L’attesa della morte, il mistero del restare in vita e l’amore in tutte le sue forme in “Galveston” di Nic Pizzolatto, debutto dell’autore di “True Detective”. Molto più di un noir, un romanzo di anime ai margini, che si interroga su grandi temi, a cominciare da quello della sopravvivenza, della vendetta e della rinuncia a essa…
Un noir atipico, dai tratti ora pulp, ora intimisti, immerso nelle atmosfere del Sud degli Stati Uniti, tra paesaggi decadenti e umanità ferite. Pubblicato per la prima volta nel 2010 da Mondadori, Galveston (285 pagine, 18 euro) di Nic Pizzolatto torna in libreria a quindici anni di distanza con una nuova edizione firmata Minimum Fax, uscita con la traduzione di Giuseppe Manuel Brescia.
Un malavitoso e una donna
Esordio rimasto quasi anonimo, Galveston gode oggi del successo mondiale del suo autore, che con True Detective, la fortunata serie antologica da lui ideata, ha rivoluzionato l’immaginario poliziesco televisivo. Un approccio narrativo sviluppato nel tempo e che, soprattutto nella prima stagione della serie, rivela molti dei temi e delle atmosfere presenti nell’esordio letterario di Nic Pizzolatto.
Protagonista del romanzo è Roy Cady, un malavitoso di mezza età che, in un solo giorno, scopre di avere un cancro terminale ai polmoni e di essere diventato un bersaglio di Stan Ptitko, il boss di New Orleans per cui lavora, probabilmente a causa della gelosia scaturita dal suo legame con Carmen, intanto divenuta la donna di lui.
La trappola e la fuga
Così, suo malgrado, Roy finisce in una trappola: il capo gli ordina di recarsi disarmato a casa di un sindacalista con cui ha degli affari, con l’intento di minacciarlo, ma in realtà lo manda incontro a un agguato. Grazie alla sua esperienza, al suo istinto – e forse anche all’incoscienza di chi sa di essere comunque condannato a morte – riesce però a sopravvivere. L’unica altra superstite è Raquel “Rocky” Arceneaux, una prostituta adolescente che si unisce a Roy in una fuga disperata da Stan e dai suoi uomini.
Lungo il cammino, a loro si unirà anche la piccola Tiffany, sorellina di tre anni di Rocky, sottratta al patrigno violento. Insieme attraversano la Louisiana, arrivano in Texas e si fermano in un motel abitato da un gruppo di disadattati, anime perse accomunate da storie di disagio, violenza e povertà. Qui, nonostante tutto, Roy, Rocky e Tiffany trovano un riparo temporaneo dalla paura. Presto, però, le cose cambieranno.
Due piani temporali
A impreziosire la trama di Galveston è la struttura narrativa su due piani temporali: il 1987, quando avvengono i fatti principali della fuga, e il 2008, quando Roy, miracolosamente sopravvissuto al cancro e ai suoi inseguitori, dopo molti anni trascorsi in cella, vive una condizione diversa, fatta di solitudine, malinconia, rimpianto e attesa, profondamente segnata dalle ombre del passato. Sarà l’arrivo imminente dell’uragano che si abbatte sul Golfo del Messico a stravolgere nuovamente tutto, mettendo fine a una storia lunga vent’anni.
Galveston è molto più che un noir, più che un libro sulla fuga e sulla corsa verso la sopravvivenza. Al suo interno Pizzolatto costruisce un universo di sentimenti ed emozioni, di ricordi e di attese. Il fulcro del romanzo sta nel rapporto protettivo che Roy – certamente influenzato dalla sua giovinezza inquieta – sviluppa nei confronti di Rocky e Tiffany, diventando per loro un rifugio nel caos che ha travolto le loro vite. Una famiglia improvvisata, che incarna la capacità umana di unirsi e di essere solidali.
Il libro affronta anche temi come la vendetta – e allo stesso tempo la rinuncia ad essa –, l’urgenza di dire e di conoscere verità, la malinconia, l’attesa della morte e il mistero del restare in vita. E poi l’amore, che si manifesta in tutte le sue forme: negate, concesse, inattese, salvifiche e non.
Una scrittura ipnotica
C’è poi l’uragano, tra metafora e realtà. Un uragano che sembra non spaventare Roy, certo di averne affrontati altri più travolgenti, ma ancora ignaro di quello che, invece, sta per abbattersi su di lui, provenendo direttamente dal passato.
Ecco perché questo tema, molto presente nella letteratura americana – si pensi allo splendido Salvate le ossa di Jesmyn Ward (NN editore, ne abbiamo scritto qui) – diventa non solo metafora dell’attesa, ma anche immagine del tumulto di emozioni, pensieri, rese dei conti, che inevitabilmente si presenta sul finire della vita.
La scrittura di Nic Pizzolatto è lenta, quasi ipnotica, ricca di dettagli e suggestioni. Il ritmo non corre verso un finale scontato, ma si perde e si ritrova, proprio come le vite dei personaggi. Uno stile che si nutre di atmosfere soffuse, di pause e di andirivieni nel tempo. Il finale giunge come un’onda improvvisa dopo una lunga apparente calma, lasciando il lettore sospeso fino all’ultima pagina.
La tradizione a stelle e strisce (e il cinema)
Quello che caratterizza Galveston è uno stile che attinge a una tradizione letteraria tipicamente americana – tra gli esempi più citati, certamente, Cormac McCarthy – ma che, forse ancor di più, riporta il lettore a suggestioni cinematografiche. La storia richiama alla memoria Léon di Luc Besson, ma anche alcuni film di David Cronenberg come La promessa dell’assassino e A History of Violence, la violenza stilizzata di Sin City di Miller e Rodriguez, così come l’umanità misera di Un sogno chiamato Florida di Sean Baker. Tutte citazioni che rimandano ai temi classici del racconto americano degli sconfitti. Galveston è, infatti, un romanzo di perdenti, di anime ai margini che cercano un posto nel mondo. È la storia di Roy Cady, che incarna l’umanità fragile e potente di chi non ha vinto, di chi deve convivere con la sconfitta, la sofferenza, e che – suo malgrado – sopravvive.
Con il suo esordio, Nic Pizzolatto regala un noir intimo e universale, un viaggio nel cuore oscuro dell’America e dell’animo umano, in cui un germoglio di speranza, nonostante tutto, sopravvive.
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