Oscilla tra i territori della veglia e del sogno, “Il signore delle acque” di Giuseppe Zucco. In una città non identificata non piove più e l’acqua si accumula in cielo; in un tempo sospeso un bimbo e la sua famiglia diventano protagonisti di una piccola odissea. Un romanzo in cui il grottesco a volte risulta fine a se stesso e in cui non mancano passaggi ridondanti e noiosi…
Non troppo tempo fa erano iniziati a circolare nei vari circoli letterari virtuali dei più o meno agguerriti dibattiti sulla presunta morte della distopia. Molti ricordo celebravano addirittura il funerale di un genere che soprattutto negli ultimi decenni, forse come una sorta di esorcismo rispetto a una situazione presente minacciosa e inquietante, aveva riscosso grandi successi, basti pensare a autori che ancorché di nicchia disegnando scenari di un mondo terrificante e indesiderabile hanno saputo crearsi una fedele e nutrita schiera di lettori, valga citare su tutti Jeff VanderMeer con la sua mastodontica opera Trilogia dell’Area X, in bilico tra la fantascienza e la distopia o sempre per rimanere ai contemporanei Antoine Volodine o Cormac McCarthy. Tale presunta crisi del genere forse la si potrebbe imputare al fatto che per molti versi la realtà ha superato la fantasia e i più inquietanti presagi e non ci sarà più bisogno di un Philip Dick o di un Ray Bradbury o Aldous Huxley, per citare alcuni dei classici pionieri del genere sviluppatosi soprattutto nel Novecento in contemporanea al sorgere delle grandi narrazioni storiche e sociali e ai correlati terrori globali sulla fine del nostro mondo.
La presunta crisi del genere
Forse il motivo di tale presunta crisi del genere è da rintracciare nella semplice inflazione di titoli usciti, in molti casi dalla qualità discutibile, e se tutto è distopia niente più è distopia verrebbe da dire, ma la letteratura è un mare magnum nel quale ci può stare di tutto, e quindi anche riletture, rielaborazioni, prestiti, suggestioni e anche nuove frontiere dei e fra i generi, e al solito quando si celebra il funerale a qualcosa quel qualcosa magari rinasce dalle proprie ceneri come una fenice, o più prosaicamente i libri continuano a uscire. Ecco che in questo mare magnum ci può stare anche un romanzo come quello di Giuseppe Zucco dal titolo Il signore delle acque (189 pagine, 18 euro), per Nutrimenti.
Lo sguardo rivolto in alto
I dati sinottici della distopia di Giuseppe Zucco sono facilmente identificabili: si sta verificando un fenomeno inspiegabile, non piove più, l’acqua si accumula in cielo, crea dei grandi boati e si concentra tutta in alto come in un mare capovolto, presagendo una catastrofe imminente. Acqua maleodorante che ristagna in un grosso cirro che ricorda la roll cloud osservata poco tempo fa in Portogallo. Questo avviene in una non identificata città che può essere trasposta nel mondo intero anche se questo dato planetario non emerge nel racconto. Lo sguardo di tutti è rivolto verso l’alto, ma non in cerca di una salvezza, di un aiuto o per pregare ma in attesa della catastrofe della quale il romanzo è una sorta di giornale.
In cerca di affetto
Il punto di vista, e la tematica stessa è infatti sì globale e ha a che fare con le ansie collettive di una possibile catastrofe ambientale, tanto da poter associare il romanzo al nuovo filone dell’eco-distopia ma anche molto localizzata e intima e privata. Il romanzo è centrato su un bambino senza nome e in cerca di un affetto che gli sembra essere negato in famiglia, un bambino forse indesiderato. Il protagonista non è quindi il signore delle acque di cui al titolo e la cui identità scopriremo nel finale, e che in ogni caso può essere letta come una proiezione del bambino stesso che assiste all’annuncio della catastrofe, l’acqua che condensata nell’opprimente e immensa nube si suppone scaricherà presto tutta la sua massa sulla terra generando un immenso diluvio finale. Dai suoi occhi, utilizzando il consolidato cliché dello sguardo innocente dell’infanzia, dell’auspicato redentore, la fiamma della speranza o la vittima sacrificale, viene raccontato il lato emotivo e a-razionale del senso dell’attesa e dell’angoscia collegata agli eventi, con la consapevolezza che «forse non erano gli eventi in sé a provocare angoscia, ma l’attesa degli eventi», un tempo sospeso nel quale è coinvolto il bambino e la sua famiglia, con lui che non va più a scuola, la madre che non cucina più e il padre che cerca in qualche modo di tener alto il vessillo della sua potestà. Il racconto che oscilla tra i territori della veglia e del sogno narra di una fine del mondo che sembra non voler mai arrivare e compone e per molti versi corrompe l’intero corso del romanzo che si dilata a dismisura, rendendo in molti tratti il racconto stesso noioso e ridondante.
