Wanda Marasco, istruzioni per l’uso di un classico

Ferdinando Palasciano, precursore della Croce Rossa Italiana, e la moglie Olga Pavlovna Vavilova sono i protagonisti del più recente romanzo di Wanda Marasco, “Di spalle a questo mondo”, i cui temi eterni sono l’illusione dell’amore, la cura, la misericordia, la guerra e la preparazione alla morte. Travalicando le contingenze soggettive e temporali

Cosa rimane del Premio Strega 2025, ora che la festa è finita?
Il gaudente doc risponderebbe senza esitazione l’hangover: il post sbronza, in cui si attende il reset del cervello. La fase di lento snebbiamento, al termine della quale, inesorabilmente, archivieremo i titoli concorrenti secondo una gerarchia della rilevanza o – se volete – della dimenticanza influenzata soprattutto da condizionamenti esterni. Con ogni probabilità, dei libri partecipanti alla corsa, che siano stati solo nomanti, o inclusi in dozzina, o finalisti, ne resterà nell’immaginario del lettore uno solo: l’Highlander, il vincitore, ficcatovi lì a forza dalle campagne pubblicitarie, dai passaggi televisivi e radiofonici, dalla prolungata esposizione in primo piano nei totem delle librerie.

Più che il tempo

Mi piacerebbe che Di spalle a questo mondo (416 pagine, 20 euro), di Wanda Marasco, edizione Neri Pozza, avesse un destino diverso. Che accadesse come descritto in Dopo le feste di Cortàzar:

e quando tutti se ne andavano
e restavamo in due
tra i bicchieri vuoti e posaceneri sporchi,
come era bello sapere che eri lì
come una corrente che ristagna,
sola come sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più che il tempo. (…)

Sarebbe bello una relazione duratura di intimità con questo romanzo. A prescindere dall’indiscutibile valore della prosa, elegante, precisa, ottimamente strutturata, contraddistinta da una musicalità – consolidata certezza della scrittura di Marasco – che favorisce la lettura spedita anche dei passi più pregni e intensi, Di spalle a questo mondo va letto in quanto classico. Almeno in una delle accezioni che al termine dà Italo Calvino nel pezzo “Italiani, vi esorto ai classici”, apparso sull’Espresso nel giugno del 1981, dove è scritto: «un classico è un libro che non ha mai finto di dire quello che ha da dire».

Gli slanci universali del romanzo

Quali sono i pensieri, capaci di parlarci oltre la data di scadenza dello Strega, che Wanda Marasco ha affidato al suo ultimo lavoro? Quali le meditazioni durevoli oltre il lasso cronologico di gestazione e poi nascita del romanzo? Quali le suggestioni tratte dalle biografie di Ferdinando Palasciano e della moglie Olga Pavlovna Vavilova (per i napoletani de Wavilow) che proseguono discorsi aperti nei testi precedenti, concorrendo alla realizzazione di un organico e coerente progetto poietico?
L’illusione dell’amore, la cura, la misericordia, la guerra e la preparazione alla morte. Temi generali ed eterni, che Marasco utilizza strumentalmente, convinta che il romanzo debba avanzare per slanci universali, sostenere le aspirazioni a lenire le ingiustizie del mondo, realizzare specchi dai quali il lettore tragga spunti per riconsiderare la propria condizione. Scrivere significa, infatti, per l’autrice, inoltrarsi nei meandri della claudicanza dell’umano, così da restituirne tratti che parlino a tutti, travalicando le contingenze soggettive e temporali.

Storia ed esoterismo

Per conseguire l’obiettivo, in questo libro, dà alla narrazione la veste del romanzo storico. I dati biografici e gli episodi evocati, spesso in equilibrio con le suggestioni esoteriche di cui è imbevuta la cultura popolare napoletana, oltre che a celebrare la memoria di un uomo “tralasciato” ingiustamente, funzionano, infatti, da innesco per le luminose riflessioni lasciate riaffiorare nel farneticare solitario di Ferdinando, nei dialoghi con gli amici che ne condividono l’anelito ad una rivoluzione etica dei valori, nelle poetiche macerazioni di Olga.
Eccola, dunque, Wanda Marasco, esprimere al meglio il suo potenziale fin dal primo momento in cui si introduce nella residenza dei coniugi Ferdinando e Olga, a Capodimonte. Guadagna l’ultimo gradino della Torre del Moiarello e, in questo primo ideale incipit, comincia a scoperchiarla, facendoci incontrare Olga – siamo nel 1904 – nell’atto di tessere le trame dell’addio. Nel secondo inizio, riavvolto il nastro del tempo, alza il sipario su un Ferdinando già liquefatto nella malattia di mente. «La stanzuccia manicomiale, assoluta e scarafaggesca» si trasforma – potenza del deliquio – nel suo giardino, «emerso dalla graniglia» su cui egli poggia i piedi. Individua sé stesso tra le figure apparse nella trama della riggiola. È carico di paura e di pazzia, aggrappato a una crepa della stessa torre dove abbiamo, un attimo fa, conosciuto Olga. «Da quell’altezza riusciva a capire quanta distanza ci fosse tra un uomo finito e l’orgia della storia».

Il tempo della caduta e dell’afflizione

Ferdinando Palasciano, come testimonia perfino la toponomastica napoletana collocando la strada a lui intitolata al bivio con via Della Croce Rossa a Chiaia, lega il suo nome alla CRI, appunto, avendo egli per primo enunciato il principio di neutralità dei feriti di guerra: «a qualsiasi esercito appartengano, sono per me sacri e non possono essere considerati come nemici; la mia missione di medico è troppo più sacra del mio dovere di soldato». Ma gli uomini, spesso, piegano il corso della storia ai propri interessi, travolgendo con l’impeto delle loro piccinerie chi coltiva ambizioni umanitarie e lavora disinteressatamente a sostegno degli altri. Palasciano cade in disgrazia proprio per lo spirito altruistico con cui interpreta il ruolo di medico militare e per essersi, poi, opposto alla realizzazione di ospedali cittadini difformi da imprescindibili parametri igienici.
Il tempo storico di Ferdinando Palasciano del romanzo, è quello imperfetto della caduta, dell’afflizione. Il tempo in cui il medico napoletano, inchiodato alla gravità terrestre, sperimenta la faccia materica del dolore sotto la bussola di una consapevolezza: che la ferita può catturare e restituire luce. Può farci guadagnare un gradino più elevato di conoscenza.

Perché apprezzarlo di più…

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserva la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Rubo ancora dal solito articolo di Calvino, ma questa volta per parafrasarlo. Di spalle a questo mondo rappresenta una ricchezza anche per chi si riserva di leggerlo nelle condizioni peggiori. Wanda Marasco lo ha scritto mentre il mondo era «chiuso per pandemia». Mentre la crisi sanitaria mondiale evidenziava le diseguaglianze. Mentre risaltava agli occhi un ovvio spesso tralasciato: che a una ingiusta distribuzione della ricchezza corrisponde una disparità di cure tra gli esseri umani. Chi lo legge oggi, mentre le dilanianti questioni palestinesi trasudano più sangue di quando sia mai avvenuto negli ultimi decenni e neppure per il fronte ucraino si aprono spiragli di pace, può apprezzare ancora più profondamente il percorso tracciato insieme da Wanda Marasco, de Wavilow e Palasciano.

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