L’altra Carola Susani, ecco il canzoniere di una vita…

“C’è un’altra!”, l’esordio poetico di Carola Susani, fra riferimenti religiosi e letterari, è un miniaturizzato canzoniere tripartito, che richiama quelli della tradizione italiana, da Petrarca a Saba. Dall’amore alla morte, un’esistenza in versi…

Con C’è un’altra! (88 pagine, 12 euro), edito pochi mesi fa da Marietti 1820, Carola Susani ci offre il suo primo approdo pubblico in poesia (così la bandella posteriore), suggerendo implicitamente che la scrittura poetica sia (stata) per l’autrice una pratica fino ad ora privata e non saltuaria. È un piccolo (riferito alla mole), miniaturizzato canzoniere tripartito, composto dai ventidue testi di I. Sonno, i diciotto di II. L’ospite, i nove di III. Trionfi, abbastanza omogenei o comunque non discordanti fra loro dal punto di vista formale, fatta eccezione per il secondo componimento, Come una sciocca gallina eludo il dolore del mondo: un testo compatto, con versi quasi tutti lunghi o molto lunghi, che racchiude il DNA della sezione iniziale.
Tutte le sezioni sono introdotte da una sorta di breve, denso e al tempo stesso lieve prologo. Nei primi due una voce in prima persona si relaziona a un’altra sé stessa (quella del titolo) e viceversa, riguardo a verità e menzogna nella scrittura di sé. Del terzo prologo dirò più avanti, ma si intuisce già nella struttura della raccolta il delinearsi di un itinerario. Per quanto sia indubbio che la sezione iniziale, la più nutrita, raccolga poesie d’amore, in tutte le declinazioni, estenderei all’intera raccolta la definizione di canzoniere, non in senso generico, ma con riferimento al corpus petrarchesco, per due ragioni.

Un rapporto amoroso

La prima è che anche in quell’opera troviamo un amore vissuto tutto interiormente dalla parte dell’amante – il poeta – il quale si analizza, riflette, si fa occasionali film nella sua testa, spera e si tormenta, si esalta e si pente per un’amata con la quale interagisce in concreto pochissimo e, come si direbbe, a sua (di lei) insaputa, creatura e oggetto di un desiderio (poetico) tutto maschile e preumanistico. Tuttavia nella prima sezione di C’è un’altra! il genere sessuale degli interpreti è invertito rispetto ai ruoli rivestiti nel testo più antico (i tempi sono cambiati, non c’è dubbio), e soprattutto la “creazione” di una realtà amorosa parallela va oltre i termini lì delineati, trattandosi di una consapevole costruzione (o ricostruzione a posteriori) immaginativa della voce che dice “io”, la quale per un tratto gestisce per intero la figura maschile, i tempi e i modi della sua relazione con lui. Ci si accorgerà che anche questa sezione, come le successive, delinea, dentro l’itinerario generale, un proprio percorso interno, qui corrispondente alla cronologia di un rapporto amoroso, con le sue svolte, le sue prese di coscienza, la sua fine: Pian piano mi riscopro quel che sono / scostando il velo della benevolenza, p. 25, Ora mi par perduto / più o meno tutto, p. 29.

La tensione religiosa

La seconda ragione risiede nella tensione religiosa che innerva entrambe le opere, pur affiorando con caratteristiche e modalità (inevitabilmente) differenti. Mi limito a proporre, per cominciare, un confronto tra Signore strappami via, p. 20, e Padre del ciel a proposito della durissima, condivisa consapevolezza dell’idolatria (o vanità e delirio in testi successivi) del desiderio terreno contrapposto al richiamo verso un alto impegno religioso sia nel mondo concreto che nell’intimo della propria coscienza.
Quanto detto riguarderebbe l’ombra segreta di chi dice “io”, il quale ha deciso di raccontare la vita dell’altra (quella del titolo), poiché la sua è priva di mistero, come ci era stato anticipato nel primo prologo, a p. 9. In quello della sezione successiva, l’io poetico sembra abbandonare l’altra al suo destino, e giustificare il proprio silenzio come garanzia del godimento / pacifico / della nostra esistenza, dove il tu e il nostra potrebbero riferirsi alla reale, effettiva, storia d’amore, archiviata per noi pubblico di lettori attraverso le parole-pagine dell’altra, prima di passare al secondo atto.

