atteggiamento del detective che è coinvolto nelle vicende, il quale non si limita a risolvere i casi ma affronta il pericolo e vi è coinvolto in prima persona, proprio come il Marlowe di Il lungo addio che chiude nel modo più naturale il percorso del celebre detective, cinico, disincantato ma umanissimo protagonista di tutti i suoi romanzi. Il nome che Raymond Chandler ha scelto per il suo eroe e alter ego è mutuato dal celebre drammaturgo elisabettiano Christopher Marlowe, una derivazione letteraria (e non poteva essere altrimenti) e un’ispirazione da associare agli anni che Chandler ha trascorso al college nel quale la residenza universitaria era intitolata al grande drammaturgo inglese.

Lo stesso outsider di sempre

Il Philip Marlowe che traspare nel suo romanzo di addio (anche se è bene specificare che l’addio di cui al titolo è riferito al plot del romanzo che segna la fine di un’amicizia) è lo stesso outsider di sempre, un individuo solo contro il potere, forse un po’ depresso, con un forte senso dell’indipendenza ma anche dell’onestà, del rigore morale e dell’ironia e una strenua volontà nella ricerca della verità, a dispetto, o forse proprio per effetto del suo non sentirsi integrato in alcuna istituzione. Marlowe è stato infatti cacciato dalla polizia e in questo si trova uno dei più consolidati cliché del genere, quello dell’investigatore privato che odia i poliziotti, disprezzo del resto ben ricambiato o quasi una sudditanza di questi nei confronti del primo.

Anche in Il lungo addio il detective onesto, il romantico con la pistola e dal cuore tenero marca la differenza con il suo modo di essere da un poliziotto (per esteso l’istituzione in genere) con il quale si trova in qualche modo a collaborare per risolvere il caso. Quest’ultimo gli fa notare quasi in tono di rimprovero che con il suo modo di agire non si guadagna un soldo e lui gli risponde: «È per questo che sei un bravo poliziotto e io sono un detective privato».

Lo sconosciuto

Se Il grande sonno è ritenuto il capolavoro di Raymond Chandler, Il Lungo addio è sicuramente il suo romanzo più compiuto e complesso. Siamo a metà degli anni Cinquanta, ben lontani dall’avvento della telefonia mobile, da internet e da ogni diavoleria tecnologica che potrebbe fare da supporto a un’indagine criminale: Marlowe si avvale solo del suo intuito, della sua ferrea logica deduttiva e della sua umanissima empatia. Il romanzo inizia con il detective che porta a casa uno sconosciuto appena incontrato in un parcheggio fuori da un locale dove ubriaco è stato abbandonato dalla donna che era con lui, una moglie sposata addirittura due volte che potremmo definire una libertina, figlia di un potente e ricchissimo proprietario di giornali. Lo riaccompagna a casa e tutto sembra finire lì, ma ovviamente per dare il via all’intreccio e a una tela che si rivelerà complicatissima e oscura serve una qualche svolta e Marlowe è lì per questo. Decide di aiutare Terry Lennox, questo il nome dello sconosciuto, ospitandolo a casa sua per una notte. I due fanno amicizia e si incontrano di nuovo dopo qualche tempo finché una sera Lennox non si presenta a casa di Marlowe sconvolto e armato di pistola. Continuando a ripetere di non aver ucciso nessuno, chiede a Marlowe di accompagnarlo in Messico con la sua auto. Marlowe intuendo che qualcosa di terribile è accaduto alla moglie di Lennox, ma confidando nell’innocenza di questi, lo accompagna fino a una sperduta località messicana e al suo rientro a Los Angeles si troverà in prigione con l’accusa di favoreggiamento. Verrà tuttavia liberato poco dopo in quanto il caso decreta la polizia essere chiuso con la lettera lasciata dallo stesso Lennox prima di suicidarsi e nella quale confessa l’omicidio della moglie. Questa la prima parte del romanzo che sembra chiudersi come un’apologia del detective buono e generoso sullo sfondo di una Los Angeles specchio dell’America, cinica, nevrotica e crudele, dove la fanno da padrone malavitosi e potenti, poliziotti corrotti, funzionari statali coinvolti nel racket del gioco d’azzardo e gangster di varia stazza. Ma questa per molti versi banale vicenda è propedeutica allo sviluppo di un intreccio che si sovrappone alla vicenda originaria con un mistero che più si infittisce più spinge Marlowe a indagare a suo rischio e pericolo nella ricerca della verità.

