Grandi classici, riscoperte o libri appena usciti. In ogni caso Giorgio Ghiotti – autore del recente “Casa che eri”, ne abbiamo scritto qui – ne scrive con amore assoluto. Nuovo appuntamento per la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate precedenti)
“Vento caldo” di Ugo Moretti (readerforblind)
Questo libro, esordio dell’autore di Orvieto, esce per la prima volta nel 1949 vincendo subito il Premio Viareggio Ha attraversato i decenni con la grazia e la freschezza di un classico: la lingua di Moretti è irresistibile, destabilizzante, elegantissima, capace di far ridere e di far piangere, di inchiodare i lettori e le lettrici non soltanto alla pagina, ma alla propria vita. Perché la vita dei personaggi di questo romanzo magnifico (a partire dal protagonista e dagli artisti veri o presunti che affollano i capitoli) è quella di ognuno di noi, che speriamo e campiamo come meglio ci riesce e stiamo al mondo come eterni debuttanti, mai davvero preparati alle gioie e ai dolori, alla ricerca costante di qualcosa che manca, in allegro affanno dietro i giorni. Vento caldo è la fotografia imprendibile di una Roma eterna nella sua dolcezza e nelle sue illusioni. Fatevi (e fate) un regalo: leggetelo, rileggetelo. Leggetelo ancora.

“Gli amori della mia vita. Un memoir erotico” di Edmund White (Playground), traduzione di Martino Adani
Per scrivere d’amore bisogna scrivere così. E per scrivere di sesso bisogna scrivere così. Come Edmund White. Per intessere la vita tra questi due poli non sempre convergenti bisogna aver vissuto, come White, una vita densissima, una di quelle che valga la pena, a consuntivo fatto, raccontare. Percorrendo i binari imperfetti e commossi della memoria, l’autore (uno scrittore da Nobel, altroché) rievoca i molti uomini – e qualche donna – che hanno accompagnato, guidato, appagato e raccolto il suo desiderio, con la gratitudine dell’ultimo attore sulla scena. La storia dei suoi incontri erotici e amorosi (White non risparmia nulla a sé stesso, tra urinatoi e appartamenti newyorchesi, vecchie case d’infanzia e sporchi motel a ore) è la storia di un pezzo di Novecento che solo lui ha saputo raccontare con questa maestosità irriverente e coltissima, dal moralismo degli anni Cinquanta all’emancipazione gay dei Sessanta, passando da Stonewall fino ad arrivare alla catastrofe dell’AIDS degli anni Ottanta, e oltre ancora, fino al tempo delle app e della “cultura” woke. Leggete questo libro, e poi recuperate tutto di lui.

“La finestra della signora Manstey e altri racconti” di Edith Wharton (Einaudi), traduzione di Chiara Lagani
I racconti sono un piacere sublime, e pochi scrittori sono in grado di confezionare un racconto perfetto. Edith Wharton non ne ha mai sbagliato uno. Perché nessuna come lei ha mai scandagliato gli abissi dell’animo umano, l’invisibile, la quotidianità e le sue crepe, gli interstizi nei quali piombiamo per una semplice frase, per un sospetto. Questa raccolta (uno scrigno delle meraviglie) si apre con una donna che vive alla finestra di un appartamento in affitto, godendo di un pezzetto di mondo minimo ma fondamentale, finché un giorno gli operai tirano su un muro per ampliare il palazzo e lucrare sugli affitti e lei, privata della vista, arriverà a un gesto estremo. E si chiude, questa raccolta, con un’altra donna in fuga da una casa di fantasmi, forse inesistenti, chi può dirlo?, ma capaci comunque di far gelare il sangue ai lettori. Una notte di puro terrore. Una tensione narrativa ineguagliabile. Davvero serve altro per convincervi a iniziare a leggerlo?

“I santi mostri” di Ade Zeno (Bollati Boringhieri)
Avviso subito: se leggerete questo libro, vi ritroverete fra le mani una storia della quale non vi libererete per molto tempo. Impossibile dimenticare le vite di questi “mostri”, uomini e donne, ragazzi e ragazze nate con malformazioni rare (mani con sei dita, un corpo ricoperto di peli, sorrisi raccapriccianti in volto…) che mettono su un piccolo circo di “fenomeni da baraccone”, viaggiando tra il clamore del pubblico in una Germania ferita e insozzata dal nazismo. Quando Hitler approverà il programma Aktion T4 per l’eliminazione delle persone con menomazioni e disabilità, il gruppo dovrà scendere a patti con la realtà più cruda: resistere insieme andando incontro alla morte o separarsi per sempre provando a salvare la pelle. Ma nessuna decisione può mettere in conto la vigliaccheria e la violenza di un Paese che ha piegato – come succede in questa storia – fratello contro fratello. Indimenticabile.