Un costante sminuirsi

Se è così, non si può non rilevare il riserbo, il pudore estremo (o la vergogna, o la paura tout court) relativo ai sentimenti e alle relazioni, un po’ come in certa poesia trobadorica, dove l’amore deve restare segreto, del tutto ignoto alla pubblica conoscenza, preservato dal rischio dei malparlieri (talvolta sconosciuto perfino alla destinataria), da cui l’uso dei senhals. C’è un riversare sull’altro tutta l’intelligenza di cui ci si professa privi (la sciocca gallina) per poter eludere il dolore del mondo, p. 11, e c’è un contemporaneo sminuirsi, un sottrarsi all’attenzione altrui per raggiungere una condizione di intangibilità, di invulnerabilità, di… potere. Un costante sminuirsi fino a rendersi quasi invisibili, e preferire, dalla posizione della propria rassicurante invisibilità, ciò che potrebbe essere al posto di ciò che quasi certamente, o comunque plausibilmente, avverrebbe o dovrebbe avvenire. Un posizionamento da cui è facile per l’io lirico empatizzare (lo sarà ancora di più nelle pagine successive) con gli atteggiamenti di quanti, come Bartleby, would prefer not to ciò che viene loro proposto-imposto come norma.

Riferimenti e citazioni

L’uso condivisibile di accogliente, stralunata, a volte divertente con cui viene presentata la raccolta nella bandella anteriore, resta valido anche quando appaiono alcuni riferimenti evangelici (quelli che ho saputo cogliere, almeno), appunto nella seconda sezione, L’ospite, ad esempio alle pp. 42, 43 e 47, ma soprattutto nella poesia posta subito dopo il prologo, a p. 37: Dicevi, prepararsi, esser pronti / in qualsiasi momento / arriva l’ospite; intendevi / persino la cucina rassettata, / le mutande stirate, dove mi pare di cogliere, al di là del ricorrente abbassamento espressivo (la cucina… le mutande), un’allusione alla parabola delle dieci vergini, quella che si conclude con Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora (Matteo 25, 13). L’analoga attesa di uno sposo rispunta in chiave moderna più avanti a p. 51, Nel mio libro dei morti, al v. 4, (Alzate l’architrave carpentiere), che ho scoperto per l’occasione essere un frammento di Saffo, adoperato come titolo in un racconto di Salinger, in cui si attende, appunto, l’arrivo di uno sposo che però… È l’unica citazione, credo, puntuale e per esteso, isolata peraltro dalle parentesi, all’interno di una raccolta in cui non mancano ammicchi letterari e riprese, classiche e di viventi, dissimulate.

L’ambito familiare

Al tu-lui della prima sezione subentrano altri personaggi: amiche, amici, il padre e la madre (il primo più spesso), incontri fortuiti, presenze dall’aura simbolica (pp. 43 e 46), rappresentati in gesti di complicità, inseriti in riti, eventi amicali, familiari e/o collettivi – bandiere al vento, la primavera rossa – forse legati a un periodo in cui certa politica e certa religione, insolitamente convergenti, aggregavano gruppi attorno a grandi speranze di cambiamento. E potrebbe – ancora una volta “forse” – riferirsi a questo la poesia conclusiva della sezione, Niente è perduto, p. 53, che si chiude così: seme fallito / di un piccolo / altro mondo mai vivo / mai morto mai sepolto. “Forse”, perché tutto è poeticamente privo di dati temporali e la bandella posteriore d’altra parte si astiene dal riportare il benché minimo elemento biografico (sostituito da una selettiva bibliografia), impedendo pertanto qualunque contestualizzazione o riferimento che conforti un’interpretazione nel senso appena accennato. Un lettore al primo incontro con i testi di Carola Susani, come il sottoscritto, che per fisima precostituita si dà il limite di attingere unicamente agli elementi dell’oggetto libro per il proprio iniziale confronto col testo, può contare qui sulla complice e illuminante Postfazione di Tommaso Giartosio, tenendo presente che si tratta comunque di un’interpretazione, presumibilmente non all’oscuro delle intenzioni autoriali. Notazione personale a margine: curioso che l’ambito familiare predomini sia nella sua accezione letterale sia come termine di paragone per definire i rapporti di amicizia, come se questi esistessero solo in quanto variazione, forma attenuata dei legami di sangue oppure, ma fuori di qui (altro diffuso termine di paragone), dell’amore.

Ospiti ed eventi

È pur vero che anche il canzoniere petrarchesco contiene alcuni (pochi) testi “politici” o “civili”, i sonetti cioè contro la curia avignonese e le tre canzoni sull’Italia, ma, al di là soprattutto delle differenti modalità espressive, per questa seconda sezione mi giunge in soccorso l’altro paradigmatico canzoniere della nostra tradizione, quello di Umberto Saba. Al pari dell’antecedente trecentesco esso tende a porsi come la costruzione di un’autobiografia poetica e in versi, ma decisamente più intrisa di reale, sociale, politico, in sintesi, più visibilmente immersa nella storia, e vicina in tal senso a C’è un’altra! L’inclusione di questa seconda sezione all’interno della forma-canzoniere continua ad avere un senso per il fatto che, anche qui, gli altri, gli ospiti, gli eventi esterni esistono tutti in relazione puntualmente e grammaticalmente riscontrabile con un “io”, l’io lirico testuale presente e parlante, attraverso il quale quegli altri, quegli ospiti, quegli eventi prendono forma e giungono a noi. Quanto coincida con l’autrice in carne e ossa, presente e/o passata, tale “io lirico”, peraltro duplice (e manca ancora una sezione…) ovviamente lo ignoro, ed è, come in tutti i casi analoghi, una questione destinata a rimanere oggettivamente in sospeso. Ma è mia inveterata convinzione − per quello che vale – che io-testuale e io-reale non coincidono mai, perfino quando siano essi stessi a dichiarare espressamente il contrario.

