Chiara Fiorentini, elaborare un lutto aiutando il prossimo

La perdita del fratello Edo e la scoperta di alcuni segreti che nascondeva sconvolge la vita di Bea e dei suoi cari. È l’inizio di un percorso, non solo personale. “L’anno che ti ho detto addio” della debuttante Chiara Fiorentini è una storia di dolore e di speranza…

Per la prima volta da quando Edo era morto mi sentii davvero sola, come se il dolore per la sua perdita non fosse più sufficiente ad anestetizzare il vuoto che si era aperto nella mia vita.

Nel romanzo d’esordio di Chiara Fiorentini, L’anno che ti ho detto addio (210 pagine, 17 euro), pubblicato da 66thand2nd, il tema centrale è quello del lutto. Intorno ad esso si fonda la storia racchiusa nelle pagine del libro, a partire da esso nascono delle radici che crescono, si rafforzano, e si intrecciano fra loro come una matassa indistricabile.

Il lutto e una famiglia destabilizzata

La protagonista di questo romanzo, Bea, ha perso suo fratello Edo a causa di un cancro che, purtroppo, è stato annunciato troppo tardi e l’ha portato via troppo in fretta. Eppure, il dolore di questa perdita non è l’unica avversità che Bea deve fronteggiare: d’altronde, inevitabilmente, perdere un fratello, un figlio, un nipote così giovane causa uno squilibrio, una destabilizzazione all’interno della famiglia di cui è difficile limitare i danni. La madre decide di trasferirsi in Egitto, decisione che lascia a Bea un amaro retrogusto di abbandono; la nonna, colonna portante della famiglia, inizia a cedere sotto il peso del tempo e della fragilità; sua sorella si sposa con un ragazzo che ha lasciato Bea per stare con lei; il compagno di Edo, Matti, inizia a dubitare di aver conosciuto davvero il ragazzo che amava quando si trova davanti a un’eredità inaspettata.

Le verità taciute

Edo, giovane architetto, non solo ha deciso di tacere della sua malattia finché questa non è divenuta inesorabilmente innegabile, ma ha anche nascosto, nonostante ciò, di aver accettato un lavoro all’estero, in Alaska. Inoltre, nel contratto, ha aggiunto una clausola per cui lui avrebbe avuto direzione esclusiva dei lavori. Ecco perché, alla sua morte, l’azienda contatta Matti facendogli un’offerta: ben ottocentomila dollari per la rinuncia di qualsiasi diritto di Edo sul progetto, per poter procedere con i lavori sotto la direzione di un altro architetto.

A far storcere il naso a Matti e Bea è proprio quella clausola, aggiunta a settembre, quando Edo stava già facendo avanti e indietro dall’ospedale a causa della malattia. Perché impedire ad altri architetti di portare a termine il progetto, se sa sapeva già che lui stesso non avrebbe potuto farlo? E soprattutto: perché non parlare ai suoi cari di un progetto così importante? Sono queste le domande che portano Matti a maturare un sentimento di rimorso, quasi di rabbia, nei confronti di Edo.

«Sei paranoico. Che cosa cambia le cose?»

«Mentire» disse, «Mentire cambia tutto. Fino a ieri pensavo che io e lui ci dicessimo sempre la verità. Ero sicuro di questo, capisci? E adesso ho scoperto che non è così.»

Anche nella mente della protagonista insorgono numerosi dubbi e domande: quanto conosceva davvero suo fratello? A che cosa aggrapparsi quando si scopre che una persona così importante nella propria vita ha tenuto dei segreti dal valore così fondamentale? Eppure, è davvero necessario essere a conoscenza di ogni dettaglio della vita delle persone che amiamo per poter affermare che le conosciamo davvero?

Il sentimento di risonanza…

A una prima, superficiale apparenza, queste domande restano sullo sfondo della storia, dormienti, mentre viene al pettine un altro nodo principale delle vicende: la vita di Bea si intreccia con quella di Nico, uomo schivo ma di buon cuore, responsabile di una ricerca sull’Alzheimer. A sconvolgere la sua vita è stata la notizia che una delle persone inserite nei gruppi di indagine ha tentato il suicidio; si scopre, infatti, che quell’uomo non aveva le caratteristiche adeguate per poter far parte della ricerca.

A toccare il cuore di Bea è la confessione di Nico. Anche lui stava ancora affrontando un lutto, a distanza di anni: quello di sua madre, che si era suicidata nel 2006.

Poco dopo aggiunsi: “Ti aiuto io.”

Ero preparata a sentirmi rispondere “forget it”, invece diceva solo: “Why?”

Lasciai che i vari perché plausibili si mettessero in fila nella mia testa, alla ricerca di quello giusto. Ma, tra tutte le ragioni possibili, ce n’era solo una a cui sapevo di star dando retta.

“Perché ha perso qualcuno”, scrissi. “E cerca di andare avanti.”

