Elisabeth Åsbrink, scrittrice e giornalista svedese, ne “Il mio grande, bellissimo odio” racconta la vita di Victoria Benedictsson, pioniera della letteratura e del pensiero femminista nella Scandinavia della seconda metà dell’800, portando alla luce le contraddizioni e gli ostacoli che segnano ancora oggi, a 150 anni di distanza, i percorsi di vita delle donne
Il paesaggio che fa da sfondo alla vita di Victoria Benedictsson è la Scania, regione meridionale della Svezia che confina con la Danimarca e da questa si affaccia sull’Europa e sul mondo.
Il clima è quello dei freddi inverni svedesi, delle primavere timide, delle estati esplose di luce interminabile.
I personaggi che popolano la vita di Victoria sono piccoli borghesi dei villaggi contadini: il pastore e la moglie, il medico e la moglie, il maestro e la moglie, il sindaco e la moglie, nel dramma che è la vita di Victoria in quegli anni gli uomini avevano un ruolo sociale esterno alla famiglia e uno interno alla famiglie, le donne hanno solo il ruolo interno: figlia, sorella, moglie e se si è benedette, madri. Da questo contesto limitato Victoria prova a scappare sin da ragazzina, ha aspirazioni da artista, aspirando a diventare artista e voler studiare pittura a Stoccolma ma per la morale piccolo borghese dell’epoca a una ragazza non è consentito vivere da sola in una città né tanto meno frequentare ambienti ambigui come quelli degli artisti. In Svezia, come in ogni altro paese dell’epoca, le classi sociali sono impermeabili le une alle altre per tutti, soprattutto per le donne.
L’unico modo che Victoria ha per liberarsi dalle costrizioni della famiglia di origine è sposarsi, creare a sua volta una famiglia e consegnare le chiavi della propria gabbia a suo marito.
L’uomo che le si propone è più vecchio di quasi trent’anni, è vedovo, ha già diversi figli. Victoria comprende subito il proprio errore di valutazione, ma ormai è troppo tardi e davanti ha due strade: arrendersi e vivere senza vivere; lottare e provare a realizzare qualcosa di suo, di realizzarsi.
Sceglie questa seconda strada e affida alla scrittura le sue aspirazioni all’indipendenza.
Sì perché la cosa cui Benedictsson anela è l’indipendenza, la capacità di essere autonoma e produrre qualcosa di proprio non solo di riprodursi come femmina attraverso la gravidanza e il parto.
Åsbrink fa un lavoro di analisi profondo dell’opera di Victoria Benedictsson che lascia un patrimonio enorme di scritti personali: diari, appunti, lettere, riflessioni, giornali di vita oltre che romanzi, opere teatrali, racconti.
Attraverso i testi autentici Åsbrink nel suo libro Il mio grande, bellissimo odio (480 pagine, 20 euro) – tradotto per Iperborea da Katia De Marco – ci porta per mano a esplorare i sentimenti della scrittrice restituendo quasi un affresco della sua vita e della società dell’epoca.
Lo studio dietro al romanzo è davvero notevole nello sforzo di Åsbrink di analizzare non solo gli scritti di Benedictsson ma anche di tutti i personaggi che con lei sono entrati in contatto e hanno interagito. Oltre all’attenzione per l’opera, Åsbrink ricostruisce con estrema cura il contesto sociale nel quale nasce e vive Benedictsson mostrando il condizionamento che tale ambiente ha sulla sua formazione e sul suo carattere, sul suo essere umano nel senso più completo del termine.
Bagliori di femminismo e condizionamenti patriarcali
Victoria Benedictsson cerca di fuggire dalla gabbia sociale in cui è costretta attraverso diversi tentativi.
