Labbate, il detective siculo-americano fra cristianesimo e paganesimo

È un thriller decisamente fuori dai canoni, “Cravuni” di Orazio Labbate, la cui miccia narrativa è l’efferato omicidio di una donna negli Usa. Il figlio, il detective guercio Frank LaBella, medita vendetta e si mette sulle tracce dell’assassino, arrivando nella terra dei suoi avi, la Sicilia. Fra ultraterreno e mitologia si compie il destino di un uomo che trova l’amore e imbastisce una lotta contro un boss. Un romanzo destinato a diventare film e videogioco…

La direzione è tracciata: un libro non è più solo un libro, non può più contenersi in un rettangolo di carta e inchiostro, ma vive tante vite, in tante forme, evolve e si trasforma. Nel nostro universo presente la multimedialità non può essere più solo una possibilità e c’è chi non solo l’ha compreso, ma l’ha messo in atto e vuol continuare a farlo. È il caso del sicilianissimo Orazio Labbate, trapiantato a Milano, che dopo aver riportato in libreria Lo scuru, grazie a Bompiani, e aver acconsentito a trasformarlo anche in un film e in un videogioco, ha deciso di proseguire in queste direzioni anche con la sua nuova trilogia. Il primo episodio della nuova serie in tre volumi, Cravuni (128 pagine, 16 euro), è pubblicato da Polidoro, nella nuova collana Grey Interzona, che programmaticamente mira a dar vita a versioni cinematografiche e a metamorfosi videoludiche. Anche da queste formule può passare la sopravvivenza dei libri, in un contesto come quello attuale in cui vecchie e nuove generazioni sembrano non subire il fascino della parola scritta, delle storie. Orazio Labbate, con la sua sfrenata immaginazione, e con una lingua che non teme voli pindarici, neologismi, calibrate inserzioni dialettali (senza mai esagerare, senza farsi sterile maniera), crede ancora con ostinazione nei libri e fa la sua parte – da lettore, da autore, da agitatore culturale – per creare attorno a essi sentimenti, interesse, nuovi spazi e nuovi mondi.

Patrie desolate e desertiche

Mia madre era stata squartata solo dalla pancia. Mi toccai anche io la pancia, come se fossi stato devastato dalla sua stessa fame, per contemporanea consanguineità. Strinsi in tasca al massimo la mia forchettina a due punte da carne per ferirmi e per sentire il rumorino della carne del palmo che s’apre. Poi mi portai la mano ferita dietro il fianco e fissai il volto di mia madre che era bianco come il quadrante di un orologio. Mia madre era un palcoscenico per fiere e intrattenitori, una rappresentazione mitologica di idee più complesse che infestano sdunàte i nostri sogni.

A raccontare tutto questo, quel che resta di una donna dopo un efferato omicidio, è il quarantenne Frank LaBella, detective guercio della polizia di Afton in Oklahoma. La donna uccisa è la madre. La storia che ne segue (qui è possibile leggere un estratto) è carica di simboli e suggestioni, e nera come il carbone del titolo. Frank LaBella viene trascinato nella sua terra d’origine, la Sicilia, da un indizio, una frase precisa («Suttasutta mangerai stelle a Riesi cu idda») trovata sui resti della madre, Fina Jennifer Salemi. Un richiamo ancestrale per una vendetta da consumare all’altro capo del mondo, in una zona non meno desolata di Afton, dopo voli che lo porteranno prima all’aeroporto di Comiso (non casualmente la patria di Gesualdo Bufalino, uno dei riferimenti di Orazio Labbate), e poi nella desertica Riesi, che l’autore ben conosce, visto che si trova non distante dalla natia Butera, nel Nisseno, pezzo di Sicilia misterioso e sconosciuto ai più.

Una Sicilia alla Lynch

L’avvento di Frank LaBella nell’Isola dei suoi avi non ha nulla di realistico né di macchiettistico, semmai di allucinato e spirituale. La dimensione in cui si muovono lui e gli altri personaggi messi in scena oscilla fra l’ultraterreno e la mitologia, fra altari cristiani e dèi pagani della classicità. Con la sua lingua letteraria, oscura e cesellata Orazio Labbate catapulta il detective, che negli Usa era al volante di una Mustang, in una Sicilia rivista e corretta rispetto a certi folkloristici parametri degli ultimi anni in libreria, una Sicilia alla Lynch. È un thriller, se vogliamo azzardare un incasellamento, assolutamente fuori dai canoni, con tanti classici americani che riecheggiano. Fra tanti nemici – su tutti Tony Lavuru, boss della «Mafia spiritica», nascosto in una miniera, da dove dà ordini – il detective, una specie di Apollo reinventato, si imbatterà anche nell’amore, ovvero in una creatura femminile, che non passa inosservata, e sarà l’unica ad aiutarlo.

Il suo nome era Cuncettina Bity, me lo disse senza neppure chiederlo, con sfacciataggine e insieme con un sorriso e con gli occhi chiusi, sapeva – si vidìva – della potenziale cifra di un eventuale, nostro, destino di sventura.

Resa dei conti

Sperimentai il totale annientamento del bene. Non percepivo la benevolenza farlocca delle divinità cristiane lì dentro, bensì uno scadimento di configurazioni moderne di esse in antiche, precedenti, arcaiche. Avevo la percezione che una festa penosa di dèi si fosse consumata.

Incubi, ossessioni, premonizioni, segreti scoperti – a cominciare da uno dell’infanzia della madre – agitano il cuore assetato di vendetta di un detective tutt’altro che pittoresco o stereotipato. Alla resa dei conti arriva armato di una «spada nuova» e carico di un cuore pesante e di pensieri affastellati. E tutto si compie, come un sacrificio che purifica e preannuncia altre epiche avventure o disavventure…

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