Grandangolo e zoom

Nell’ultima, più breve sezione, (ancora) petrarchescamente intitolata Trionfi, lo sguardo si allarga stavolta a tutto il creato, alla vita vegetale e animale, al pianeta, al cosmo e ai loro tempi, oltre che al tempo storico, propriamente umano, nella consapevolezza (espressa già nelle sezioni precedenti, soprattutto nella seconda) che tutto passa, tutto diviene inevitabilmente passato, di contro al presente più o meno incosciente, innocente e senza storia di piante e animali. Il grandangolo si alterna e si somma allo zoom, puntati entrambi sulla realtà esterna, riformulando le corrette proporzioni fra l’immensità di questa e l’io lirico, che già nel prologo ci mette umilmente a parte del proprio autoabbassamento: Se mi distraggo un momento / povera cosa, / quasi niente mi sento; / che fatica, che scena / la coscienza di sé (p. 57). Nella sezione precedente, l’autorimpicciolirsi, l’osservare (in senso realistico) le cose dal basso, da un punto di vista infantile mi aveva fatto pensare a Matteo 18, 3: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Un’affermazione nella quale è leggibile laicamente, poeticamente, pedagogicamente, psicologicamente… un’idea dell’infanzia, della fanciullezza, come condizione speciale e transitoria di sentire, di essere, di guardare al mondo e alla vita (adulta) con una saggezza, un’inventiva profondità, un’acutezza che andranno inevitabilmente perdute. Il prologo finale mi sembra invece in perfetta sintonia con Luca 14, 11, “chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato”, sentenza riferita anch’essa – toh! − agli invitati a una cerimonia di nozze.

La memoria, più che la disperazione

Non c’è disperazione in questa sezione conclusiva, ma un sereno accettare il proprio umano destino: Quando ha dato inizio al movimento c’ero, è l’incipit (quasi una riscrittura del Qfwfq delle Cosmicomiche) dell’ultima poesia, che si chiude, quattro strofe dopo, pacatamente e specularmente: “Quando avrà termine il movimento, / il suono si spegnerà / e sarò ferma“. Tra l’inizio e la fine c’è, ci sarà spazio per il dolore del mondo e la consapevolezza della morte, certo, ma anche per l’euforia, termine che appare qui in due testi, L’euforia di pulire al mattino, / di toccare controluce il destino / che dissolve i viventi, p. 62; e (in Violento il gusto di vivere / mi prende, p. 66) l’euforia di ascoltare il carro / dell’immondizia cantare stridulo, che continua poi con la festa […] e quella danza […] che non riesco /neanche davanti ai morti / a tacitare è la mia colpa. Si tratta di una situazione analoga (e imperniata sullo stesso termine) apparsa nella prima sezione, a p. 19: Credo in questo / pacato / tuo ritorno onesto / che a dispetto dei morti / sui bordi delle strade / o appesi ai tetti / mi rende integralmente / la dolce euforia / di stare al mondo. Anche lì, una sorta di personale élan vital, nonostante o a dispetto di Thanatos. Così come il valore della memoria delle civiltà passate (e quello implicito della poesia), elencato nel primo dei trionfi, era emerso più forte e più volte in entrambe le sezioni precedenti, a conferma di un itinerario anche interno, che riprende e sviluppa punti comuni. A trionfare sulla consapevolezza della morte, in Se io davvero mi arrendessi al tempo, p. 61, i gesti altamente simbolici, se non apotropaici, di fondare ogni giorno la civiltà con le pulizie del mattino, di tenere l’hic et nunc del cosmo nella tazza di vetro, la mattina, p. 63.

Modus operandi

Con i canzonieri di Saba e Petrarca, infine, C’è un’altra! condivide (mole esclusa) probabilmente anche la selezione e il montaggio (o rimontaggio) di materiale sparso e sciolto nato in tempi diversi, magari con l’aggiunta di qualche testo appositamente creato o adattato come trait d’union, incipit o explicit, fino a delineare un percorso cronologico e/o narrativo, e scongiurare così il… timore (!) di una raccolta lirica inevitabilmente frammentata o scomposta. Ma, da lettore dilettante, non in… “modalità studioso”, confesso di apprezzare i canzonieri di Petrarca, di Saba, e di Carola Susani (qui una sua intervista al nostro canale YouTube), anche per alcune delle loro rime sparse lette autonomamente – staccate dal tessuto che le contiene – come fragmenta a sé stanti che parlano di me.

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