La fuga
Lo sviluppo degli eventi narrati riesce solo in parte a nascondere il reiterato accumulo di sensazioni che nascono nel protagonista. Certo, c’è la fuga da casa del bambino quando si rende conto che i genitori manifestano l’insensato desiderio di avere un altro bambino, fuga che testimonia il bisogno di attenzione di un bambino che vede i genitori baciarsi sul divano di casa, fino a spingersi a origliare i loro accoppiamenti in un complesso quasi edipico e un’atmosfera torbida e lasciva che pervade tutto il romanzo che in alcuni sfocia nel grottesco come accade con le orge che si svolgono in strada e che sembrano un antidoto alla catastrofe imminente o una ricerca di vicinanza. La fuga da casa del bambino (che forse è un sogno) costituisce un brutale viaggio di formazione e allo stesso tempo una cartina tornasole delle reazioni umane di fronte alla catastrofe. L’irrazionalità delle stesse ricorda quanto avviene nel film di Lars Von Trier Melancholia, anche se in questo caso l’attesa della caduta dell’astro maledetto che avrebbe distrutto la terra ha un ben più dirompente effetto e significato metafisico e esiti ben più poetici.
Certo, c’è il viaggio, la piccola odissea del bambino poco prima delle fine, una cavalcata allucinata in un mondo ferino e alla rovina, in luoghi distrutti da incendi, negozi svaligiati, panico e devastazione e gli incontri con un’umanità alla deriva, bizzarra e disperata, creature per lo più giovanili, forse proprio a voler testimoniare la corruzione dell’innocenza e la fine della speranza, bande di ragazzi armati, feroci e violenti i quali nell’attesa del supposto diluvio si riuniscono per una danza della pioggia da apocalisse perché finalmente la nube si apra e con il suo carico distruttivo metta la parola fine a una condizione insopportabile, un’irrazionale ansia consolatoria della fine che è un po’ molta della divulgazione per simboli della contemporaneità per quanto inerente le nuove generazioni.
Il ritorno
C’è anche il ritorno a casa del protagonista che assisterà a strani giochi dei genitori e scene che hanno del grottesco, come una caccia al tesoro e un padre che viene sgridato e si mette a piagnucolare come un bambino. Alcune scene risultano poco credibili o di dubbia interpretazione e funzionalità, come il rinvenimento in strada da parte del bambino di un grande mazzo di banconote o poco prima della catastrofe quando la famiglia ora ricomposta si prepara a uscire indossando gli abiti migliori, forse per accogliere nel migliore dei modi l’acqua della purificazione? Benché sia doveroso ricordare che ci troviamo nei territori della distopia e pertanto la deformazione debba essere considerata sostanza, da valutare se lo debba essere anche il grottesco che in alcuni casi risulta fine a sé stesso.
Una lettura psicanalitica?
Più stimolante potrebbe essere una lettura in chiave psicanalitica e che faccia i conti con il senso di appartenenza di un bambino in seno alla sua famiglia e a un mondo alla deriva nel quale i sentimenti devono essere comperati, un bambino che ricorda il suo «essere nato con gli artigli». Dirimente in questo senso potrebbe essere un breve brano del romanzo:
Non ci voleva molto per capire che la pressione dell’acqua immane sulle mie spalle era la stessa che mio padre e mia madre avevano esercitato su di me, l’una per affogarmi, l’altro per schiaffeggiarmi. Era sempre la stessa forza che si avventava su questa piccola cosa che ero io.
La stessa stanza nella quale si trova il protagonista dopo il suo ritorno a casa ha le sembianze di una gabbia nella quale il bambino sembra essere soggetto a una trasformazione come in una sorta di metamorfosi kafkiana, un rapporto con i genitori torbido e grottesco, con la figura materna “psicanaliticamente” creatrice ma anche potenzialmente distruttrice che potrebbe trovare espressione nell’enorme e incombente massa d’acqua assimilabile a un grande ventre ricolmo di liquido amniotico.
Il contenuto del romanzo di Zucco, ben espresso del resto nel titolo, è esemplificato anche nelle note bibliografiche ove viene fatto riferimento alla Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, potendo immaginare in esso, oltre al dato banalmente acquatico (è citato in tal senso anche il Moby Dick di Melville), una suggestione data dalla concettualizzazione di Vita in Morte come presente nel poema del poeta inglese, nel quale tale figura spettrale insieme a Morte è quella che determina il destino dell’equipaggio dopo che il marinaio ha ucciso l’albatro. Un riferimento che potrebbe portare a ulteriori approfondimenti di tipo psicanalitico forse al di là delle intenzioni dell’autore di questo romanzo definito da alcuni “ecologista” e che nonostante offra diverse possibilità di lettura e gli eventi narrati cerchino di mantenere la giusta tensione sul “come andrà a finire” non riesce a far dimenticare il senso di immobilità (noia?) che non viene scardinata (a parere di chi scrive) nemmeno dalla catarsi finale.
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