Il fascismo odia l’amore, Palazzolo riabilita la ragazza uccisa

È una formidabile inchiesta narrativa “L’amore in questa città” del giornalista Salvo Palazzolo, principalmente ambientata negli anni Trenta del fascismo e della censura. Un brutale femminicidio viene insabbiato dai gerarchi del regime, ma la famiglia della ragazza uccisa e un ostinato cronista non si arrendono e vanno a caccia della verità…

È il settembre 1935. In una notte di scirocco, nel centro storico di Palermo, un padre cerca disperatamente la figlia che non è mai rincasata. Un macabro ritrovamento, una storia vera. Un’indagine insabbiata dai gerarchi del regime per quasi un secolo, che ha ripreso vita in un documentatissimo romanzo – che colma qualche buco con l’immaginazione – divenuto parabola contro quelli che l’autore considera due mali del nostro tempo, i femminicidi e uno strisciante fascismo. Quando un cronista di razza si avventura lungo i sentieri della narrativa qualche sospetto può anche essere lecito. Salvo Palazzolo – storica e valentissima firma del quotidiano La Repubblica, specie per notizie legate al fenomeno mafioso – si districa con apparente naturalezza con una prosa diversa da quella giornalistica, anche se ne L’amore in questa città (226 pagine, 18 euro), edito da Rizzoli, non fa che dar vita a un’affascinante inchiesta, figlia di tante ricerche, su brandelli di notizie ereditate dal suo maestro, Aurelio Bruno, che ha sua volta aveva appreso qualcosa da Nino Marino, storico giornalista palermitano, che è uno dei protagonisti de L’amore in questa città.

Il diario delle notizie mai pubblicate

Marino, reduce della Grande Guerra, è un giornalista romantico («ogni notizia non data è già una sconfitta») come quasi non ce ne sono più, e tiene un «diario segreto con le notizie mai pubblicate, un perfetto atto d’accusa contro il regime». Quando imperversa il fascismo i quotidiani e, in genere, tutta la stampa, chinano il capo davanti alla censura, alla violenza del potere. Quello che non si può scrivere diventa comunque una sfida e uno sfogo per un giornalista che – tormentato anche dalla misteriosa scomparsa della donna che amava, Teresa – continua ad aggirarsi per le strade di Palermo, facendo domande, rivolgendosi per i retroscena ad alcune fonti, altri individui (su tutti un poliziotto, Manlio Lombardo) con la schiena dritta che, come lui, ritengono che debba restare traccia di quel che il fascismo vuol cancellare.

L’omicidio e la messinscena

Tra le storie indicibili una è legata all’omicidio di Maria Concetta Zerilli, studentessa universitaria, trovata uccisa proprio nel palazzo dell’ateneo (l’attuale facoltà di Giurisprudenza), con accanto un altro cadavere, quello di un milite fascista, Enzo Mortillaro. La scena del delitto e tutto quello che le autorità fanno o non fanno per risolverlo restano off-limits per la famiglia della ragazza uccisa. Famiglia che non si arrenderà (producendo esposti; finendo in carcere, madre e padre, nel giorno della visita di Mussolini a Palermo), come Marino, in entrambi i casi quasi fino alle estreme conseguenze. Nel mirino del padre della ragazza, come presunto colpevole del crimine e della “messinscena”, un giovane gerarca in ascesa, Giuseppe Girgenti, che fece carriera, fino a diventare prefetto, aderì alla Repubblica di Salò, passato indenne da un processo nel dopoguerra, negli anni più bui avrebbe anche riscattato la militanza squadrista con alcuni nobili atti, come il riparo trovato a una famiglia di religione ebraica. Il libro, precisa l’autore, non è un atto di accusa nei suoi confronti, non il processo a un morto, ma contro il muro di gomma liberticida che avvolse la morte violenta di una ragazza che amava la vita e i sentimenti.

Palermo fra sonno, bellezza e compromesso

In queste pagine Palermo è più che mai affascinante, ritratta spesso in versione notturna. Città che «dormiva in un sonno profondo. Non solo quello della notte. Ormai da troppo tempo». La cui bellezza «inganna, nasconde, depista». Dove «anche il prezzo del cambiamento è sempre il compromesso. Nelle sue strade Marino si aggira acceso da un sacro fuoco, cercare «chi a Palermo odiava l’amore» e allestiva verità ufficiali. Fa i conti con depistaggi, false testimonianze, allusioni, minacce, silenzi, omisssioni. Tutto, ai piani alti, concorre all’urgenza di archiviare quello che sembra un omicidio-suicidio per motivi passionali. Palazzolo, che tanti saggi ha scritto, dimostra d’essere abile a incastrare storie, a mescolarle anche cronologicamente e a trasmettere dosi abbondanti di empatia, attraverso la stessa Maria Concetta – ventenne ritratta nel fiore degli anni, con certe sue lettere struggenti e ingenue, con la sua voglia di vivere e di essere indipendente – i suoi genitori e il giornalista Nino Marino, uno dei pochi, insieme a un onesto giudice istruttore, che prova a cambiare la parabola della tragedia.

A chi fa paura la felicità

Da una storia d’ordinaria ingiustizia – di incongruenze valorizzate come verità, e riscontri concreti offuscati, manomessi – arriva forte e chiaro il monito di Palazzolo per il presente, in cui il susseguirsi dei femminicidi è una ruota incessante, che non smette mai di girare, in cui la felicità «fa paura alla mafia come al fascismo», in cui chi va a caccia della verità finisce per essere isolato, in cui chi fa memoria viene vissuto come un corpo estraneo dai tanti che sono allineati alla propaganda.

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