È questo sentimento di risonanza con Nico a convincere Bea che lui non ha nessuna responsabilità su quello che è accaduto: le vicende, allora, si dispiegano davanti al lettore mentre lei, con l’intenzione di scrivere un articolo su un giornale che assolva Nico da ogni accusa, tenta di fare luce in ogni modo sul mistero che circonda l’errore del centro di ricerca.

Ho dunque percepito in maniera molto chiara il tentativo di Bea di aiutare Nico come un modo di far fronte alla morte di Edo. Bea conosce benissimo il dolore della perdita – ancora si trova in difficoltà a dire davvero addio a suo fratello – ma conosce bene anche l’angoscia di un ricordo sfocato di colui o colei che abbiamo perso, un ricordo dai contorni non netti, ambigui: gli stessi contorni che sembra avere l’errore avvenuto nella selezione dei pazienti. Spera, forse, che dare delle risposte almeno a Nico possa dare pace anche a lei.

Avrei voluto che Edo non mi avesse scritto una lettera che mi stracciava in due ogni singola volta che ci pensavo, e in cui mi chiedeva scusa per non avermi detto subito che era malato. Avrei voluto che mi avesse scritto una lettera con delle istruzioni precise su cosa fare dopo.

La consapevolezza dopo le domande

Man mano che si prosegue nella lettura, ci si rende conto che la morte di Edo non rimane così tanto sullo sfondo come poteva suggerire all’apparenza l’intenzione di Bea di concentrarsi sull’indagine: aiutare Nico le permette davvero di elaborare il lutto, riportando alla mente vari ricordi, soprattutto gli ultimi, vissuti con Edo e di poterli osservare con un occhio più critico e lucido. Alle domande su che cosa fare, come andare avanti, si sostituisce sempre di più una maggiore consapevolezza.

«All’inizio pensi che le cose non si sistemeranno mai. Ma poi capisci che non è così.»

Mi chiedo spesso perché le diedi proprio quella risposta, e ogni volta non lo so. Sono sempre convinta che sia quella giusta, vorrei solo che me lo avesse chiesto prima.

A favorire tutto ciò è anche la conoscenza della moglie del signor Alain Thommen, colui che aveva tentato il suicidio. Bea abbandona il pregiudizio che aveva su di lei, che aveva denunciato l’accaduto e rovinato la vita di Nico: per quanto i soldi le avrebbero fatto senz’altro comodo, la sua vera necessità era in realtà quella di essere ascoltata, e il suo desiderio quello di una maggiore trasparenza, e far sì che quella tragedia non si ripetesse.

Alla fine, madame Thommen accetta l’indennizzo fornito dall’istituto: la guerra mediatica che pareva pendere sulla testa di Nico come una ghigliottina ha finalmente fine, quando un articolo di giornale rivela che il caso è stato archiviato. Ancor più d’aiuto, però, è l’articolo pubblicato da Bea.

L’avevo finito di getto dopo la visita ad Alain. Avevo raccontato come chi credeva nella ricerca e chi vi si era affidato fossero rimasti vittime di un meccanismo che non si era preso cura né degli uni né degli altri.

La signora Thommen mi aveva chiamato subito dopo averlo letto, e si era messa a piangere. «Pensavo che non ci fossero parole per descrivere quello che abbiamo attraversato.»

Aiutare altre vite che stavano andando in pezzi è stato dunque il modo in cui Bea è riuscita ad affrontare le sue difficoltà: forse Edo ha taciuto tutte quelle verità perché si era sentito sopraffatto all’idea di doverle lasciare andare: lasciare andare la sua famiglia, e il progetto a cui aveva tanto lavorato. Non sopportava l’idea di lasciare andare le cose che amava, così presto, così all’improvviso.

Plurilinguismo e ritmo

La prima peculiarità dello stile di Chiara Fiorentini che salta all’occhio durante la lettura di questo romanzo è una pluralità linguistica degna di nota: i protagonisti – alcuni americani, altri italiani – vivono le loro vicende a Ginevra, nella Svizzera francofona. Così, disseminati lungo il testo, troviamo delle piccole espressioni tipiche di queste lingue (come “Jeez”, o “C’est mal”) che favoriscono il realismo della storia. Inoltre, è interessante notare come lo stile dell’autrice sia – anche grazie a questo plurilinguismo – oltremodo scorrevole, nonostante le pagine portino il peso di un tema grave, dal peso importante.

La vita che prosegue

Tirando le somme, L’anno che ti ho detto addio di Chiara Fiorentini è uno di quei romanzi che, anche se in maniera nascosta e quasi subdola, ricorda dell’inganno che spesso si cela dietro le apparenze; ci fa vivere (o rivivere) sulla nostra pelle la difficoltà insormontabile che è il superamento di un lutto; ci fa anche ben presente, soprattutto, che la nostra vita non deve finire dopo la morte di qualcuno che ci è caro. Ce lo insegna Bea, che nell’ultimo capitolo di questo romanzo scopriamo essere incinta di Nico: un simbolo, volendo, di una nuova vita, una vita che prosegue e una vita che deve nascere.

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