Il primo, come già menzionato, si concretizza nel matrimonio e nella successiva maternità fisica. Entrambi, però, le risultano indigesti. Benedictsson rifiuta il ruolo imposto dalla società, quello di soggiacere ai bisogni dettati da un marito e da una neonata. La forma di amore materno che invece sperimenta e accoglie è di origine non fisica: i figli nati dal precedente matrimonio del marito saranno per lei conforto e sostegno, in un rapporto basato sullo scambio e sulla reciproca conoscenza. Una maternità scelta, e non imposta, non vincolata dal legame di sangue che obbliga all’amore.
Se la maternità non rappresenta la realizzazione, l’amore diventa per la giovane Victoria la via per trovare sé stessa, cercando nello spirito affine la propria dimensione. Come la maternità, anche l’amore per un uomo non assume una dimensione carnale, ma puramente spirituale. Victoria Benedictsson cerca le “affinità elettive” dell’intelletto prima ancora che dell’anima, affinità che trascendano la sensualità della carne, scontrandosi inevitabilmente con l’immaginario maschile concentrato sull’erotismo. Quello che disturba Victoria non è la sessualità in sé, ma l’arrendersi alla visione maschile dell’amore. La lotta tra i sessi condotta da Victoria sembra finalizzata a far accettare “all’altro” l’esistenza di una concezione della relazione donna-uomo, non solo uomo-donna.
Vediamo nella sua scrittura una concreta elaborazione di un pensiero di autodeterminazione e indipendenza che passa attraverso l’autonomia finanziaria, la necessità del lavoro quale riconoscimento della sua presenza oltre le mura di casa, e la costruzione di un personaggio coerente con il suo sentire.
Eppure, Victoria Benedictsson ancora non crede nella possibilità di affermazione per una donna. La scelta di uno pseudonimo maschile le è necessaria per essere apprezzata, per ottenere la considerazione della koiné culturale scandinava, per evitare la diretta identificazione tra il suo nome e il suo pensiero e, quindi, per proteggere la sua famiglia e la sua “dignità”.
Allo stesso modo, dopo la ricerca quasi spasmodica dell’approvazione maschile attraverso la costruzione di un sentimento d’amore, Victoria colma il bisogno di una totale comprensione nella costruzione di relazioni con altre donne, definendo la sorellanza come unica possibilità di crescita e di reale libertà. Sarà però proprio la ricerca spasmodica dell’approvazione maschile, attraverso la conferma dell’amore di un uomo tanto affine nel pensiero quanto narcisista nel comportamento, a determinare la scelta finale di Victoria.
La storia di Victoria Benedictsson è emblematica di come il condizionamento sociale imposto da una società tradizionalmente patriarcale comporti necessariamente, per una donna, il riconoscimento da parte dell’uomo. L’apprezzamento maschile diventa il passaggio obbligato per l’autostima femminile, una sorta di passaporto emotivo e sociale per la presentazione delle proprie capacità all’esterno.
Åsbrink, con questo libro, rende Benedictsson un archetipo dello sforzo femminista e, allo stesso tempo, del fallimento del femminismo che non riesce a trovare in se stesso la ragione di essere a prescindere dal patriarcato. Sebbene sia trascorso un secolo e mezzo da quanto raccontato nel libro, le tematiche restano di una concreta attualità e inducono alla riflessione sugli ostacoli che le donne continuano a incontrare e con cui il femminismo si scontra quotidianamente.
La Koiné scandinava
Quando Victoria Benedictsson lascia il villaggio dove vive con il marito e i figli e inizia a vivere in diverse città svedesi, entra in contatto con la vasta e variegata comunità di artisti e intellettuali scandinava. La comunanza dei ceppi linguistici, unita a una società accomunata da monarchie e chiese di radice nazionale, favorisce un continuo scambio culturale e ideologico principalmente tra svedesi, norvegesi e danesi.
