Stefano Tofani, la maestra uccisa e il circo mediatico

Un caso di cronaca come tanti ne avvengono nell’Italia di oggi fa capolino tra le pagine de “La bestia che cercate”, giallo di Stefano Tofani, che dà conto anche del tribunale dei media e del clamore che si moltiplica attorno all’omicidio di un’insegnante. E un filo di ironia non rende meno profonde certe riflessioni…

Siamo sulle colline tra Lucca e Pisa, in una zona per niente turistica attraversata dal fiume Serchio. Cuzzole è il nome di un piccolo centro abitato, un migliaio di anime che vivono i margini della grande bellezza che caratterizza buona parte della Toscana.
È novembre e gli alunni di una scolaresca giocano all’aperto, nel giardino dell’edificio che ospita la Primaria Renzulli. Una maestra viene colpita a morte, attinta da un colpo di pistola sparato dalla palazzina di fronte. Un uomo scappa dopo avere scavalcato la recinzione e tolto il telefono alla vittima. Segni particolari: un eskimo e “la faccia da Buondì”.

La vita irreprensibile

A indagare sulla tragica scomparsa di Sonia – questo è il suo nome – sono chiamati l’appuntato Pozzessere e il brigadiere Caso. Il primo silenzioso e musone, al limite dell’incomunicabilità; il secondo flemmatico e passivo, perso nelle sue idiosincrasie e nei suoi problemi personali, acuitisi con l’abbandono della moglie che lo lascia per un altro uomo, più brillante e facoltoso.
Le ricerche degli inquirenti sono rese difficoltose dalla vita irreprensibile della vittima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi sulle sue frequentazioni, limitate al microcosmo della famiglia: una madre anziana malata di demenza senile, un figlio adolescente e un marito architetto non particolarmente attraente.

Le speculazioni sul dolore altrui

Si scatena il tribunale dei media: televisioni, social, stampa locale e nazionale attingono facilmente dai fatti di sangue per costruire inchieste parallele (potremmo dire “paragiudiziarie”) e fare ascolti, vendere copie o ottenere “like”. Le speculazioni si sprecano, le chat tra gli abitanti di Cuzzole si moltiplicano e ognuno elabora la propria ipotesi: iniziano a circolare voci sulla condotta sessuale della donna che offendono i familiari. Il marito si sente tradito e umiliato, smette di frequentare la comitiva di amici del calcetto, il figlio si ribella e cerca a sua volta di indagare spalleggiato dalla nonna.
Ne La bestia che cercate (256 pagine, 19 euro), per Guanda, Stefano Tofani prende spunto dalla vita reale – non mancano di certo gli esempi – per raccontare un particolare aspetto della nostra società, questa insana tendenza a speculare sui dolori altrui, a rimestare nel torbido, indulgendo in commenti distribuiti con superficialità, senza pensare alle conseguenze e in particolare senza considerare il dispiacere che si provoca in chi già si è visto colpito da una tragedia.

La provincia anonima e bigotta

Una sottile vena di ironia alleggerisce un tema molto attuale, ma non rende per questo meno seria la riflessione a cui ci induce.
L’ambientazione nella provincia anonima e bigotta amplifica quel senso di impotenza che si prova quando – di fronte all’ennesimo caso di cronaca dato in pasto al pubblico – si sprecano commenti ed elucubrazioni su fatti che non si conoscono e circostanze che semplicemente si immaginano.
Riposto in libreria il romanzo dopo avere letto l’ultima pagina, un quesito aperto rimane aperto: e se succedesse anche a me? Se fossi io – o una persona che mi è vicina – la vittima del linciaggio mediatico, come reagirei?

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