Sottomesse, impossibilitate a scrivere e a leggere, costrette a ruoli orientati a una società patriarcale come quella immaginaria, ma più che verosimile, di Gilead, le donne sono protagoniste de “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, classico moderno per eccellenza. Sommessa ma potente è la voce di Offred, che narra in prima persona, una registrazione…
Il racconto dell’ancella (400 pagine, 18 euro) di Margaret Atwood, edito da Ponte alle Grazie, è un romanzo distopico che in realtà non racconta nulla di nuovo. La condizione femminile immaginata da Atwood affonda le radici sia nel passato storico sia in alcune realtà contemporanee. La società immaginaria di Gilead (ex Stati Uniti), teocrazia autoritaria e misogina, si basa sul fondamentalismo cristiano e rappresenta una radicalizzazione di ideologie che esistono o sono esistite nella realtà. Atwood mostra come la religione sia stata spesso utilizzata per legittimare l’oppressione delle donne. Nel romanzo, le donne vengono infatti rigidamente suddivise in categorie, in un inquietante ritorno a un passato patriarcale.
Gerarchia e categorie
Le figure femminili delineate da Atwood sono, a tutti gli effetti, una moderna reincarnazione dell’angelo del focolare vittoriano: donne la cui identità è interamente definita dai ruoli domestici e riproduttivi. Le Mogli, subordinate al marito – solitamente un Comandante – sono destinate alla sola vita coniugale; le Econospose sono sempre mogli ma appartenenti a classi sociali inferiori; le Ancelle, riconoscibili dal vestito rosso e dal copricapo bianco a forma d’ala, sono donne fertili assegnate a una coppia sterile per procreare; le Marte, vestite di verde, sono le domestiche addette alla cura della casa, e le Zie, donne sterili o anziane, fungono da istitutrici, guidando le Ancelle all’obbedienza. Tutte le donne che non si conformano a questi ruoli, e quindi non utili al sistema patriarcale di Gilead, vengono relegate allo status di Non-Donne, un’etichetta che ricorda da vicino la figura vittoriana della fallen woman, la “donna caduta”, esclusa perché non rispecchia gli ideali morali del tempo. Le Non-Donne, considerate inutili o devianti, vengono condannate a una lenta morte per esposizione a rifiuti tossici, oppure ridotte alla prostituzione nei bordelli (non riconosciuti) dello Stato.
Religione e patriarcato
La religione cristiana – soprattutto nelle sue interpretazioni istituzionali e letterali – ha contribuito a strutturare un ordine patriarcale, giustificando l’inferiorità delle donne. Nelle Sacre Scritture, la donna appare come essere derivato dall’uomo (Eva creata dalla costola di Adamo) e responsabile del peccato originale (Eva che cede al serpente e induce Adamo a peccare). Nei secoli, tali simbologie si sono tradotte in norme concrete: le donne relegate alla sfera domestica in quanto mogli, madri o serve, controllate nella sessualità e nella condotta, ed educate alla sottomissione come segno di virtù (“Le mogli siano sottomesse ai loro mariti”). Nel romanzo, Atwood porta all’estremo questi concetti, mettendo in scena un regime che usa la religione come giustificazione per la schiavitù riproduttiva, la sottomissione femminile e la repressione di ogni libertà personale. Citazioni bibliche vengono manipolate per dare una legittimità sacra alla violenza e alla disumanizzazione. Emblematico è il riferimento al versetto della Genesi in cui Rachele, moglie di Giacobbe e sterile, decide di affidargli la propria serva affinché concepisca al posto suo. La “Cerimonia” descritta nel romanzo riproduce letteralmente questo passaggio: un’Ancella fertile viene assegnata a una coppia sterile e durante l’atto sessuale è costretta a giacere tra le ginocchia della Moglie, che le tiene le mani, mentre il Comandante la penetra – un rituale distorto e sacralizzato, volto a mantenere l’ordine patriarcale.
Il sesso, un atto meccanico
Considerando il tema centrale del romanzo, il simbolismo sessuale introdotto fin dalle prime pagine è molto evocativo. Lo specchio circolare nel corridoio, “che sporge come un occhio”, richiama visivamente il ventre gonfio di una donna incinta, e il riferimento all’occhio allude al controllo sul corpo femminile. Nel salotto del Comandante “sopra il caminetto, c’è uno specchio ovale”, dove il termine ovale richiama le ovaie fertili, ribadendo l’ossessione per la fertilità che permea l’intera società di Gilead. Offred percepisce lo specchio nel corridoio come un occhio che osserva, un simbolo della sorveglianza distopica che la circonda. Non a caso, la polizia segreta del regime si chiama Occhi, e lo sguardo costante rappresenta una forma di controllo tanto psicologico quanto fisico. Persino il pene viene descritto con un’immagine disturbante e vulnerabile, come un “delicato occhio di lumaca con peduncolo”, un’immagine che riduce l’atto sessuale a un atto meccanico, sorvegliato, privo di intimità. Lo specchio circolare, quindi, diventa un simbolo stratificato che racchiude molti dei temi centrali del romanzo: la fertilità forzata, la gravidanza come strumento di potere, la sorveglianza costante, la prigionia dei corpi, ma anche la perdita dell’identità. Allo specchio, Offred non vede se stessa, ma solo una “ombra distorta”, un “fantasma”: ciò che resta di una donna privata della propria umanità, persino del proprio nome, ridotta a una funzione.
La repressione culturale e linguistica
Molti tratti distintivi della società di Gilead risultano immediatamente familiari al lettore di narrativa distopica: la privazione della libertà, la sorveglianza costante, la rigidità delle routine quotidiane, i tentativi di fuga e l’esistenza di un movimento clandestino. Tuttavia, l’aspetto più incisivo di The Handmaid’s Tale è la repressione culturale e linguistica, che si esprime soprattutto attraverso l’imposizione forzata dell’oralità alle donne. A Gilead, le donne non possono né leggere né scrivere: sono escluse dalla parola scritta, e quindi da ogni forma di conoscenza, memoria e potere critico. Eppure, proprio questa esclusione viene sovvertita dalla struttura narrativa del romanzo stesso. The Handmaid’s Tale è raccontato in prima persona da Offred sotto forma di un diario intimo, ma non si tratta di un testo scritto: è una registrazione orale. Offred, impossibilitata a scrivere, affida la propria voce alla memoria, alla parola, alla speranza che qualcuno possa un giorno ascoltarla. Si immagina forse nel buio della propria stanza, sola ma non silenziosa. Il suo linguaggio, fatto di ripetizioni, elenchi, pause e riflessioni circolari, porta i segni della comunicazione orale, di un monologo interiore.
Narrare, resistere
La sua è una resistenza sommessa ma potente, che si compie nella dimensione privata, nascosta, della sua stanza: uno spazio che, come accade in 1984 con Winston Smith, diventa un rifugio illusorio dalla sorveglianza onnipresente dello Stato. Offred è una sorta di scrittrice in un mondo in cui alle donne è negato persino il diritto alla scrittura. Se Virginia Woolf auspicava un futuro in cui una donna avrebbe potuto scrivere solo a condizione di possedere “una stanza tutta per sé” e una minima indipendenza economica, Gilead non è quel futuro. Ma Atwood non vuole descrivere una sconfitta, bensì utilizza la narrazione come forma di resistenza. La scrittura (o la parola registrata) diventa atto sovversivo, tentativo di conservare la memoria e riaffermare l’identità in un mondo che vorrebbe cancellarle entrambe.
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