Un tremendo segreto

Come dal niente Marlowe viene contattato su indicazione della moglie dall’editore di Roger Wade, un noto scrittore con seri problemi di alcolismo che non riesce a portare a termine il suo ultimo romanzo e nel quale si può rispecchiare lo stesso Marlowe (e anche lo stesso Chandler). All’origine del blocco e dei problemi di Roger Wade sembra esserci un tremendo segreto. Lo scrittore è sparito e Marlowe viene contattato con lo scopo di ritrovarlo (cosa che accadrà) e far sì che porti a termine il suo romanzo, scopo che in apparenza è anche quello della moglie ma si scoprirà con l’evolversi del racconto come le sue motivazioni siano diverse. Il mistero si infittisce e nulla è come sembra in questo romanzo, con le tante storie che si intrecciano tra di loro. Marlowe accetta l’incarico e si trova a muoversi nella sua ricerca sulle colline di Los Angeles, andando a pescare nel torbido tra «case di cura con le sbarre alle finestre», incontrando personaggi bizzarri, malavitosi, donne e uomini incontrati apparentemente per caso in bar con banconi enormi dove svernano donne e uomini solitari sorseggiando drink, su uno sfondo di luci al neon, tramonti infuocati e motel che tanto fanno parte di un certo immaginario americano, tra esponenti dell’alta società e l’ombra della corruzione che aleggia su una vicenda contrassegnata da quattro morti (oltre alle due dell’inizio del romanzo ce saranno altre due), alcune delle quali vengono sbrigativamente archiviate come suicidi e che costituiscono dei casi che sembra qualcuno di molto potente voglia insabbiare.

Un quadrilatero amoroso

Si tratta per Marlowe di dipanare una matassa che si fa sempre più complicata e le sue indagini virano verso la scoperta di un quadrilatero amoroso che indirizzano verso lo scioglimento del mistero delle morti e delle vicende a esse collegate e che sembrano disegnare un quasi banale sfondo passionale alle stesse. Il colpo di scena finale in parte rimescola le carte e ci parla dell’amarezza della fine di un’amicizia, con la voce e la figura del detective malinconico e onesto Philip Marlowe, grazie alla cui creazione Raymond Chandler è riuscito a rappresentare la faccia crudele dell’America e per esteso della nostra società che anche se fotografata dallo scrittore settanta anni fa non è poi così diversa da quella attuale, con una sensibilità e capacità linguistica penetrante che sfrutta le possibilità del discorso diretto e l’utilizzo di battute brevi e incisive tipiche del genere hard boiled che in Chandler si sposa a uno stile ricco e evocativo, un ritmo serrato che mima quello gergale e colloquiale dei bassifondi, in ossequio alla grande tradizione del realismo nord americano, da parte di un autore che oggi può essere definito “prestato” al giallo e che nel tempo è stato sdoganato dalla sua appartenenza di genere ed è stato rivalutato come scrittore oltre i generi e intellettuale a tutto tondo, grazie proprio alla sua profonda sensibilità, come testimonia un passo come quello del romanzo di addio del suo maggior personaggio e alter-ego: «Ventiquattr’ore al giorno c’ è qualcuno che scappa e qualcuno che insegue. Là fuori, nella notte mille volte delittuosa, c’era chi moriva o veniva straziato, ferito da schegge vaganti, schiacciato contro un volante o sotto pesanti pneumatici. Gente che veniva percossa, derubata, strangolata, stuprata e uccisa. Gente affamata, malata, annoiata, disperata per la solitudine i rimorsi o la paura, gente arrabbiata, crudele, febbricitante, scossa da singhiozzi. Una città non peggiore delle altre, una città ricca e vigorosa e piena d’orgoglio, una città perduta e sconfitta e piena di vuoto». L’immagine plastica di una città, Los Angeles, che sembra una Sodoma dei nostri giorni, «la grande, lurida, sordida città corrotta», specchio di un mondo corrotto dalla vacuità che Raymond Chandler tramite il suo amato detective ha saputo restituirci fino al suo addio.

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