“Il fumo e l’incenso” consacra Michele Burgio, al suo terzo romanzo, e primo di una trilogia ambientata nell’immaginario paesino siciliano di Serrapriola. In un tipico microcosmo isolano la scomparsa di un quindicenne e la sparizione di un crocifisso appena restaurato sono accompagnate da mezze verità, contraddizioni e reticenze, tra i poteri indiscussi di chiesa e mafia, e con un giornalista che, dopo tanto torpore, rialza la testa…
Non pronunceremo il nome che un po’ ovunque, anche nella bandella, è stato accostato a Michele Burgio. Una forma di rispetto per quello che è un classico (citato anche a pagina 19), una forma di protezione per Michele Burgio, nativo di Serradifalco, nel Nisseno, che è un bravissimo autore, allevato da qualche anno, e da un paio di libri, dalla fucina di Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, per la collana Le Dalie Nere delle edizioni Ianieri. Adesso Burgio ha spiccato il volo, approdando alla casa editrice Bompiani, con Il fumo e l’incenso (191 pagine, 15 euro), affidato alle cure di nuovi “maestri”, come Nicoletta Verna e Antonio Franchini. Ci uniamo agli applausi per un ragazzo che qualche anno fa aveva preso l’abilitazione per diventare docente universitario, aveva partecipato a una selezione per titoli, per diventare ricercatore nell’ambito dell’ateneo e ne aveva poi denunciato l’esito che aveva premiato, pensate un po’, l’allievo prediletto della presidente della commissione esaminatrice. Storiacce che Burgio, già professore a contratto di Linguistica italiana ed esperto di dialetti, ha messo alle spalle. Adesso insegna alle scuole serali e si sta affermando in libreria, ha ben altro a cui pensare.
Armonia apparente, equilibri deflagrati
Serrapriola è un non troppo immaginario paese siciliano, che ospita diecimila anime, da cui scompare un quindicenne, Luca D’Avola, figlio del macellaio Totò, componente de I megli, un gruppetto di coetanei alle prese con qualche trasgressione dell’età, come canne e siti vietati ai minori. Ci sono tutti i personaggi che vi aspettereste di incontrare, il maresciallo Maira, il sostituto procuratore Alfredo Ammirata, l’arciprete («ex instancabile terzino», padre Roberto Ramacca che allena anche una squadra di calcio oratoriale), il capomafia, don Orazio Scuderi («in paese era visto come una sorta di padre protettore…»), padre di Gesualdo, uno dei migliori amici di Luca, due anziane pettegole, zia Nannina e zia Filomena, madre del giornalista Sergio Vilardo (impossibile pensare che questo cognome non sia un omaggio a Stefano Vilardo, scomparso nel 2021, scrittore e poeta, amico di Sciascia da sempre), diventato padre da poco, e decisamente meno arrembante e audace nel mestiere, che anni prima lo aveva portato in prima linea contro la criminalità organizzata. C’è una piccola comunità dall’apparente armonia, nel romanzo di Michele Burgio, e oltre alla scomparsa di Luca c’è un altro episodio che fa deflagrare gli equilibri del centro dell’entroterra: a sparire stavolta è il crocifisso della chiesa del Carmelo, da poco restaurato grazie alle offerte dei fedeli.
Tutti nascondono qualcosa
I misteri aumentano e si infittiscono in fretta in questo romanzo agile e appassionante. A Michele Burgio bastano meno di cinquanta pagine per segnare una svolta significativa nel romanzo, innescando tensioni, paure, omissioni, confessioni parziali, verità e omissioni. Sullo sfondo, ma non tanto, due poteri indiscussi, quello della chiesa e quello della mafia, i loro giochi di potere che ad altri si intrecciano. Scattano gli interrogatori, ma non sembrano far luce fino in fondo, tutti sembrano nascondere qualcosa, fra contraddizioni e reticenze. Lo sguardo che tutto fotografa è, anche, amaramente ironico. Quel che resta, leggendo Il fumo e l’incenso è la sensazione che non ci sia spazio per la giustizia o per un epilogo consolatorio; ed è la certezza che c’è un nuovo isolano da tenere d’occhio in libreria. Pare che questo romanzo non sia un episodio isolato, ma è il primo tassello di una trilogia dedicata e ambientata a Serrapriola…