Se si conosce un minimo la cultura norrena, il libro permette di immergersi nella fervente vita culturale che prende vita tra Copenaghen, Stoccolma e Oslo. Per me è stato come ripercorrere quella parte della mia libreria dedicata agli scrittori scandinavi: compaiono tutti. Ci sono Bjørnstjerne Bjørnson, premio Nobel per la letteratura e “grande vecchio” delle lettere norvegesi; Ibsen e Strindberg, ovviamente, due opposti che si attraggono nella critica; Herman Bang e Selma Lagerlöf, solo per citare i più noti. E grazie al libro si arriva alla scoperta di figure femminili che hanno delineato la dialettica di quegli anni, come Ellen Key ed Elisabeth Grundtvig, che hanno dato un contributo al femminismo ben oltre i confini della Svezia e della Danimarca.
La figura di Benedictsson è talmente importante nel suo contesto e nel suo tempo che pare abbia ispirato Strindberg nella stesura del dramma La Signorina Julia, capolavoro dello scontro tra i sessi e le classi sociali.
Ma se la società ha così tanti punti in comune, anche la morale presenta gli stessi tratti. E così, l’opposizione a quella morale può fare fronte comune per combattere questioni centrali, quali le lotte di classe e l’emancipazione della donna. La questione femminile occupa un posto importante nel dibattito sociale di quegli anni. Ibsen, con i suoi drammi teatrali, ha messo in scena l’anelito alla libertà della donna, così come l’abuso di potere dell’uomo/marito, che, favorito dalla libertà sessuale, non esita a portare in casa il contagio di malattie veneree che segnano i suoi stessi figli. La questione femminile è dunque strettamente legata alla questione della libertà sessuale e diversamente interpretata.
Benedictsson, però, supera la diatriba ideologica, ridotta quasi a pettegolezzo pruriginoso, e rivela agli occhi del mondo la vera limitazione della donna: la dipendenza economica dal maschio, che sia il padre, il marito o, successivamente, il figlio. Victoria sceglie la libertà della separazione, rinunciando alla sicurezza finanziaria per seguire la propria vocazione di scrittrice. Il vero vincolo della donna è la dipendenza dagli altri per la sopravvivenza; la libertà non è libertà di relazioni o di amori, ma la vera libertà è il lavoro che, generando reddito proprio, permette di poter decidere per sé e, quindi, di essere veramente libere.
Victoria lotterà tutta la vita per questo, ne sarà ossessionata. Prima che la fama, a Victoria interessa non dover dipendere da qualcuno, non dover chiedere e quindi non dover restituire. Åsbrink è molto brava nel dimostrare come questi aspetti si rivelino in modo chiaro nelle opere letterarie di Benedictsson e come servano da manifesto per quel femminismo che muoveva i primi passi.
La scrittura come mediazione tra generazioni
Il testo potrebbe essere considerato un esempio perfetto di come dovrebbe essere redatta una biografia. Åsbrink ricostruisce la vita della scrittrice attraverso lo studio meticoloso sia degli scritti pubblicati che di quelli privati, e dei personaggi che hanno fatto parte della sua vita, a partire da Axel Lundegård.
Nulla sfugge all’indagine di Åsbrink: lettere, appunti, articoli di giornale, saggi, biglietti e, ovviamente, tutta l’opera letteraria. Il vero pregio di Åsbrink è di non aver mai forzato la mano nell’interpretazione dei fatti. Nella ricostruzione emerge persino un momento di vuoto, un episodio mai narrato, solo accennato da Victoria come la sua più grande colpa. A differenza di tanti biografi, Åsbrink non tenta alcuna interpretazione dei fatti né azzarda ipotesi. Lascia il vuoto di quel momento a sottolineare la significatività di un fatto talmente grave da non essere mai stato descritto in alcuna forma dalla protagonista.
È necessario sottolineare ancora una volta la bravura di Åsbrink nel raccontare una storia del passato, riuscendo a evidenziarne tratti che restano attuali e che aiutano a delineare le tappe di una costruzione continua dell’essere donna e del femminismo.
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