“Antologia poetica” di Anna Cascella Luciani (Liberaria)
I versi di Anna Cascella sono perfetti per qualunque stagione, con la loro levità e la loro giusta dose di nostalgia e rimpianto, ma anche di festosa gioia e infatuazioni e ammissioni: “Il mio interlocutore / è solo / l’assoluto, / solo con lui io fotto / solo con lui mi illudo”; o ancora: “Tu vedi in me l’eguale / e io il diverso: / per favore, / potremmo amarci adesso?”. Le sue poesie sono lampi di pensiero e di tenerezze ustionanti, congegni di puro piacere musicale, riconosciuti e amati da grandi nomi come Natalia Ginzburg e Franco Fortini, che la pubblicarono per la prima volta in Einaudi, e poi ancora tra i suoi estimatori Giovanni Giudici, Franco Loi, Maria Luisa Spaziani, Giovanni Raboni… Anna ci ha lasciati tre anni fa, ma la sua poesia continua ad accompagnarci senza conoscere mode o stilemi, impossibile che invecchi come la vera grande poesia: leggerla (e magari impararne qualche verso a memoria) ci mette in contatto con quel serbatoio di umanità che spesso dimentichiamo di avere. Grazie all’editrice, Giorgia Antonelli e alle sue edizioni per aver pubblicato l’autoantologia di una poetessa forse troppo in ombra. Questo vuol dire fare un lavoro culturale, e Liberaria lo fa (da anni) al meglio.

“Il libro di Teresa” di Carola Susani (Marietti1820)
Gli anni del fascismo, la guerra, il dopoguerra e una famiglia (padre, madre, cinque figli) che parlano tra loro e parlano molto di più con Dio, il Dio delle scritture, che forse li salverà o forse no, e non solo dalla Storia, ma dalla malattia, dall’allegria che può trasformarsi in morbo e consuma, dalla volontà di caricare il fucile a salve, dal troppo pensare di giorno e di notte e dal sentire il corpo che cresce e l’infanzia che si trascina, monellescamente, testarda, negli anni senza volersene più andare. Forse da questo esordio (ora ripubblicato da Marietti1820) fino all’ultimo Italo Orlando (passando da un libro fondamentale per il me lettore, “Eravamo bambini abbastanza”) Carola Susani non ha fatto altro che indagare le soglie della fanciullezza e dell’infanzia, anche quando smarginano, soprattutto quando si scontrano con un mondo incapace di rivelarsi all’altezza dei grandi sogni di gioventù. La scrittura di Susani è sempre impeccabile, scarna e densa a un tempo, più che poetica: magica, capace di prodezze e vere e proprie magie sulla pagina. Confesso: è una delle scrittrici che più benevolmente invidio, per il suo enorme talento, per la sua presenza discreta nel mondo. Buona seconda vita al “Libro di Teresa”.

“Il fiume d’erba” di Helen Humphreys (Playground), traduzione di Andrea Bortoloni
Per gli amanti del genere, ecco una biografia che sarebbe sciocco e limitante reputare tale. “Il fiume d’erba” è il romanzo di una vita esemplare, come un tempo si scrivevano quelle dei santi, ma senza alcuna canonizzazione né inutili panegirici. Helen Humphreys, scrittrice di razza, racconta l’esistenza dello scrittore e poeta naturalista Henry David Thoreau, poco incline ai difficili rapporti umani, amante dei fiumi e delle specie vegetali, della vita non addomesticata. In paragrafi di intensa e struggente ispirazione, Humphreys lo segue con occhio appassionato mentre costruisce una capanna davanti al Lago Walden dove ha deciso di vivere, esplorando la natura e lasciandosi guidare da lei per intraprendere un percorso di conoscenza di sé, trattando la solitudine come ispirazione profonda per la sua scrittura. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento in America e il sogno di vita del giovane Thoreau deve scontrarsi con un Paese che lavora giorno e notte alla costruzione del proprio mito industriale e tecnologico, deturpando paesaggi e piegando la natura al proprio dominio. “Il fiume d’erba” è la storia di un’idea che non si piega e resiste, di un uomo che s’intrattiene con gli animali mentre tutto intorno a lui trema per espandersi, come uno scatto di crescita dopo una grande febbre. Questa è la storia di un uomo che, nell’ubriacatura generale di un Paese che inganna sé stesso col mito del progresso, resta fedele agli universali del mondo: il salice, un nido di cardellini, i fiori e gli uccelli dorati, continuando a interrogarsi (e a interrogarci) sul perché sia più semplice uccidere una creatura che lasciarla vivere.

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