Giuse Alemanno, fuga e speranza fra le… vacche

Dall’Abruzzo alla Puglia: è il viaggio, in compagnia di un bovaro e delle sue mandrie, che compie Dino, giovane studente universitario che ha partecipato a una rappresaglia contro un gerarca fascista. Un romanzo picaresco, “Transumanza” di Giuse Alemanno – in cui viaggiatori si aggregano tappa dopo tappa, e la cui forza allegorica si deve all’uso brillante di linguaggio e ironia…

Una copertina che fa dell’ironia la sua cifra stilistica, e una storia picaresca raccontata con un linguaggio a tratti barocco, a tratti leggero, sicuramente unico. Transumanza (174 pagine, 15 euro) di Giuse Alemanno, pubblicato da Las Vegas, è una storia allegorica, ma non troppo, di antifascismo e formazione.

In fuga dalle camicie nere

Protagonista è il giovane studente universitario Dino, uno dei componenti della banda che ha partecipato a un’azione punitiva contro un gerarca fascista. Le camicie nere fanno presto a rintracciare i responsabili e per Dino l’unica via di fuga è un curioso e per certi versi insieme concreto e misterioso viaggio che lo segnerà profondamente. Su consiglio di un amico, si aggrega a un bovaro in procinto di partire per la transumanza, dall’Abruzzo alla Puglia, sulle antiche vie ben note alle mucche. Ma non a Dino, che di mucche, allevamento, transumanza e persino monta dei cavalli non sa nulla. Ma, come dice lo stesso narratore, «la convenienza attenua l’improbabile», e così, eccolo partire.

La lingua a colori di Ottavio

Tra un tentativo, una difficoltà, una soluzione imprevista e un sacco di nuove conoscenze che appaiono lungo il cammino come personaggi su una scacchiera, che è poi la vita, Dino fa tesoro della sorte da fuggiasco per allontanarsi da pericolo, e forse per incontrare qualcosa che non si aspettava, e che lo formerà a vita. Al comando della mandria di vacche c’è infatti Ottavio, uomo la cui abilità con le vacche è un fatto attestato tanto quanto il suo singolare modo di esprimersi, con ghirigori di parole e metafore che spesso lasciano interdetto chi lo ascolti. Una sorta di oracolo, bonaria presenza, e tuttavia autorevole, certamente l’unico riferimento possibile per Dino. La cui vicenda non resta certo taciuta una volta iniziato il viaggio con le mucche. Ma Ottavio non giudica, anzi analizza e rielabora nella sua strana lingua acrobatica che si scioglie solo di tanto in tanto, in racconti che, a leggerli bene, svelano un ironico bosco di riferimenti e citazioni. Il lettore cui si rifà Giuse Alemanno è certamente smaliziato e pronto all’avventura tra le pagine: l’intertestualità da cogliere, in questa storia di simboli e prove da superare, è densa ma mai fuori luogo. E del resto il potere del racconto, se ne renderà presto conto Dino, è tale da addensarsi pressoché autonomo alle sue spalle.

Una transumanza di personaggi

Il viaggio, intanto, prosegue: le mucche non si possono fermare e, anzi, le impellenze concrete del percorso richiamano all’ordine i viaggiatori. Viaggiatori il cui numero aumenta tappa dopo tappa, sul solido tragitto già sperimentato da Ottavio. E così ecco arrivare amici e fratelli di avventure che Dino imparerà progressivamente a conoscere, e tra cui farsi riconoscere. Teodoro, Peppino, Antonio, Rosa Lisa, Giulio: ciascuno ha nuovamente riferimenti letterari o al pensiero occidentale, o alla tradizione popolare. Ognuno richiama un archetipo, ma la leggerezza di questo racconto di fuga e scoperta è proprio quella di non svelarlo direttamente, bensì farlo assaporare attraverso battute di dialogo, allusioni, episodi che accompagnano lo spostamento delle vacche. Vacche che intanto, tappa dopo tappa e con nuovi personaggi, sono diventate numerose in un paesaggio fuori dalla civiltà, a fino a un certo punto sicuro, non frequentato dalle camicie nere. Lo sfondo del fascismo, da cui questa vicende prende vita, sfuma anch’esso in una riflessione centrale in questa storia sulla libertà, i suoi effetti sulle persone, e probabilmente su ciascuno dei personaggi in gioco, a partire da Dino, che per la libertà di tutti ha compromesso la sua e quella dei genitori, toccando poi ogni personaggio nei suoi lati esposti e ombreggiati.

Ci salverà l’ironia

Se già, oltre la citata copertina, anche l’incipit di Transumanza di Giuse Alemanno è folgorante, e costituisce l’avvio di tutta l’architettura linguistica e il pensiero del romanzo, tutta questa storia deve la sua forza allegorica all’uso brillante di linguaggio e ironia. A volte si ha l’impressione che siano loro a muovere i fili della trama, quasi tutto dovesse accadere per illuminare la strada a Dino, studente di lettere, più abituato alle pagine scritte che alla frequentazione viva, concreta della civiltà e di tutte le sue storture. Di queste fa certo parte il regime che, evidente nella sua fisionomia e nelle sue ricadute, nei suoi riferimenti storici e nelle modalità di azione, in questa storia assume anche il ruolo metaforico di dittatura che avvolge con le sue spire la libertà, mettendola in discussione. Nel frullatore di eventi che capiteranno a Dino in questa strada di mucche e incontri, di fughe e di avvicinamenti, le occasioni per riflettere sul vivere civile non mancheranno, sempre condite con il sale dell’ironia, che rende tutto più gustoso, proprio come questa vicenda insolita, calata nella storia e nella cultura italiana e insieme capace di accarezzare temi universali.

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