È uno dei vertici della letteratura del XX e del XXI secolo, Salman Rushdie, al di là delle vicissitudini e delle persecuzioni con cui convive da decenni, culminate nell’attentato del 2022. In questa veste lo presenta Silvia Albertazzi in un denso saggio, “Leggere Salman Rushdie”, che non vuole spiegarlo o interpretarlo, ma solo introdurlo. Nel presentare le sue opere immaginifiche, tanti capolavori, emerge, fra i temi centrali, la migrazione come condizione fondante della realtà…
Lo scorso maggio quel povero ignorante e fanatico di Hadi Matar, statunitense di origini libanesi che nell’agosto 2022 ha ripetutamente accoltellato Salman Rushdie, è stato condannato a venticinque anni di carcere. Poco meno della sua età, non era nemmeno nato quando fu pubblicato I versetti satanici, romanzo che era costato a Rushdie la fatwa di Khomeini. La dimensione mediatica di Rushdie negli ultimi tre anni è tornata prepotentemente a legarsi ala sua immagine di artista perseguitato, di vittima degli estremisti islamici, di martire della libertà d’opinione. Ed è innegabile che queste siano schegge del suo essere uomo e scrittore. Salman Rushdie è, però, uno dei vertici della letteratura del ventesimo e del ventunesimo secolo e principalmente per questo dovrebbe passare alla storia ed essere consegnato al mito, al di là dei riconoscimenti internazionali ottenuti e no, di premi non vinti da nomi altrettanto importanti.
Breviario che ispira
Si avvicina agli ottant’anni, Rushdie, che ha annunciato la prossima pubblicazione di un nuovo libro di narrativa (a novembre The Eleventh Hour: A Quintet of Stories), il primo dopo l’attentato, una raccolta di racconti. Notizia felicissima, libro a cui speriamo ne seguano altri e altri ancora, tanto da costringere Silvia Albertazzi, docente dell’università di Bologna ad aggiornare e ad ampliare il suo prezioso e agile Leggere Salman Rushdie (127 pagine, 13,50 euro), pubblicato dalla casa editrice Carocci. Un breviario che introduce e ispira un lettore a caccia di emozioni forti, di idee brillanti, di storie vorticose, globali e proteiformi.
Tra scelte di vita e convinzioni politiche
Da studiosa di letteratura indiana di lingua inglese, con grande umiltà e con grande passione, Silvia Albertazzi racconta il suo primo approccio con Rushdie, una sostanziale sottovalutazione e la decisione di rileggerlo e di riappropriarsene, in seguito al consiglio di un suo studente. Il risultato è un’affascinante introduzione, non una spiegazione né un’interpretazione del magnifico affresco letterario dell’autore nato a Bombay, l’attuale Mumbai. Si dà conto, nel volume, del percorso biografico di Rushdie e delle ripercussioni che alcune scelte di vita, spesso obbligate, e che le sue convinzioni politiche (da posizioni di sinistra a punti di vista più liberali e filoamericane) hanno avuto sulla forma e sulla sostanza dei suoi lavori. Il risultato è una carriera non ancora conclusa, scintillante, iniziata con un insuccesso, Grimus (curiosamente lodato solo da Ursula Le Guin), e poi decollata, costellata da alcuni capolavori indiscussi.
La centralità delle migrazioni
Affascinante il modo è in cui Silvia Albertazzi fa avvicinare il lettore alle origini, alle idee – a cominciare dall’abbattimento di generi e registri e dal racconto delle diverse interconnessioni del mondo – e ai punti di riferimento dello scrittore “inglish” per antonomasia: da Grass a Cervantes, da Joyce alla tradizione indiana, da Gramsci a tanto cinema e a tantissima musica. Fra «le tematiche care all’autore» spicca da sempre la centralità del migrante – quale è lo stesso Rushdie – nella società e nella cultura contemporanea: la migrazione è la condizione fondante della realtà, l’uomo senza confini è la figura archetipica della nostra epoca. In un modo o nell’altro, in un testo, o nell’altro, oltre agli angeli sterminatori, personaggi ricorrenti della sua letteratura sono i migranti e il loro destino itinerante: «esseri spogliati di storia, rimanere nudi di fronte al disprezzo di stranieri su cui vedono i ricchi indumenti, i broccati della continuità».
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