Aspettative deluse da “Portofino blues” di Valerio Aiolli, accompagnato da tante lodi sperticate e canti di sirene. La storia romanzata del primo caso di cronaca nera ossessivamente passato al setaccio dai mass-media – quello del suicidio della contessa Francesca Vacca Agusta – pur essendo un buon libro, non è un affresco storico, non restituisce l’anima di un tempo, l’immagine che ne va a comporre manca di incisività…
Quando uno dice: -“Voglio una vita spericolata”. E che ce vo’: basta andare contro corrente parlando di un libro, ma più che stroncandolo, dissentendo dagli/contestando gli sperticamenti altrui.
Porto sul piano concreto la riflessione relativa alle altissime aspettative a cui predispongono talune recensioni, proponendo ad esempio la mia esperienza con Portofino blues (368 pagine, 20 euro) di Valerio Aiolli, edizione Voland.
Libro buono e accattivante
Premetto: Airolli ha scritto un buon libro. Un libro che sotto il profilo formale funziona benissimo. L’incipit è molto da “scuola Holden” (absit inuiria verbis): passo felpato, andatura dinoccolata, immediata conquista del centro esatto della scena. Lanciata così, in modo spedito oltre le prime pagine, la narrazione si fa prova di disinvoltura nella gestione della promenade secondo le modalità e i ritmi tipici dei biopic televisivi e cinematografici che macinano grandi numeri in termini di like. Narrazione alla Lucarelli, alla Buffa per intenderci. Accattivante. La costruzione, che alterna flashback ante mortem alla ricostruzione dei fatti post mortem, è quasi soluzione obbligatoria in questi casi. Una zona semi-confort (la chirurgia insegna che anche un’appendicectomia può andare storta, ecco il perché del “semi”) che dà le sue soddisfazioni.
Scoperchiare coperchi senza oltraggi
Aiolli ha puntato la vita della contessa Vacca Agusta, morta suicida nei mari di Portofino, “nel corso di uno di quegli atti che il manuale diagnostico statistico dell’American Psychiatric Association definisce ‘esagitati tentativi di evitare abbandoni’”, e ne ha approfondito la figura con serietà, diligenza e buon gusto. Si è destreggiato con tatto ed intelligenza sollevando molti coperchi ma avendo sempre l’accortezza di non scoperchiarli in modo oltraggioso, offensivo, impertinente. Materiale ce n’era da investigare.
La scalata sociale e i rapporti con Craxi
Una donna avvenente di estrazione piccolo borghese – se non del tutto working class – Francesca Vacca Graffagni alla nascita, adisce il boulevard della nobiltà acquisendo il rango di contessa in virtù di matrimonio con il magnate Corrado Agusta, industriale nel ramo aeronautico e motociclistico. Se ne separa, ma senza divorziare, e intreccia la sua vita, questa volta, con quella di Maurizio Raggio, ristoratore di Portofino. Raggio le si affianca prima come amante e poi, consumatasi la passione, come amico, confidente, amministratore patrimoniale, sostegno emotivo e chi più ne sa, più ne metta. Scoppia Tangentopoli e per via dei rapporti con Bettino Craxi, gli esiti delle indagini condotte dalla magistratura individuano in Francesca e Maurizio due complici del segretario del PSI. Da qui la loro rocambolesca fuga, con conseguente latitanza, in America del sud. Al rientro in Italia, il ménage si allarga ad includere Tirso Chazaro, faccendiere di base a Portofino, nuovo amante della contessa, e Susanna Torretta, nel ruolo di amica/dama di compagnia. Il suicidio della contessa, lungi dall’ essere sipario che cala sulla di lei esistenza, è scintilla che induce a scandagliarne il breve percorso umano, puntellato di solitudine e turbamenti emotivi.
Tosse per il troppo incenso
Ciò detto, vengo al punto.
Non amo la letteratura che ripercorre fatti di cronaca. Però non mantengo categoricamente il punto della mia freddezza. Ci sono elementi in grado di indurmi ad eccezioni: una prosa capace di tradurre quei fatti in epica, un particolare taglio sociologico, o uno che personalizzi e caratterizzi la cronaca con pregnanza tale da portarmi là dove la mia mente da primate alle soglie minime dell’evoluzione, da sola, non è capace di condurmi.
Ribadisco le virtù già descritte di Portofino blues. Tra esse, tuttavia, non ne individuo nessuna di quelle appena accennate. Ma va bene così. Tutti i lettori sanno che non ameranno ogni libro alla stessa maniera. Talvolta non c’è verso di convertire il semplice gradimento in folle entusiasmo, pur riconoscendo le qualità del lavoro autoriale.
Portofino blues non mi ha fatto impazzire. Non è la mia “cup of tea”. Ma – ribadisco – va bene così. Eppure, non tirerei in ballo la parola delusione se il canto delle sirene, che ad esso mi ha attratto, non si fosse riverberato così acuto. Se l’agitazione frenetica dei turiboli non avesse prodotto una nube di incenso tanto fitta da procurarmi questo colpo di colpo di tosse.
Pennellate sfumate, non tratti densi
Portofino Blues indubbiamente, in maniera incidentale, restituisce un frame della storia recente di questo paese. Giocoforza riferisce numerosi dettagli del contesto socio-culturale degli anni di riferimento. Pratica molteplici digressioni nel territorio di pertinenza della protagonista. Ricorre a note di costume che fanno da riempitivo. Tuttavia, trovo che l’immagine del tempo che va a comporre manchi di incisività. Almeno nel grado tanto significativo evocato da altri. Stando alle voci, mi aspettavo che l’approfondimento storico rubasse il ruolo di protagonista alla Contessa, finendo per caratterizzare in modo definitivo e pregnante il romanzo. Si configurasse, in altri termini, come elemento preponderante nel conferire sostanza al suo valore. Portofino blues, invece, va decifrato in purezza per quello che è: la ricostruzione romanzata del primo caso di cronaca nera ossessivamente passato al setaccio dai mass-media, qui ripulita dalle incrostazioni spurie opera di quella tipologia di pruriginoso giornalismo. Portofino blues è un acquerello a pennellate leggere e sfumate di un’esistenza tragica, più che una pittura ad olio con tratti densi e materici di un arco storico.
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